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Sentinella, quanto resta della notte?

Tenebre di Natale [racconto di Maurizio Canauz]

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Tamara de Lempicka ( La dor­meuse, 1932 )

Natale, il rimescolarsi di sentimenti mai assopiti in un non -luogo (u-topos) in bilico tra realtà e fantasia, tra la concretezza di un amore e il vuoto della solitudine. Nel pacco regalo il lettore può e deve abbandonare la consueta razionalità per lasciarsi guidare dal breve racconto verso emozioni e sensazioni gelate e calde come quelle che un caminetto porta agli infreddoliti viandanti della Santa notte.

 

Il buio in queste latitudini scende dannatamente rapido, con un crepuscolo effimero, un istante ingannevole che ti riempie di assurde speranze per poi lasciarti d’improvviso nella desolata profondità della notte,

Quella notte che si nutre di ombre, sospiri, nuvole disperse e sogni appena abbozzati.

Quando infine le tenebre terminano la loro corsa e coprono ogni cosa insinuandosi furtive tra gli interstizi e gli spazi lasciati vuoti dalla luce mi sembra di non esistere o forse di non essere mai veramente esistito.

Un rigurgito di vita mi impone, tuttavia, di credere nella mia esistenza, di non pensare di essere solo un sogno nella testa di qualcuno in qualche luogo del mondo.

Mi assale così un pensiero inverso.

Se fossi io il visionario e sognassi un avamposto al limitare della terra quasi sommerso dal buio con un’unica sentinella brancicante nell’oscurità ?

E’ difficile trovare anche solo un’ipotesi di soluzione a questo mio dilemma non avendo attorno nessuno che mi possa smentire o possa confermarmi nell’andirivieni dei miei pensieri.

Per sfuggire alla mia apparente solitudine non posso quindi che aggrapparmi, come un naufrago alla zattera, ai ricordi di quel tempo passato con lei, non potendo credere che qualche dimenticato spirito di queste inospitali terre possa portarmi conforto..

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Tamara de Lempicka ( Idyll, 1931 )

Così ripercorrendo l’antico sentiero torno a quel tempo che posso agevolmente rammentare e che non è interamente mio ma è stato nostro e che ora come per un benigno sortilegio, trascorre rapido dinnanzi ai miei occhi di tormentata sentinella.

Rivedo nitidi i luoghi del nostro amore, il tiglio frondoso, la piccola casa bianca immersa in una natura eccessivamente rigogliosa.

Odo nuovamente la tua voce di un tempo e i tuoi discorsi lontani.

Ricordi?

Appena, appena sento le tue parole sussurrate e le promesse che ci facevamo inconsapevoli del nostro futuro.

Ma soprattutto mi ricordo o così mi sembra, i Natali che passavamo assieme protetti da un’aura di comune felicità.

Ci circondavano suoni evocativi di zampogne e ritmiche improvvisate, mentre improbabili nevicate soffocavano appena le nostre riflessioni stravaganti che si reggevano appena sulle incerte capriole di fumo della vecchia stufa a legna che sbuffando e tossicchiando riscaldava la stanza.

Allora ciò sembrava bastarci, colmando i nostri giorni presenti e futuri.

Un miraggio al quale tendavamo lo sguardo assetato di speranza.

Provo nostalgia per i bambini che non abbiamo mai avuto e che avrebbero potuto allietare, con le loro grida scomposte, le grande e vuote stanze assurdamente addobbate.

Provo nostalgia per ciò che non è stato e che sarebbe potuto essere se solo lo avessimo voluto intensamente, senza alibi o giustificazioni posticce.

L’orologio batte egualmente il suo tempo in questa camera stretta e scura, incurante dei miei pensieri e dei miei ricordi.

Che ne è stato di me e cosa di te?

Potrebbe sembrare assurdo provare nostalgia per ciò che non è stato e che mai sarà, ma in questo luogo al limitare del nulla l’immaterialità stessa delle cose e dei sentimenti consente impensabili commistioni di esistenze possibili.

E’ improbabile che le mie parole ti raggiungano, o forse in qualche modo imperscrutabile possono farlo, ma questo, in fondo, non ha nessuna importanza perché ciò che è stato è stato e tu ormai non sei più quella che eri allora e che saresti potuta essere, magari con me.

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Tamara de Lempicka ( Jeune fille en vert, 1927/30 )

Ricordi?

Quel giorno strisciavano le nostre ombre lungo i muri scalcinati.

Camminavamo piano quasi a non voler disturbare quel pomeriggio afoso fatto di aria stagnante.

Per un accordo tacito ci fermammo un istante appoggiandoci alla balaustra e io ti diressi una frase che cadde nel silenzio del meriggio.

Un vecchio, capitato per caso, testimone involontario si voltò a guardarmi con uno sguardo assurdo lucente e vuoto.

E tu sorridesti, ancora una volta con un sorriso molle nell’aridità meridiana, incapace di scegliere avvolta nella sola luce catastrofica dei tuoi sentimenti aggrovigliati.

Assurdo pensare che la vita smazzi di nuovo e distribuisca le carte in modo da consentirti di giocare una novella partita, dove si possono vincere mani inaspettate.

Sarebbe come se un fiume millenario cambiasse d’un tratto, per uno scherzo del destino, il suo flusso per provare nuovi inesplorati percorsi.

Se la via annullasse il suo passato modificando la successione di causa ed effetto rimescolerebbe i giorni e i fatti fino all’anarchia.

Forse solo in questo luogo, al limitare estremo del mondo, la sequenza passato, presente e futuro tende ad annacquarsi, a smarrirsi fino quasi a confondersi.

Il tempo e le regole fisico matematiche così pregnanti nel mondo paiono qui arrestarsi per lasciarsi sostituire dal tempo interno, dal tempo dei ricordi, contraendosi all’inverosimile.

Quasi inconsciamente posso tornare ad essere colui che ero stato.

Mi ritrovo così a salire, come fosse ieri, fin verso l’imponente torrione, mitico custode dei nostri sogni.

Rivedo la mia sagoma curva ascendere in silenzio sui viottoli antichissimi lungo il muro del convento senza che si udisse altro che il rumore dei miei passi.

Infine alla sommità la piazzetta deserta come si conviene d’estate e infine la torre, otticuspide rossa impenetrabile e arida.

Vicino, l’antica fontana dove eravamo soliti rifocillarci taceva ora inaridita, con la sua scritta spezzata nel mezzo lasciando l’iscrizione monca ed enigmatica.

Questa volta però a riprendere la strada acciottolata e deserta verso la città ero solo.

Solo come lo sono ora.

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Tamara de Lempicka ( Self-Por­trait in the Green Bu­gatti, 1925 )

Adesso però la distanza che separa il nostro allora e il mio ora si dilata all’infinito mostrando quello smisurato e invalicabile crepaccio dove scivolano inesorabilmente, ad uno ad uno, i miei ricordi.

Tra poco sarà Natale, di nuovo e di nuovo, come in una ripetizione atemporale, in un eterno giochi di specchi che moltiplica all’infinito, senza storpiarla, la stessa immagine iniziale rendendola immortale.

Io però prima dovrò scrivere il mio inutile quotidiano rapporto per inviarlo, come gli altri, ad un ipotetico, immaginario ricevente.

Infine il buio terminerà la sua corsa, completerà il suo lavoro invadendo anche questo mio rifugio.

Ma prima di allora guarderò, ancora una volta sulla sedia accanto alla mia, il maglione che mi hai regalato tanti anni fa in una notte come questa e il mio regalo che non hai mai scartato, attendendo che la tua voce venga a liberarmi dal mio incubo ricorrente.

 Maurizio Canauz @ 2014

 

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