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Sentinella, quanto resta della notte?

H. G. Wells junior, inviato nel Tempo

particolari_07Quello che Stanza 101 pubblica oggi è un articolo senza precisi riferimenti temporali, sicuramente posteriore al 1988 e scritto prima del 2009, anno della sua prima pubblicazione sulla webzine Phase IV. L’articolo, scritto da un presunto nipote di Herbert George Wells, che si firma H. G. Wells IV junior, è – di fatto – il resoconto più o meno attendibile delle cronache di un altro membro della dinastia Wells, e cioè Herbert George Wells I junior, il primo e più enigmatico nipote del grande scrittore inglese.

Non sappiamo nulla di un H. G. Wells II e tantomeno di un H. G. Wells III ( che pure devono esssere esistiti se accettiamo l’esistenza di H. G. Wells IV… ), ma contiamo che prima o poi il diario dell’illustre antenato possa far luce anche sulla loro esistenza.

L’unica cosa che mi sento di precisare, prima di lasciarvi alla lettura dell’articolo, è che H. G. Wells IV junior, per quanto possa apparire un personaggio un po’ bislacco, forse un millantatore, è stato in grado (privatamente!) di fornire una serie di risposte e indicazioni su questioni future, poi confermatesi nel divenire della realtà, che solo chi effettivamente è in grado di governare i viaggi nel Tempo, sarebbe stato in grado di dare…

Non ci credete? Non posso obbligarvi a credermi, certo, ma la lettura di questi scritti, col Tempo, nel Tempo, sono sicuro che muterà il vostro convincimento. E allora, questo è altrettanto certo, cominceranno a piovere un po’ dappertutto le domande più strane e impossibili sul futuro che vi attende, che ci attende!

H.G._Wells_08

Herbert George Wells

Sono sempre stato un po’ scarso nelle materie che illustrano i gradi di parentela e le linee di discendenza, ma dovete sforzarvi di credermi lo stesso, o forse proprio per questo.

Mio zio è stato ( era, o forse dovrei dire è ) il nipote di Herbert George Wells che, a beneficio di quanti non lo sappiano, è l’inventore della Macchina del Tempo e autore per eccellenza della science fiction classica con capolavori quali The Time Machine, L’Isola del Dr. Moreau, L’uomo invisibile e La Guerra dei Mondi.

Mio zio H. G. Wells junior fece irruzione nella mia vita alla fine degli anni ‘80.

Io sono, o meglio ero, l’ultimo rampollo un po’ geek, ammettiamolo… geekissimo, discendente diretto della famiglia Wells, non tanto la pecora nera quanto il fenomeno isolato, l’anomalia che conferma, nella sua eccezionalità, la giustezza della regola di base.

Era il 1988.

Collaboravo con il mensile Vernice Fresca scrivendo, nel tempo lasciato libero dalla mia professione di scienziato e docente sui generis, pezzi a metà strada tra la denuncia e la satira sociale, quando il casuale ritrovamento di un carteggio datato 2023 mi piombò nel più assoluto stupore.

In quel documento impossibile ritrovato tra le pagine di un libro di storia antica, si parlava di me e degli articoli da me scritti su quel fantomatico personaggio che era stato mio zio, H. G. Wells junior, per l’appunto.

All’epoca, devo confessarlo, non conoscevo neppure la meritoria opera di suo nonno, mio trisavolo per eccellenza, se non a grandi linee, figuriamoci se potevo prendere in considerazione quanto affermato in quel documento sui miei rapporti “temporali” con l’inquieto e irrisolto nipote, nonché mio zio, che non avevo neppure mai conosciuto in vita…

sigaro_06Il problema fu leggere, in quelle righe, che il mezzo utilizzato da H.G. Wells jr. per farmi giungere la sua corrispondenza dal futuro era un cilindro di zinco piombato, di forma simile a quelli ( di alluminio ) utilizzati da certi produttori di sigari cubani.

Dovete sapere che, per qualche strana deviazione del mio essere, io – per quanto in vita mia abbia fumato in tutto solo 17 sigarette e l’abbia fatto nel breve arco di una mattinata di bigiatura nel lontano 1976 – faccio collezione di sigari.

Certo, si tratta di una tradizione familiare, consolidata da generazioni ed ereditata quanto si vuole: ma da me raccolta e vivificata con passione e rispetto per i miei avi che la avviarono nel lontano ‘700. La collezione consta, ormai, di un numero spropositato di sigari e molti di questi sono custoditi, appunto, in contenitori di alluminio con il cappuccio a vite, in quanto particolarmente adatti per mantenere integro nel tempo l’aroma delle foglie di tabacco e garantire – con opportune operazioni di restauro – la giusta dose di umidità.

Pensai dapprima che il carteggio fosse il risultato di uno scherzo perpetrato ai miei danni da un amico e decisi di attendere che questi uscisse allo scoperto. Passarono i giorni e poi le settimane senza che nessuno dei miei amici si decidesse a confessare.

Fu allora che mi accorsi, non senza turbamento, che l’ultimo pensiero che mi agitava la notte, prima di prendere sonno, era sempre lo stesso: il cilindretto di zinco piombato di cui parlava il carteggio “proveniente del futuro”.

Cominciai a sentirmi prigioniero di quel pensiero fisso e così, una sera, dopo avere inutilmente tentato di non pensarci, mi sollevai dal letto e mi diressi lentamente, come schiacciato da un peso opprimente, verso la biblioteca che era stata di mio padre. Era lì che, insieme ai libri, conservavo la collezione di sigari.

biblioteca-01Il profumo del legno di ciliegio e della carta antica si sposava a meraviglia con quello del tabacco, così entrare in biblioteca era per me, ogni volta, un momento di estasi profonda. Mi assaliva una sorta di commozione al pensiero di quante generazioni di miei avi si fossero succedute nella lettura di quei libri antichi, nella conservazione e divulgazione del sapere ivi racchiuso, nella venerazione estatica di quell’universo di conoscenza umana, nel sacrale e appagante silenzio che accompagnava la lettura, inframmezzata soltanto da calde sorsate di cognac francese e ruvide ma avvolgenti volute di tabacco di sigaro.

La mamma non voleva che il babbo fumasse in biblioteca in quanto, considerata la delicatezza di certi testi che vi si conservavano, una regola imposta da mio padre imponeva che in quella sala fosse proibito arieggiare per più di 2 minuti di orologio al giorno e solo quando la temperatura esterna fosse stata compresa tra i 14 e i 22 gradi centigradi.

Se considerate il fatto, non trascurabile, che mio padre era solito fumare sigari e bere cognac unicamente nelle fredde sere d’inverno, capirete meglio la natura dello stato ansioso in cui mia madre visse gran parte della sua vita e, forse, anche il mio narcisistico e un po’ infantile tentativo di colmare la lacuna del mio carattere di non fumatore, con la devozione alla ricerca più accurata e sfrenata di sigari di qualità provenienti da tutto il mondo…

particolari_02Ma ciò che mi misi a cercare quella sera non era un sigaro, era molto di più: era, caso mai fosse necessario spiegarlo, il desiderio di scrutare dentro me stesso dalla cima di un colle, come un generale che conduce in battaglia le proprie armate e le muove a seconda delle strategie di difesa e di attacco che la vista d’insieme gli suggerisce, e i soldati non sono altro che emozioni e pensieri e sogni e il generale siete voi che impegnate il tempo a cercare di comprendere l’animo umano.

Ecco, tutto questo io mi accingevo a cercare nell’odoroso santuario dei miei avi, celato e manifesto insieme, come un caro e lontano amico che veniva dopo lungo tempo a fare visita.

Mi accostai alla cristalliera centrale pervaso da un misto di timore ed eccitazione, conscio che stavo guardando per la prima volta con occhi totalmente nuovi quella parata di innocui e artistici contenitori. Di alcuni conservavo il ricordo, vago ma consapevole, di altri mi sfuggiva persino la forma e la provenienza. Aprendo la credenza il profumo di tabacco eruppe come se a lungo avesse lottato per farlo: ogni cosa sapeva di ricordi e memorie, ma nulla mi induceva a credere che potessi sbagliarmi.

Sapevo, lo sentivo, capite?, che il cilindretto di H. G. Wells jr. doveva trovarsi lì, da qualche parte.

Percepivo il suo sguardo, la sua voce persino. Un sottile e divertito richiamo, quasi un canto gioioso. Fu allora che lo vidi. Tra Havana H. Upman e Montecristo e Bolivar do Mandingo spiccava, nella sua raccolta fragilità, una specie di cimelio annerito, forse bruciacchiato, dalle morbide linee a siluro, o meglio a supposta, data l’estrema esiguità della sua lunghezza.

Il cilindro misurava circa 2,5 centimetri di diametro e non più di 8 di lunghezza: consunto e ammaccato, l’involucro appariva stranamente fuori posto tra il lucore pallido e freddo degli altri contenitori di alluminio. Non ricordavo di averlo mai visto ma, al contempo, capivo che doveva essere lì da tempo.

Allungai la mano e lo sollevai con estrema prudenza: subito mi accorsi, dal peso assolutamente sproporzionato per un oggetto di quel tipo, che non poteva trattarsi di alluminio. Il cuore ebbe un sussulto e quasi le mie dita lasciarono la presa.

Camus0Andai alla scrivania vicino al camino, tirai fuori la bottiglia di cognac delle grandi occasioni, un Camus del 1942, me ne versai due dita abbondanti nel bicchiere e, una volta che mi fui seduto, concentrai la mia attenzione sul cilindro di H. G. Wells jr.

Niente come il desiderio di conoscere la risposta ad un grande quesito può porre l’uomo di fronte all’angoscia del non riuscire a comprenderne il senso e la portata. Io, in quel momento, accingendomi a scoperchiare il Vaso di Pandora, scrutavo già oltre l’orizzonte conosciuto, navigando a vista tra i mille sogni che quella scoperta avrebbe consentito di coltivare tra le maglie del Tempo.

Qualcosa di impossibile era accaduto: un oggetto proveniente dal futuro aveva viaggiato attraverso il passato e ora, al termine di un cammino nel mio stesso continuum spazio – tempo ( cui non sapevo ancora dare una misura precisa ) si materializzava di fronte a me con tutto il suo fardello di domande e promesse.

Sarei stato in grado di gestire la rivelazione di tale sconvolgente scoperta senza tradire la fiducia di chi mi aveva scelto tra le ignare e sterminate greggi del genere umano? E soprattutto, quale oscuro e grandioso disegno aveva permesso che tutto ciò accadesse per illuminare la mia vita?

Come un agnello dinanzi alla lama del fattore, indeciso tra il piacere della carezza e il timore dell’affondo mortale, che alla fine cede all’abitudine di vita e si lascia condurre fiducioso alla morte, così mi scoprii intento ad esaminare l’involucro di zinco piombato.

Sentivo il desiderio e l’angoscia farsi largo a spintoni nel mio animo, avvinti in una lotta quasi carnale che, se indugiata troppo a lungo, mi avrebbe condotto senza scampo verso la follia in breve tempo.

Dopo una attenta perlustrazione del manufatto notai, sul bordo del disco che fungeva da base, una minuscola rotellina zigrinata. Tanto piccola da non riuscire, con le dita, a misurarne la resistenza né lo spessore.

Trassi dal cassetto della scrivania un fermaglio metallico, lo modellai a formare una sorta di chiodo allungato e provai a fare leva sulle scanalature della rotellina per vedere se girava. Prima in un senso e poi nell’altro, ma senza ottenere nulla.

Bevvi un sorso di cognac e sospirai al pensiero di come, a volte, le cose più a portata di mano siano in realtà le più difficile da conquistare. Ma tutto assumeva una dimensione diversa, alla luce del desiderio che mi guidava.

particolari_05Perché, davvero, non è tanto la conquista in sé, ma il piacere provato a raggiungerla ciò che appaga l’animo umano.

Percepivo un senso di gratitudine verso la vita, misto a stupore e imbarazzo. Altri, ben più degni di me avrebbero dovuto godere di quel momento. Eppure…

Giocherellai un poco con il fermaglio, poi lo rimodellai formando una doppia linea parallela che feci scorrere ai due lati della rotellina. Quindi, con prudenza, feci leva verso l’esterno, come si faceva una volta con i meccanismi di ricarica di certi orologi da polso al quarzo.

La rotellina si mosse verso l’esterno con dolcezza facendo scattare la molla che tratteneva il coperchio di zinco della base. Questo si sollevò di scatto, restando fissato alla parete del cilindro da una minuscola cerniera snodabile.

Il mio cuore pulsava all’impazzata, il cognac aveva smesso di scaldarmi e una sensazione a metà strada tra lo sgomento e la speranza faceva tremare tutto il mio essere.

Rovesciai il cilindro e lo battei sul palmo dell’altra mano, ma nulla ne scivolò fuori come invece avevo sperato. Dal cassetto ancora aperto della scrivania trassi allora una torcia e ne diressi il fascio di luce verso la cavità del cilindro.

L’Oscurità stessa sembrava vivere là dentro, tanto nera e misteriosa appariva l’assoluta mancanza di riflessi e il silenzio proveniente dal cilindro. La luce della torcia moriva come sfinita dal nulla che tentava di risvegliare.

Scosso da quella impressione, tanto profonda quanto impalpabile, bevvi d’un fiato l’ultimo sorso di cognac. Provai a battere di nuovo il cilindro, con più forza stavolta, sopra un libro dalla copertina rigida, ma senza risultato. Con l’agitazione che montava dentro di me come senso di ribellione alle ingiustizie del mondo, presi a rovistare febbrilmente nel cassetto alla ricerca di qualcosa che potesse essermi utile nell’esplorazione del misterioso oggetto.

Alla fine, esausto, trovai ciò che faceva al caso mio: un paio di pinzette lunghe e affusolate che mio padre utilizzava per maneggiare con delicatezza i francobolli della Regina.

Le tuffai con decisione all’interno del cilindro ma prima ancora che avessi il tempo di esplorarne l’interno, queste vennero risucchiate nel pozzo nero insieme al mio urlo di terrore. Le mani lasciarono la presa, il cilindro cadde sul tappeto con un tonfo sordo e lontano, quasi un lamento.

Qualcosa o qualcuno lottava per uscire da esso. Terrorizzato a quell’idea mi gettai per terra e, a gattoni, mi misi alla disperata ricerca del cilindro. Dovevo assolutamente richiudere il tappo del cilindro, subito! Solo così sarei stato di nuovo al sicuro da quella follia.

Ma perché lo avevo fatto? Perché? Fu allora che accadde. Montò come un’onda improvvisa di marea, dal profondo del mio essere, smuovendo nubi e spazzando ombre, lasciando una scia di luce ovattata, irreale. Da essa emersero lampi di ricordi e immagini, volti e voci conosciuti e ignoti, un mare affaccendato di silenzi e schianti improvvisi.

orologi_16In un solo istante vidi scorrere dinanzi ai miei occhi la vita di intere generazioni di Wells: mio padre, mio nonno, gli avi che conoscevo solo dai ritratti appesi alle pareti, erano tutti lì e mi guardavano con un misto di pietà e disprezzo che non potevo tollerare oltre. “ Andatevene! “ gridai, prossimo alla follia “ Non capite? Non capite perché lo faccio?

D’improvviso la ragione di tutto quello mi si palesò in tutta la sua innocente stupidità: se quello che il vecchio H. G. Wells aveva raccontato era vero, ed io avevo sempre creduto, nel profondo della mia anima, che lo fosse, come avrei mai potuto ignorare quel richiamo, quella voce dentro di me?

Nessuno avrebbe potuto perdonarmi per un atto di tale viltà, nessuno. Forse, pensai solo Dio, un giorno, alla fine dei tempi, ammesso che il Tempo possa mai esaurire la sua corsa, perdonerà la mia codardia ed io, ignaro custode del suo mistero più grande, sarò condannato a vivere per sempre prigioniero del rimorso di quell’istante mai svelato.

Ma allora, davanti alle porte dell’infinito che mi si aprivano ammiccanti, consapevole della scelta cui venivo delegato da tutta la famiglia Wells, io, H. G. Wells IV junior, cosa mai avrei potuto decidere?

Potevo mai cedere alle lusinghe del regime che difendeva la logica del pensiero unico e dell’ortodossia come unica difesa dalla dolorosa anarchia delle idee e dei sogni, spesso infranti, e ignorare quel segno di novità e mutamento?

Per un attimo avevo provato l’istinto di recuperare il cilindro, chiuderlo in tutta fretta, rimetterlo in bella mostra nella cristalliera, chiuderla a chiave e dimenticarmi di ogni cosa.

Ma poi, compreso il richiamo della carne e della ragione, liberato lo spirito di libertà e conquista – solo sopito dal vivere quotidiano, ma mai del tutto domo – improvvisamente, come illuminato da quelle nere profondità che si celavano all’interno del cilindro, seppi che la stirpe dei Wells avrebbe potuto seguitare a viaggiare nel Tempo solo contando sul mio aiuto.

Si fosse trattato anche solo di raccontare le imprese di qualcun altro… non importava.

Così, di nuovo padrone di ogni mia emozione, calmo e risoluto come quando mi ritrovavo in laboratorio a imbrigliare particelle di energia, raccolsi da terra il cilindro, lo deposi sulla scrivania e… fu allora, allo scoccare della mezzanotte, al solenne vagito di un nuovo giorno che il cilindro, freddo e alieno come uno straniero in cerca di guai, improvvisamente si animò di vita propria.

spaziotempo_11Dapprima una serie di quelle che non esitai a interpretare come scariche elettriche lo sconquassarono facendolo di nuovo cadere a terra. Le scariche sembravano provenire dall’interno, si avviluppavano come spirali intorno al cilindro e si disperdevano poi come raggiere di fuoco.

Percepii distintamente l’odore del legno e delle fibre di lana del tappeto che erano bruciate. Le saette scaricarono all’impazzata per alcuni secondi, duranti i quali rimasi immobile, domandandomi cosa sarebbe potuto succedere se una di quelle mi avesse colpito.

Sembrava un puro concentrato di energia nelle mani di un cieco e folle dio dell’antichità ma, stranamente, nessuno degli oggetti colpito dalle scariche sembrò venire danneggiato. Dedussi, in un sussulto di ragionevole lucidità, che era stata l’incandescenza iniziale del cilindro a causare le bruciature e non le successive scariche, probabilmente di un tipo a me assolutamente sconosciuto.

Quando, un poco alla volta, il fenomeno si ridusse di intensità, scorsi sul pavimento, approssimativamente nel punto in cui il cilindro aveva generato quel vortice di energia, quelli che sembravano fogli di carta fumante.

Mi avvicinai e istintivamente li raccolsi, sforzandomi di convincere me stesso che era tutto vero, che non stavo sognando. Subito mi colpì il fatto che la carta sembrava ghiacciata, rigida e fredda come se tenuta per anni in un congelatore. Ma la cosa più sorprendente e tragica, se volete, fu scoprire che i fogli erano assolutamente bianchi.

Avanti e dietro, senza neppure un segno o una piega. Sottili e immacolati come la coscienza di un bambino appena nato.

viaggio nel tempo_13Un misto di disperazione e rabbia mi salì dallo stomaco fino in gola, tanto da generare un urlo che mi ghiacciò il sangue nelle vene. Tutta la situazione stava diventando sempre più grottescamente assurda.
Peccato che, in quel frangente, non riuscissi assolutamente a coglierne gli aspetti ironici, ma soltanto quelli più deprimenti e funesti. Qualcosa non aveva funzionato a dovere, era chiaro, da qualunque Luogo e Tempo fosse stato inviato, il messaggio era andato perduto per sempre.

Non potevo credere ad una cosa del genere, era davvero troppo. Alle soglie della più grande scoperta dell’umanità, il Tempo aveva deciso di fare un passo indietro, di lasciare le cose come stavano: tutto avrebbe continuato a svolgersi con un inizio e una fine, lungo la via tracciata dal fallimento di altri mille esploratori.

Non riuscivo ad accettare l’idea che tutto si riducesse a quello, un’illusione infranta a pochi passi dal suo compimento. Perché dare le ali a un Angelo se poi lo si costringe a restare a Terra? Quella e altre domande mi turbinavano nella mente, facendomi impazzire di dolore.

Restai ancora alcune ore a meditare in silenzio, assopendomi di tanto in tanto, sognando e urlando ogni volta che riaprivo gli occhi scoprendomi da solo in mezzo al vuoto di quella follia.

L’indomani, di cattivo umore, tralasciai ogni cosa, dedicandomi alla correzione dei compiti in classe dei miei studenti. Ci andai giù pesante, una vera strage degli innocenti, ma qualcuno doveva pure pagare per tutte le sofferenze e le ingiustizie che mi erano state riservate.

Fu mentre leggevo della fantasiosa interpretazione data dalla mia studentessa preferita a proposito del legame tra la Storia e la Numerologia ( interessantissima teoria che spero di avere occasione di approfondire con Voi in futuro ) che un’idea tanto bislacca quanto prepotente si affacciò al mio cervello.

Poteva mai un genio, seppure scellerato, come la tradizione di famiglia riportava, del calibro di H.G. Wells junior commettere un errore tanto banale come quello di trasmettere dal futuro un documento vuoto? La risposta possibile era solo una: NO, non poteva.

E allora? Dove stava la spiegazione di quell’enigma piovuto dal Tempo? Gettai per aria i compiti ancora da correggere e corsi in biblioteca.

orologi_21Recuperai i fogli trasmessi con il cilindro e mi chiusi in laboratorio a sperimentare tutte le possibili analisi di radio-scansione per cercare di scoprire cosa fosse celato sotto la superficie. Rimasi chiuso in laboratorio per quasi tre giorni, prima che il Rettore dell’Università venisse a prendermi e – sotto la minaccia di licenziarmi in tronco per assenza ingiustificata – mi trascinasse in aula per la gioia – invero di breve durata – dei miei studenti.

Nessuno degli esperimenti da me eseguiti aveva avuto successo, pertanto dovetti rassegnarmi all’idea che – per quanto fosse doloroso ammetterlo – la mia scienza era ancora troppo limitata per poter aspirare di comprendere il genio dei Wells.

Avrei conservato unicamente il ricordo di un’avventura incompiuta, tanto grandiosa quanto inutile. L’umanità non avrebbe mai saputo quanto ero stato vicino allo scoprire la porta di comunicazione con il Tempo, ma tanto bastava. Avrei custodito io il segreto, cullandomi nell’illusione di sapere come Wells jr. avrebbe utilizzato il suo potere per studiare e migliorare il mondo.

Un mese dopo, giorno più giorno meno, mentre me ne stavo placidamente sdraiato in soggiorno a leggere un intrigante romanzo di Anne Rice, l’urlo agghiacciante della mia domestica mi fece letteralmente balzare in piedi dallo spavento.

Mi precipitai verso la biblioteca e la scorsi distesa a terra, svenuta, accanto alla cristalliera che ospitava la collezione di sigari. Mi chianai su di lei, le diedi un paio di schiaffetti e provai a rianimarla con il profumo del mio adorato Camus del ‘42.

La donna si lamentò per un poco, scosse la testa e, annusata la fragranza del cognac, tentò di attaccarsi al collo della bottiglia con labbra avide. Con un moto di malcelato terrore le sottrassi abilmente la bottiglia di Camus, la schiaffeggiai ancora un paio di volte, delicatamente ma con fermezza, e attesi che interrompesse quel suo incomprensibile biascichio fatto di eslamazioni pittoresche e nomi di santi francamente dubbi.

Poi, finalmente, riaprì gli occhi. Non appena mi vide cacciò un urlo e svenne di nuovo.

Indispettito, le adagiai a terra il capo e mi versai un sorso di cognac. Al diavolo, tutte quelle grida avevano turbato, e non poco, la mia sensibilità.

Mi domandavo cosa mai potesse averla spaventata a quel modo. Mi guardai attorno ma senza scoprire nulla di anormale. Poi girai lo sguardo verso la cristalliera e quasi finii per strozzarmi dallo stupore: sembrava che un terremoto avesse messo a soqquadro tutta la collezione di sigari. Nessuno di loro era nella posizione che ricordavo, la maggior parte caduta dal proprio piedistallo o rovesciata sul fianco. Un vero disastro.

sigaro_05La cosa più strana fu che compresi all’istante chi era il colpevole di tutto quello sfacelo.

Se ne stava lì, immobile e vagamente occhieggiante nel suo lucore pallido e malinconico, come un viaggiatore stanco e bisognoso di attenzioni. Aveva una forma diversa da quello che avevo trovato tempo prima, ma era costituito chiaramente dello stesso materiale. Aprii la cristalliera con delicatezza, più che altro per il timore che qualcuno degli antichi sigari dei miei avi potesse cadere e danneggiarsi ulteriormente.

Alle mie spalle sentii rinvenire la domestica e decisi di occuparmi di lei prima di proseguire. Mi giurò e spergiurò di non essere stata lei a combinare quella “tragedia” – usò proprio quel termine – e si lasciò andare che la stessa cosa era successa tempo prima, non ricordava quando. Confessò che, in passato, aveva deciso di non dirmi nulla in quanto io mi trovavo fuori di casa per lavoro e poi perché era riuscita a rimettere a posto tutto perfettamente verificando che nessuno dei sigari avesse subito danni.
La rassicurai e la ringraziai per la sincerità, dopo di che – assicuratomi che stesse bene – le diedi una grossa mancia e le concessi una serata libera. Feci fatica a liberarmi di lei e dei suoi ringraziamenti, ma alla fine fui di nuovo solo.

Solo io e il nuovo cilindro del Tempo, proveniente da qualche piega del Futuro, o forse del Passato, impossibile saperlo.

Questa volta decisi di agire con calma e fermezza. Arrotolai il tappeto, spostai sedie e scrivania, poggiai per terra un portavaso di ceramica e posi al centro di esso il cilindro di H. G. Wells jr.

Guardai l’orologio: le 20 in punto. Un orario disdicevole se quello che ritenevo si fosse dimostrato vero, e cioè che il meccanismo di apertura fosse programmato per scattare allo scoccare della mezzanotte, come la volta precedente.

Decisi di occupare il tempo che mi separava dalla mezzanotte per scoprire le eventuali diversità di questo nuovo “portasigari” rispetto al precedente.

Questo aveva dimensioni maggiori, sia per quanto riguardava la base – sempre sferica – che per quanto si riferiva all’altezza, ed era in uno stato di conservazione nettamente migliore. Appariva levigato con cura e senza l’ombra di un’ammaccatura, come appena uscito dalle mani del suo creatore.

Azionai con cautela ma anche con sufficiente destrezza il dispositivo di apertura alla base, esplorai con la torcia l’interno del cilindro – assolutamente invisibile nella sua totale assenza di luci – e, dopo aver collocato nuovamente il manufatto al centro del portavaso, mi disposi all’attesa.

I minuti passavano con una lentezza assolutamente inaudita, senza che nulla lasciasse presagire un mutamento nello stato di quiete del cilindro. Dovetti abbandonare l’idea di ingannare l’attesa bevendo cognac in quanto, già al secondo bicchiere, le lancette dell’orologio mi parvero rallentare la loro corsa, per non dire arrestarla del tutto.

orologi_20Non sarei stato in grado di sostenere un nuovo colpo di scena di quella portata, così mi abbandonai sulla poltrona di nuovo in compagnia del libro di Anna Rice. Pochi istanti prima della mezzanotte, mentre ero arrivato al punto in cui Marius e Pandora incontravano Mael, senza ulteriori preavvisi, dal cilindro posto in verticale fuoriuscì una sottile e rapidissima saetta.

Balzai in piedi senza esitazione e mi avvicinai al portavaso per osservare meglio. Seguirono, a breve distanza tra loro, altre 3 o 4 scariche isolate. Osservando con attenzione notai come l’estremità della scarica si disperdesse, apparentemente, nel nulla senza toccare un qualunque oggetto posto nella stanza.
Mano a mano che le scariche si infittivano, notai prendere forma intorno ad esse una specie di involucro sferico e semi trasparente, ciò che non esitai a concepire come uno schermo di energia protettiva. Il fenomeno era accompagnato da secchi suoni come di frustata, e da una sensazione di rarefazione dell’aria, come se l’ossigeno presente nella stanza venisse assorbito all’interno del campo di energia.

Poi, d’improvviso, il suono si fece più basso ma non meno spaventoso, come quello di una gigantesca onda che si ritrae per prendere vigore e scaricare quindi la sua forza distruttiva su chilometri e chilometri di costa.

I lampi si fecero addirittura frenetici e luminosi come girandole, fino a collassare formando un piccolo e freddo sole di circa 30 centimetri di diametro.

In quell’attimo le pareti del campo di energia parvero sul punto di implodere, risucchiate fino quasi a toccare il collo del cilindro – che seguitava a restarsene impassibile al suo posto al centro del portavaso – per poi tornare a espandersi ed esplodere in uno scoppio sordo, per certi versi assolutamente inadeguato alle circostanze che lo avevano generato.

Un vento gelido e saturo di ozono mi investì scaraventandomi a terra assieme al carrello bar e all’adorata bottiglia di Camus. Impaurito e perplesso, ma assolutamente illeso, non potei che rattristarmi per la perdita di quel prezioso distillato di Francia, ma la vista di un foglio svolazzante che ricadeva languidamente verso il cilindro mi fece sobbalzare di eccitazione.

Al diavolo il Camus!, pensai, in un impeto di follia emotiva.

Se quel foglio conteneva ciò che credevo… avrei persino potuto smettere di bere cognac!

Mi lanciai su di esso con lo slancio e la bramosia di un bambino, afferrandolo prima ancora che riuscisse a toccare terra. Lo strinsi forte al petto lasciandomi andare ad una volgare quanto beneaugurate invocazione, quindi mi disposi ad osservarne il contenuto.

In preda ad una febbrile eccitazione lanciai un veloce e rapace sguardo alle due facciate: un urlo silenzioso ma di una devastante intensità sconquassò il mio essere. Mi lasciai cadere come una marionetta cui un malvagio puparo avesse reciso i fili, incapace di pensare una qualunque cosa.

orologi_28Ebbene sì, anche quella nuova pagina appariva assolutamente bianca, priva di segni o simboli che lasciassero intuire l’esistenza di un qualsiasi messaggio. E non avevo più nemmeno a disposizione la bottiglia di Camus per consolarmi. Era davvero troppo!

In un incontrollabile moto d’ira accartocciai il foglio di carta, lo strappai… o meglio, tentai di farlo. Con mio grande disappunto, infatti, la carta resistette al tentativo di lacerarla.

A dir la verità, guardando meglio, mi avvidi che non si trattava di vera e propria carta, bensì di un qualche supporto di natura sconosciuta ma dotato di straordinarie proprietà di resistenza ed elasticità. Il foglio, in mancanza di altre indicazioni continuerò a chiamarlo in questa maniera, il foglio – dicevo – aveva ripreso la sua forma originaria e risultava del tutto intatto… tranne che in un punto!

Con il cuore che mi batteva all’impazzata e la gola secca per il succedersi delle emozioni e degli stati d’animo, esaminai con maggiore attenzione il foglio che, effettivamente, appariva danneggiato. Con una lente di ingrandimento mi avvidi che uno dei vertici del foglio risultava slabbrato. In quel punto, infatti, si sollevava un minuscolo lembo di quello strano supporto elastico e risultava evidente che il foglio fosse costituito da almeno due strati differenti di materiale.

Sempre più eccitato mi misi alla ricerca di un’altra pinzetta, quella usata in precedenza era stata inghiottita dal cilindro la prima volta!, e, una volta trovatala, decisi che avrei tentato quel nuovo esperimento, a costo di danneggiare per sempre il foglio di simil-carta. Mentre afferravo con la pinzetta il lembo e iniziavo a tirarlo verso di me delicatamente, mi convinsi sempre più che dovevo aver ragione. Non poteva che essere così! Quello strano supporto elastico doveva essere stato applicato per proteggere il documento sottostante e solo asportandolo sarebbe stato possibile leggere ciò che H. G. Wells jr. vi aveva scritto!

Con mia sorpresa lo strato protettivo si lasciò strappare senza opporre resistenza, rivelando una superficie di cellulosa leggermente opaca e assolutamente priva di alcun carattere alfabetico. Va bene, mi dissi, fingendo che la rabbia potesse da sola vincere la sensazione di sconfitta che sentivo crescere in me, hai vinto tu, maledetto! Ma bada bene di trovarti qualcun altro da prendere in giro per il futuro!
Futuro… quella parola parve gelarmi il sangue nelle vene, non potevo rassegnarmi all’idea che un messaggio mi fosse giunto dal Futuro e io, insignificante uomo di scienze, non fossi stato in grado di decifrarlo! Cosa mai avrebbero detto di me i posteri o, peggio ancora, i miei avi!, se avessero saputo del mio fallimento…

Poi, con la lenta consapevolezza che, come diceva la mia prof. di filosofia “ La stupidità è solo l’altra faccia della genialità “ mi trovai a pensare che, se avevo deciso di fare lo scienziato e, dunque, di rinunciare alle tentazioni della sorte per affidarmi alle empiriche certezze dell’intelletto, un motivo c’era… ed era che non ero mai stato un tipo fortunato al gioco. Ed io, in fondo, fino a quel momento, avevo solo giocato, e perso, con la sorte. Avevo puntato tutto su “croce” ed invece era uscito “testa”, ma poco importava, ora.

L’importante era che, adesso, avessi compreso l’errore in cui ero caduto.

Avevo strappato il supporto protettivo dal lato sbagliato del foglio, non poteva che essere così, stavolta ne ero certo! Per poter arrivare intatto fino a me da chissà dove, il foglio doveva essere stato protetto da entrambi i lati, ed io – per mia naturale incapacità a gestire l’azzardo – avevo scelto di cominciare ad esaminarlo dalle parte sbagliata, tutto qua.

Con sicurezza e decisione esaminai il foglio dall’altra parte, individuai il punto di minima resistenza all’angolo di un vertice e, dopo un paio di tentativi andati a vuoto, riuscii ad agganciare il velo di supporto in simil-plastica che lo ricopriva.

viaggio nel tempo_20Mentre asportavo l’opaca e impenetrabile pellicola, chiusi gli occhi. Terminata l’operazione di strappo contai fino a dieci prima di riaprirli. Sul foglio di carta che tenevo in mano, fragile come uno di quei sogni che il risveglio cancella dalla memoria dell’uomo, in caratteri minuti e ordinati come quelli di un frate benedettino, lessi: “ Caro nipote, ho dimenticato se sei il III o il IV, ma non avertene a male, abbi pazienza, la verità è che qui, dove mi trovo, è un vero casino. Ho fatto qualche errore nelle spedizioni precedenti, ma ora la bussola spazio-temporale sembra stabilizzata a dovere, se è così dovresti ricevere questo messaggio verso la mezzanotte del 12 ottobre 1988. Può darsi che tu abbia già ricevuto mie notizie in passato ( chiamiamolo ancora così, per il momento… ) ma ora rasserenati, non sei pazzo! E’ tutto vero, a cominciare dal mio desiderio di raccontarti tutto. Ebbene, mettiti comodo e prenditi qualcosa da bere ( mi dispiace per il Camus, te ne farò arrivare una bottiglia in sostituzione appena possibile ): il mio nome è Herbert George Wells Jr. e tutto è cominciato il giorno in cui mio nonno, H. G. Wells, sì figliolo, proprio lui…

Mi sedetti e proseguii la lettura per ore e ore. La scrittura di H.G. Wells Jr. prendeva vita sul foglio man mano che lo leggevo, come una creatura viva e pulsante. Non potrò riferirvi tutto ciò che mi disse quella notte ma, se avrete l’accortezza di tenerlo riservato e la pazienza di seguirmi nei prossimi numeri di questo blog, vi prometto che ve ne svelerò una buona parte…

Il Vostro affezionatissimo H. G. Wells IV junior.
traduzione di Stefano Bon @ 2015

 

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