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Sentinella, quanto resta della notte?

Buon Anno Signor Alidivento [racconto di Stefano Bon]

Everest-1Guardava la rampa di scale come uno scalatore osserva la parete di roccia e ghiaccio che si perde nell’infinito del cielo prima dell’attacco decisivo.

Nei suoi occhi riposavano irrequieti riflessi di odio-amore e di rispetto. L’odio amore che scaturiva dal cuore, pulsante a 80 colpi il minuto, e il rispetto che irradiava dai grovigli microscopici della ragione, affogati nella polpa del cervello.

Guardava la cima della rampa di scale scricchiolanti, dove il vento soffiava a dieci centimetri l’ora e il sole, quand’era in linea con la finestrella della mansarda, riusciva appena a sfiorargli la cresta di capelli arruffati.

Guardava lassù, la celletta minuscola ch’era il suo rifuglio dagli uomini adulti, troppo alti perchè riuscisse a fissarli negli occhi senza senza doversi inerpicare fino al loro livello con l’aiuto di chiodi e funi e picconi.

Fissava in alto, il suo piccolo grande sogno, e il rapido scorrere delle riflessioni gli fece ricordare ch’era giunto il momento di tentare la nuova via, aggrappato al passamano di legno, issandosi due gradini per volta e portandosi libricini e pacchetti da formica sulle spalle.

Everest 14Piantò il chiodo nel legno implorante una fresca mano di vernice protettiva e fece scorrere la corda dentro il moschettone, e poi giù, fra le gambe simili a trampoli in miniatura.

Si issò con forza, nel gelido saluto della solitudine, a due metri e quaranta centimetri d’altezza, guardando attonito verso il basso, l’abissale voragine voragine che sembrava chiamarlo dalla tromba delle scale, ansiosa di ghermirlo nella propria profondità.

« Signor Alidivento! Che sta combinando, ancora? »

Il temporale era sopraggiunto improvviso. Tuonò fragorosamente sotto di lui, e prese a piovere a dirotto, e neve e pioggia e gelo e… la Signora Fiatomozzo!

« Signor Alidivento! Ma in che lingua devo dirglielo che non può mettersi a fare lo scalatore nella tromba delle scale del mio palazzo? Perché non si trova qualche bella montagnetta di cartapesta, fatta e impacchettata su misura per lei, e se la piazza in soffitta, eh? Magari chiede al parco di Disneyland, loro hanno tutto… cosa vuole che sia, per loro, spedirle l’Everest in scatola di montaggio scala uno a che ne so? Everest-2Se lo potrebbe montare e scalare in un solo pomeriggio, pensi! E poi potrebbe tappezzarlo di bandierine colorate e quindi chiedere al signor Bellaposa di scattarle un paio di foto ricordo, le appenderebbe alle pareti, e una potrebbe regalarla a me, autografata s’intende, per l’album di mio figlio che sta imparando a usare le forbici e la colla… Eh, signor Alidivento, le piace come idea? »

Il signor Alidivento sentì il chiodo cedere sotto i colpi di voce della portinaia, udì alzarsi il vento rancido che soffiava dalla sua bocca come dalle canne di smalto sbrecciate per l’incuria e il troppo uso di un organo gigantesco.

Si lasciò quindi scivolare a terra in un batter d’ali polveroso di neve di cenere e di segatura. Atterrò con uno schianto, lestamente, recuperando le corde e ripiegandole con cura eccessiva nel suo zaino da neonato.

La signora Fiatomozzo lo osservò comprensiva col suo grande testone, addobbato di bigodini rosa penzolanti, che dondolava avanti e indietro nell’aria ormai calda del campo base.

« C’era cattivo tempo, lassù – disse mostrando le manine piagate. – Era impossibile proseguire, sarebbe stato da pazzi incoscienti ».

« Sì, sì » annuì la portinaia sollevando le sopracciglia, che si perdevano in quel mare di pieghe di grasso e rughe precoci che le ricopriva il volto.

« Bisognerà che ritenti con la nuova stagione – proseguì il nanetto. – In questo periodo dell’anno il vento è troppo forte, ti strappa via! E tu non puoi farci niente, sei come un aquilone indifeso nelle sue spire… »

« E già, già » fece la signora Fiatomozzo osservando il signor Alidivento prendere lo slancio e saltare in un sol colpo ben due gradini. Ne doveva scalare ottanta per arrivare in cima alle scale.

Everest-12

Edmund Hillary, il colonnello Hunt e Tenzing studiano sul plastico la via sulla parete Nord dell’Everest prima dell’impresa del 1953

« Pensi a quello che le ho detto, signor Alidivento – gli rammentò quand’egli era già giunto al decimo gradino e l’aria cominciava a rarefarsi. – Scriva al Signor Disney, si faccia mandare la montagna. Vedrà, vedrà che bello! Altro che la tromba delle scale… avrà una montagna vera, tutta per sé, tutta quanta per sé! »

Il signor Alidivento non parve udirla. Anche quell’ascesa per la solita parete richiedeva la massima attenzione. Un crepaccio poteva facilmente celarsi sotto gli strati di neve erosa dal vento.

« Peccato – disse piano la signora Fiatomozzo, in modo che la sua voce d’organo si sciogliesse all’aria in una nube di odori da cucina. – Peccato che l’Everest sia tanto lontano ».

 

Giunse in cima alle scale verso sera, quando dall’abbaino cominciavano a rendersi visibili le stelle più affettuose e calde. Preparò nella sua cucinina di bambola un veloce piatto a base di uova e prosciutto e quindi si sdraiò, lungo disteso in tutti i suoi novantasette centimetri, sotto il quadro di notte stellata che occhieggiava dall’ampia finestra.

Sorrise a quegli occhi tremolanti che sapevano d’incommensurabili altezze e, seguitando a sorridere, prese a pronunciare un nome.

« Everest… Everest… Everest…»

Dolcemente, sognando, si addormentò.

 

La signorina Sussurro, ch’era la signorina più alta ch’egli avesse mai conosciuto nella propria vita, si sporse dal bordo della scrivania e gli sorrise gentilmente.

Il signor Alidivento allungò le braccia sollevandosi sulle punte dei piedi, porgendole la scheda di lettura in prestito che aveva compilato con la sua scrittura da farfalla.

La signorina Sussurro afferrò il foglietto e scomparve dietro il piano del tavolo.

Everest-11

Sir Edmund Hillary e Tenzing

« Everest: il tetto del mondo. Storia di un’impresa leggendaria – lesse la bibliotecaria con la sua tipica voce bisbigliante, abituata da sempre a non disturbare il sonno antico dei banchi vuoti nella sala di consultazione. – Vuole farsi un viaggetto fino in Asia, Signor Alidivento? » chiese sussurrando a un metro di altezza sopra di lui.

Il signor Alidivento arrossì dinanzi alle ginocchia della signorina Sussurro che adesso si era alzata e stava dirigendosi verso lo scaffale di libri che trattavano di geografia.

« E’ un bel viaggetto, lo sa? Crede che ce la farà ad arrivarci? Voglio dire… – tossicchiò, estraendo il libro dalla marea di libri. – Il mondo è così grande e lei è così… così…»

Il signor Alidivento trotterellò alle sue caviglie e con un salto da rocciatore si impossessò del volume che la donna rigirava nervosamente tra le mani. « Grazie» disse, avviandosi all’uscita e appoggiando una spalluccia alla porta per aprirla.

« Buona fortuna, signor Alidivento » disse la signorina Sussurro agitando banalmente una mano e soffiandosi il naso con l’altra.

 

Sherpa Tenzing Norgay stands on the summit of Mount Everest on 29 May 1953

Tenzing issa le bandiere inglese, nepalese, indiana e delle Nazioni Unite sulla cima dell’Everest

Sdraiato nella sua culla di lana, profumata di naftalina, il signor Alidivento sfogliò a occhi sbarrati il libro che parlava dell’Everest e di Sir Edmund Hillary e di Tenzing e della loro magica impresa lungo la cresta sud. Rimase attonito a fissare le fotografie che ritraevano la più alta montagna del mondo, coi suoi ghiacciai e i suoi versanti inviolabili.

Affascinato da quella visione, si mise a rovistare tra i balocchi e le cianfrusaglie accatastate alla rinfusa nel suo rifugio di ape fino a che ebbe trovato un foglio di carta ingiallita e non troppo rosicchiato e una matita con la punta. Allora, in preda ad un vortice di sensazioni strane e stimolanti, cominciò a disegnare il profilo della montagna. E dopo il disegno, scrisse una lettera…

 

Una quieta mattina di fine dicembre bussarono alla porta del signor Alidivento. La fragile porticina di carta di giornale tremolò, liberando una grigia pioggia di lettere d’alfabeto e di titoli a tre colonne. Il signor Alidivento corse ad aprire, mentre dalle fessure apertesi nella porta giungeva, sulle ali di correnti invernali, l’inconfondibile odore della signora Fiatomozzo.

« Signor Alidivento, è in casa? – domandò il donnone aspirando una boccata d’aria, stremata per quella salita. – Non starà mica a penzolarsi fuori dalla finestra, per caso? Con tutto questo freddo! Signor Alidivento, mi sente? »

Egli aprì la porticina smuovendo dai caratteri sbiaditi l’ultimo fragrante aroma d’inchiostro tipografico. Alzò lo sguardo verso l’imponente mole della portinaia e vide il pacco, simile a una cassaforte di gigante, ch’ella sosteneva in una mano. Il cuoricino gli batté forte una, due, cento volte il minuto.

« E’ arrivato questo per lei – sorrise la signora Fiatomozzo. – Provi un po’ a indovinare di cosa si tratta? »

« Di cosa si tratta? – ripetè confuso il signor Alidivento, provando disagio e arrossendo sulle guance simili a petali di rosa.

Everest 13

Tenzing e Sir Edmund Hillary

La signora Fiatomozzo ciondolò il capo alla sua maniera in segno di rimprovero, soffiando tra i denti malati. « Davvero non indovina? Ma come? Se venni insieme a lei per aiutarla a imbucare la busta nella cassetta, un mese fa! Non ricorda a chi la spedì? »

Il signor Alidivento ricordava benissimo, come il suo cuoricino, del resto, che ora correva senza freni, velocissimo, centoquaranta battiti al minuto.

« Mi fa vedere? » chiese gentilmente trattenendo il fiato e facendosi più piccolo ancora, cucciolo affamato.

La signora Fiatomozzo sorrise. Lo capiva al volo quand’era il momento di lasciare libero il campo.

« Certo, e poi ho un sacco di cose da fare in questi giorni… – rispose. – Glielo spingo dentro, va bene? »

Prese il pacco con le due mani e lo infilò per l’apertura. Il signor Alidivento vi si appoggiò contro e spingendo con tutte le sue forze lo spostò fino al centro della stanzetta.

« Mi raccomando, signor Alidivento. Lo monti per benino – lo ammonì la portinaia. – E mi chiami, quando l’avrà finito, che voglio vederlo anch’io ».

«Certo, certo, certo! » esclamò egli in risposta, colto da un violento tremore. Richiuse piano l’uscio e corse vicino al pacco alto quanto lui e tanto, tanto bello e profumato di nevi e venti e solitudini. Lesse il nome del mittente tanto caro lettera per lettera, lo rilesse all’indietro e poi ancora e ancora. Non si decideva ad aprirlo. Era così bello starlo a guardare assaporando a occhi chiusi la magnificenza del suo contenuto! Emise un lungo respirò e tirò fuori le forbicine che aveva pronte, celate in tasca da ormai un mese. Facendo molta attenzione, trattenendo il fiato, iniziò a tagliare il nastro adesivo…

 

Everest 6La signora Fiatomozzo terminò di rassettare la cucina venti minuti prima che l’anno morisse e che un esercito di bottiglie di spumante venisse stappato e astronavi di sughero fossero mandate in orbita attorno alla terra. Finì di asciugare i bicchieri, pronti per la grande bevuta propiziatoria, e pensò al piccolo signor Alidivento e al suo monte Everest formato cartolina, con tanto di ghiacciai e di campi base attrezzati. Il suo adiposo cuore si lasciò commuovere a quel pensiero.

Era la notte di Capodanno, stava per iniziare l’anno delle grandi promesse, tutti erano in procinto di festeggiare il nuovo arrivato e il signor Alidivento, invece, pensò tristemente la portinaia, se ne stava tutto solo nella sua cameretta a fissare le stelle e sognare di scalare chissà cosa.

Proprio in quel momento il signor Fiatomozzo, un cappellino di carta colorata in testa e una striscia rumorosa tra le labbra rubizze, irruppe fragorosamente nella cucina strappandola a quelle riflessioni. « Vieni, cara – la invitò, la voce modellata dai troppi brindisi già celebrati. – Stiamo per cadere in testa al vecchio anno, non vorrai mancare solo tu? »

» Vengo subito – rispose, porgendogli il vassoio con i calici da riempire di speranze. – Sistemo una cosa e arrivo ».

Sorrise al marito e lo spinse via, escludendosi da quel mondo di stelle filanti e di coriandoli che si agitava in un frastuono di voci appena dietro la porta. In due passi fu sul pianerottolo. Guardò in alto, verso la cima invisibile delle scale, facendosi coraggio. Poi, risoluta, attaccò la serie di gradini.

 

Arrivata in vetta, ansimante, coi polmoni che le scoppiettavano per lo sforzo come la marmitta di un’auto esausta, dovette appoggiarsi alla ringhiera per riprendere fiato. Attese un paio di minuti. La notte era percorsa da un silenzio e da una sciarpa di aria fredda che sapevano di straniero. Si avvicinò alla porticina ricamata di ritagli di giornale e origliò. Nessun rumore, nessuna luce, solo un gelido spiffero d’aria cristallina.

Timidamente, bussò.

La porta vacillò, coriandoli di lettere e polvere piovvero a terra in un volteggiare di libellule sullo stagno.

« Signor Alidivento! – chiamò premendo forte sui tasti dell’organo. – Signor Alidivento! »

In risposta, del tutto magica e inaspettata, le giunse l’eco della propria voce. Un’eco imponente, odorosa di nevi e ghiacci e remoti orizzonti. La signora Fiatomozzo rabbrividì, deglutendo. Spinse la porticina e, piegatasi sulle ginocchia, strisciò fino al centro della stanzetta. Faceva molto freddo e fiocchi di neve volteggiavano in cielo come nubi di insetti elettrici, scintillanti alla luce della luna e delle stelle.

La signora Fiatomozzo comprese, sebbene fosse scarsamente ferrata in astronomia, che quelle stelle erano diverse da quelle solite che era abituata a scorgere dalla terrazza del suo palazzo nelle notti limpide di fine anno. Avanzò carponi sulla morbida distesa di neve che le infradiciava le ossa.

« Signor Alidivento! » gridò al silenzio infinito.

« Signor Alidiventooo… Alidiventooo… Ventooo » le rispose l’eco.

Everest 5La signora Fiatomozzo si lasciò sfuggire una lacrima che subito fu preda del rigido clima del monte Everest, e rotolò dalle sue guance come una minuta valanga, piantandosi tra i solchi ancora freschi di piccole orme di bambino. La portinaia scrutò il sentiero di passi che si inerpicava davanti a lei, sopra di lei, seguendo il versante sud della montagna più alta del mondo.

La signora Fiatomozzo pensò al caro signor Alidivento e alle sue manine piagate e alle sue guance rosse come la buona salute. Pensò al signor Alidivento e al Capodanno che, ottomila metri più in basso, miliardi di formichine stavano celebrando con risate e canti e vini e promesse d’amore.

« Buon anno, signor Alidivento » disse, uscendo e chiudendo piano la porta dietro di sé.

Stefano Bon @ 1982

 

 

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