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Sentinella, quanto resta della notte?

Apocalisse Z: mai dire Zombie!

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la copertina dell’edizione italiana, edita da Editrice Nord

Il libro di Manel Loureiro avrebbe dovuto intitolarsi «Apocalisse Z: mai dire Zombie!», e questa – purtroppo per lui e la sua creatura – non è davvero una recensione, ma piuttosto, visto che siamo in tema, un’autopsia.

E stato più forte di me, come un impulso irrefrenabile: quando leggo certe cose, così come quando le vedo o le sento, non riesco a far finta di niente. Probabilmente sarebbe meglio se lo facessi, ma davvero, non ci riesco. Quindi è solo colpa mia, Loureiro non c’entra, anche se questo suo libro ( mi fa un po’ orrore chiamarlo libro ) ha venduto, pare, duecentomila copie, impossibile che le abbia ordinate tutte lui o abbia obbligato parenti e amici a farlo, nessuno ha tanti amici, nemmeno su Facebook, dicevo che se anche questo libro ha venduto tanto, non è un bel libro, direi proprio che sia l’esatto contrario di un bel libro.

Quanti guardano il Grande Fratello o leggono Chi, e allora? Saranno mica  lo share e le copie vendute di uno o dell’altro a stabilire se sono prodotti di pregio… Ma se leggete questo blog credo che avete capito al volo, del Grande Fratello di Mediaset e del Chi di Signorini, non ci frega molto, e nemmeno di chi guarda l’uno o legge l’altro o di chi, peggio che andar di notte, fa entrambe le cose!

Quindi,  ecco spiegato il perchè del termine autopsia: questo libro è come un cadavere in putrefazione, non dirò uno zombie per non far torto a Loureiro, ma dovreste leggerlo comunque. Prima o dopo, non importa, dovreste leggere la mia autopsia. Così, tanto per farmi sapere se il cadavere che ho ispezionato era davvero affetto da tutte quelle patologie e malformazioni che ho riscontrato, o se invece me le sono inventate di sana pianta.

Ci tengo alla vostra opinione, anche perchè ci ho lavorato di notte all’autopsia, e me ne sono giocate un bel po’, di notti. Il paziente era morto, morto-morto, e per fortuna non è tornato in vita neppure quando poggiavo la testa sulla scrivania e perdevo i sensi per la stanchezza di scrivere il referto autoptico. Spero di non avervi annoiato o fatto passare la voglia: non fate gli schizzinosi, quante volte vi è capitato di poter leggere l’autopsia di uno zombie?

zombies---smallQuando avevo circa 10 anni e me ne stavo seduto insieme ai miei fratelli sul capiente sedile posteriore della Ford Taunus di mio padre, uno dei giochi da viaggio che preferivo per passare le ore che ci separavano dall’arrivo al mare, era quello chiamato delle «parole proibite». Il gioco era molto semplice: a turno bisognava rispondere alle domande degli altri partecipanti facendo attenzione di non pronunciare mai alcune parole che loro stessi avevano etichettato come proibite. Le domande erano fatte apposta per far cadere in errore chi doveva rispondere, e il divertimento stava proprio nel far pronunciare le parole proibite a chi stava sotto senza che questi nemmeno si accorgesse di averlo fatto. Non so se ci sono ancora bambini che conoscono quel gioco, forse nemmeno genitori, ma leggendo il romanzo di Manel Loureiro, «Apocalisse Z», il dubbio s’è trasformato in certezza: qualcuno esiste!

La scoperta, di per sé sorprendente, solo in apparenza è una buona notizia, in quanto l’essere capaci di non chiamare le cose con il loro nome può andar bene se si sta giocando a Parole proibite, un po’ meno se si scrive un romanzo come quello di Loureiro, imperniato sulle vicende di un giovane avvocato spagnolo, residente a Vigo, che si trova improvvisamente catapultato in un mondo impazzito, dove l’umanità è stata trasformata in zombies famelici. Loureiro avrebbe sbancato al gioco delle parole proibite: la parola «zombie», infatti, non compare nemmeno una volta in tutte le 400 e passa pagine del libro, e non è un errore o una dimenticanza del traduttore, niente affatto. Tutto ciò appare come un tale esercizio di penitenza autoinflitta che non può passare inosservata né tantomeno essere taciuta.

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la copertina dell’edizione spagnola del libro

Ma da qui a fare a Loureiro i complimenti per questa impresa ce ne passa. Qualcosa non quadra e non ci vuole poi molto a capirlo. Partiamo dal titolo, che in originale è «Apocalipsis Z».

Passi per Apocalipsis, ma la Z cosa dovrebbe rappresentarci? Vediamo se ci viene in mente qualcosa… Ad esempio, Z potrebbe stare per zainetto ( quello che l’intraprendente avvocato, fresco vedovo, utilizza per trasportare i pochi oggetti che si porta appresso nella fuga ) ma è evidente che non può essere così, no, la Z deve indicare qualcos’altro. Forse potrebbe riferirsi al fatto che l’umanità è arrivata alla fine, l’Apocalisse sta arrivando, la Z rappresenta l’ultima lettera dell’alfabeto, come a dire corsa finita, game over? Mmmm, la spiegazione ci soddisfa più della precedente ma non ci convince. Senza volere esasperare la situazione andando alla ricerca di vocaboli che iniziano con la Z ma che nulla hanno a che spartire con l’Apocalisse ( zanzare? zoccole? Zulu? ecc. ) alla fine il dubbio che quella Z nel titolo voglia dire proprio Zombies si fa sempre più strada.

Da lettore appassionato da sempre di storie al confine tra realtà e fantasia, un titolo come questo mi ha attirato e incuriosito: in un periodo, poi, dove non solo il cinema ma anche la televisione ha invaso le case con storie di zombies, è lecito supporre che, se intitolo un libro Apocalisse Z e nella seconda di copertina leggo ( testuale ): « … Ormai niente è più come prima… Nessun uomo gira per le strade. Perché chi lo fa non è più un uomo. E’ diventato uno zombie. Ha trent’anni. E’ un avvocato. Vive in una cittadina della Galizia, in Spagna. E forse è l’unico sopravvissuto all’Apocalsse Z… » il libro che ho tra le mani ( e decido, ahimè, di comprare ) mi racconterà una storia di zombie, ne ho la certezza!

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una delle locandine pubblicitarie del film “Zombi” di George A. Romero

E Loureiro, in sintesi, fa proprio questo: scrive un libro che racconta di un’apocalisse determinata dagli zombies, lo mostra chiaramente in copertina con titolo e immagine evocativa, lo ribadisce nella celeberrima citazione posta all’inizio del romanzo nella quale cita ( giustamente! ) il film Zombi di George A. Romero con questa frase, ormai passata alla storia non solo del cinema: « Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla Terra ». Poi però, dopo aver gettato un bel po’ di sassi, ritrae la mano come a volerci far credere di non avere mai sentito parlare in vita sua di zombies, né lui né gli altri 6 o 7 miliardi di sfigati che ( non avendo a disposizione un gatto portafortuna ) vengono travolti dall’Apocalisse Z.

A onor del vero, mentre preparavo questo articolo e rileggevo alcuni passi del libro, a pag. 47 ho avuto un sussulto. Il quarto paragrafo, infatti, inizia così: « Internet è un brulichio di voci, l’una più assurda dell’altra. Invasione di alieni, trematodi parassiti, mutanti, morti viventi, lavaggi del cervello di massa… non c’è che l’imbarazzo della scelta. Ma dobbiamo essere razionali, cazzo. Si tratta di una malattia, la contrai, oppure no. E se la contrai, crepi. Pum. Chiuso. Ciò nonostante sono convinto che ci sia qualcos’altro, qualcosa di veramente orribile… ».

Quel richiamo alla possibilità che si tratti di morti viventi, seppure passando per un termine sinonimo di zombies, rischiava di spazzare via la mia prospettiva di analisi. Ma l’ipotesi in questione viene accantonata con un assunto che neppure la logica aristotelica avrebbe saputo confutare ( ma forse il principio base dell’indagine poliziesca di Sherlock Holmes, sì: «Una volta eliminato tutto ciò che è impossibile, quello che rimane, per quanto improbabile, deve essere la verità» ): « Dobbiamo essere razionali, cazzo ».

zombie_horde_by_joakimolofsson-d5mudbkChe detto da uno che a pagina 45 ( cioè due sole pagine prima ) racconta nel suo diario di quanto appena visto alla TV ( non sappiamo se dalla D’Urso o dalla Vita in Diretta, edizione spagnola ovviamente ) in questi termini: « Si tratta d’immagini dagli Stati Uniti, prese da un elicottero. E’ un imbottigliamento su un’autostrada. Di colpo è apparsa una ventina di persone barcollanti, che avanzavano lungo la corsia d’emergenza e assalivano i conducenti bloccati nei loro veicoli. La scena era orribile. Durava meno di un minuto, ma mi ha fatto venire i brividi. Giurerei di averli visti mordere gli autisti. E’ impossibile. Che cazzo succede a quella gente? » suona davvero come un’ammissione di colpevolezza. Cioè la colpa di chi per passarla liscia finge di essere fesso.

Perché anche qui, come in tutta la storia che segue, c’è un interminabile ricorso ai più stra-abusati luoghi comuni narrativi sugli zombies ma neppure una vaga consapevolezza del fatto che si stia parlando di loro o che si stia facendo della macelleria di genere a buon mercato. Come a dire che Loureiro ha visto, forse a sua insaputa, tutti i film di Romero e ha preso nota inconsciamente delle geniali osservazioni del regista americano sull’iconografia dello zombie-tipo ma non ha mai fatto caso che il libro da lui stesso scritto parlasse di loro, davvero un po’ troppo per riuscire a credere alla sua onestà intellettuale.

Ma il problema non è solo che l’ispirazione di Loureiro ha un sentore di plagio-globale-intellettivo, ma soprattutto che gli zombies di Loureiro e i protagonisti della storia ( in ordine di importanza: un giovane avvocato, il suo gatto persiano, un pilota di elicotteri ucraino, una bella diciassettenne dai seni turgidi, una suora diplomata alla Prova del Cuoco ) risultano personaggi di carta, sfacciatamente privi di credibilità e spessore, marionette senza anima, attori di terz’ordine che recitano un copione trito e ritrito, come copie carbone, appunto, di personaggi da storiacce di serie Z ( qui la Z ci sta! ).

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zombie? No, Manel Loureiro

Nonostante ciò Loureiro si prende molto sul serio e tenta in tutti i modi di farcelo credere, ma il suo è un peccato di superbia, che lo induce a ritenere i potenziali lettori tanto ignoranti e sprovveduti da non essere in grado di cogliere e smascherare la pletora di trucchetti e furbizie narrative di terz’ordine cui ricorre per mantenere desta l’attenzione. La sospensione dell’incredulità che un autore, uno scrittore come un regista, si trova a volte a chiedere al proprio pubblico, va bene, ma fino ad un certo punto! Indiana Jones, nel primo film, attraversa l’oceano aggrappato ad un sottomarino, e va bene! Tom Cruise, nelle sue varie Missioni Impossibili, ne fa una più di Bertoldo… e va bene! Ma Loureiro esagera, non è credibile, ci ha preso tutti per gonzi, non voglio dire come quelli che guardano Il Grande Fratello o leggono Chi, ma come quelli che, ormai adulti, credono ancora che Babbo Natale porti i regali sorvolando il globo con la slitta trainata da renne, questo sì!

Attingendo all’originalità più sfrenata dei B-movie, infatti, gli zombies-non zombies di Loureiro camminano barcollando e strascicando i piedi, non corrono ma avanzano inesorabilmente senza arretrare dinanzi a nulla, sono insensibili alle più atroci mutilazioni subite, fanno versi cavernosi che paiono provenire dall’Inferno stesso, si deliziano nello straziare a morsi la carne degli umani, risultano infettivi se mordono o graffiano l’essere umano che così è spacciato e nel giro di alcune ore si trasforma, sono stati generati da esperimenti segreti condotti scienziati folli andati a carte quarantotto per colpa di terroristi… e ancora: si muovono a gruppi, apparentemente senza meta ma attratti da ogni cosa viva che si muove, da ogni rumore, ripetono coattamente comportamenti appresi in una vita precedente, del tipo: recarsi al supermercato, andare a fare benzina, visitare un parente all’ospedale… smettono definitivamente di fare le loro schifezze, cioè muoiono sul serio, solo se gli si spacca la testa e quel poco di cervello che gli rimane, non importa se sparati o presi a badilate, purché il cervello venga spappolato.

lots-of-zombies1Insomma, non uno straccio di idee e prospettive di analisi personali, il piattume più desolato e stucchevole, condito dall’assoluta mancanza di credibilità che solo in apparenza è un ossimoro quando si parla di una storia di zombies: la credibilità di una storia non viene raggiunta solo quando ci convince che è vera, ma quando ci fa ritenere che potrebbe esserlo.

Leggendo Loureiro, invece, si capisce subito che la sua storia non sta in piedi. L’unica logica che interessa l’autore è quella di confondere e sviare, di far credere che l’irrazionalità degli eventi descritti è tale da aver fatto perdere le coordinate non solo al protagonista, ma a tutta l’umanità, peccato che per credere a questo sia necessario che anche il lettore si presti a questa messinscena, e si astenga dal valutare criticamente le contraddizioni e le incoerenze di cui il racconto risulta infarcito… Davvero un po’ troppo.

Ma leggiamo insieme a pag. 61: « … ( alla TV ) Inoltre ripetono con insistenza di non cercare in nessun caso di stabilire un contatto con gli infetti e, nel caso in cui si venga attaccati, di evitare di essere morsi o graffiati. E’ comparso un militare… ( … )… si è raccomandato , in caso di aggressione, di colpire in testa l’assalitore. Con un bastone, un machete, un proiettile, in qualsiasi maniera, ma cercate in tutti i modi di fermarli rompendogli la testa. Tutto il resto non serve. Sono rimasto allibito di fronte ad un simile messaggio, ma è troppo tempo che la situazione sta degenerando e niente mi sorprende più di tanto … » E non pago, appena un paragrafo più sotto, Loureiro rimugina ancora: « Quello su cui i pareri non sono unanimi è il reale stato fisico dei contagiati. C’è chi dice che sono sani, ma come impazziti, mentre altri affermano che si trovano alle soglie della morte. E aumentano sempre più le voci secondo cui si tratta di morti veri e propri, per quanto incredibile possa sembrare». Insomma, in assenza dei salotti televisivi del Bruno Vespa spagnolo, il protagonista si affida alle voci che giungono da TV, radio, internet ( sempre questo riferimento a voci vaghe, indefinite, difficilmente verificabili… Ma non ci troviamo nell’era dei social network? Così come le sorelle Kardashian postano clip e immagini ogni volta che si siedono sulla tazza del cesso, così come vengono caricati video da ogni angolo del mondo per mostrare ogni genere di vicende, dalle più innocue alle più tragiche, come può non esserci nel presunto mondo di Loureiro un video, un solo video caricato su Youtube che mostri gli zombies sotto la casa del vicino o nella piazza del paese? ).

27821A metà di pagina 69 viene aggiunto un tassello al puzzle dello zombie-tipo, ma ormai le riflessioni masturbatorie del protagonista assumono toni da comicità involontaria. Non è possibile credere che questo coglione di avvocato, come è evidente ormai a tutti sia il protagonista del romanzo, non abbia ancora capito che si tratti di zombies! Ma soprattutto, visto che quello che abbiamo tra le mani è un romanzo di 400 pagine e la storia è solo all’inizio, viene da domandarsi come possa, ribadisco, questo coglione, essere il prescelto, l’essere umano destinato a rappresentare l’umanità nel dopo Apocalisse.

Di sicuro c’è voluta la raccomandazione di Loureiro, che – guarda caso – come il protagonista fa l’avvocato, vive nella stessa cittadina ed ha la stessa età… Come a dire: sono io il figo che sopravvive all’Apocalisse e adesso vi racconto come si fa. E guardate che le mie non sono cattiverie gratuite: a ulteriore conferma di quanto vi ho detto finora c’è anche il fatto che il protagonista della storia non ha un nome! Dall’inizio alla fine del romanzo non ci viene detto come si chiama, perché in effetti non serve: è Loureiro stesso il protagonista, è lui, il suo alter ego.

Trovo questa soluzione narrativa puerile e contraddittoria. Puerile perché, traendo ispirazione da sé stesso, sembra voler affermare un immaginario e irrisolto conflitto tra paura e coraggio, senza però avere la sincerità di ammetterlo. Contraddittoria perché, pur scrivendo un diario destinato ai posteri, non si preoccupa neppure di far sapere il suo nome, così che un domani si possa intitolare a lui una piazza o una serie TV…

Io di sicuro, comunque, non mi sento rappresentato da lui come superstite del genere umano, e non vorrei mai esserlo. Nemmeno se fossi il suo gatto.

28-cool-zombie-scary-halloween-artwork-illustrationMa leggiamo cosa scrive l’autore a pagina 69: « Ormai si ammette ovunque che gli infetti sono cadaveri, tornati in qualche modo alla vita. Il virus, o qualsiasi altra diavoleria sia stata dispersa accidentalmente dai russi in Dagestan, provoca un crollo completo delle difese dell’individuo, infezioni multiple, emorragie e, nel giro di poche ore, la morte. Trascorso un lasso di tempo non molto chiaro, la persona si risveglia, ma non è più quella di prima, ormai è una di loro. Aggredisce qualsiasi essere vivente che le si pari davanti, non riconosce nessuno, non sembra comunicare in nessun modo e non pare avere obiettivi. Semplicemente attacca. Si citano addirittura casi di cannibalismo e, a quanto sembra, l’unica maniera per far morire una volta per tutte queste creature è distruggerne il cervello ». Ce ne sarebbe davanzo per chiamare in soccorso del protagonista la neuro, anche perché nonostante gli indizi sparsi in bella mostra dall’autore, ancora non capisce, anzi, alla riga sotto torna a rincarare la dose: « Sono una persona razionale e sensata, ora dovrei farmi una grassa risata davanti a una teoria degna di un film horror di serie B, ma non posso. Se gli ultimi giorni mi hanno insegnato qualcosa è che tutto è possibile. E, per quanto assurda possa sembrare, credo che questa sia la verità. I morti tornano sulla Terra e vogliono eliminarci. Siamo fottuti ».

La prima domanda che mi viene in mente è questa: ma che cazzo di B-movie ha visto nella sua vita Loureiro, alias il protagonista, per non sapere che i morti che tornano in vita e fanno quelle cose si chiamano zombies? Ma non vi sentite presi per il culo anche voi? Come si fa a non incazzarsi? E poi, fateci caso, questo utilizzo ripetitivo e gratuito di affermazioni che vorrebbero essere sottolineature drammatiche e in realtà non sono altro che vuote e ammiccanti anticipazioni di eventi che, di fatto, non si concretizzeranno mai ( purtroppo? ). L’uso reiterato di espressioni ed esclamazioni del tipo: «Siamo fottuti»,«Sono vivo per miracolo» ( ripetuto all’infinito… ), «Ora si che me la faccio sotto», «Merda», «Che Dio mi protegga», «Cristo santo, non è possibile», «Cazzo, sto sbarellando», «Cazzarola», «Dannato gatto!», «Gesù», «Chi lo sa», «La faccenda ( o la storia ) si metteva terribilmente male», «Cavolo», «Dio, non posso continuare a scrivere», «Tremo ancora al ricordo», «Ma tanto per cambiare ho anticipato gli eventi», fa ben presto trasparire un sentore diffuso di auto-compiacimento nel modo di raccontare che davvero non giova alla credibilità del personaggio e di quanto vorrebbe farci credere sia avvenuto.

Zombies-RunInsomma, una tiritera triste, risaputa e banale di luoghi comuni, tutti accuratamente annotati sul diario di viaggio di questo avvocato galiziano che non finisce di farsi domande ma non riesce a trovare il coraggio per estrarre dal suo pur ricco vocabolario l’unica parola che conta davvero, ma siccome l’essere pavido va di pari passo con l’essere ipocrita ci mette lì quell’iniziale lettera Z nel titolo, così, come a volerci strizzare l’occhiolino! Come a dire: fate come me, prendetevi per il culo da soli che siete capaci!

Gli equilibrismi linguistici di Loureiro riflettono i ritmi delle sinfonie di musica classica : adagio, adagio andante, mosso ma non troppo, mosso e maestoso. Nel senso che, dapprima con cautela, poi con sempre maggiore spudoratezza, l’autore ci lascia chiaramente intendere che non gli interessa niente del nostro grado di consapevolezza, della nostra capacità di comprendere. Lui si diverte a menarci il cane per l’aia e noi, da bravi, dobbiamo solo accontentarci di seguirlo in questa sua recita… Probabilmente i loggionisti avrebbero interrotto a suon di fischi lo spettacolo ben prima dell’intervallo, ma il mio senso del dovere e l’innato spirito di servizio mi hanno costretto a tirare dritto, consolato dal pensiero che con la recensione mi sarei potuto prendere una sana rivincita.

E allora vediamo più da vicino il vocabolario utilizzato dall’autore per vincere al gioco delle «parole proibite». Gli zombies del racconto vengono, in ordine cronologico, etichettati come:

1) gli infetti o i contagiati o i malati: all’inizio della storia le notizie provenienti dalla Russia, come per tradizione, sono vaghe e discordanti, ma allertano subito l’opinione pubblica. Tutto comincia con un attentato da parte di terroristi islamici del Dagestan, forse per impossessarsi di armi atomiche, ma ben presto si inizia a parlare di disordini civili, di epidemia, di quarantena. Gli USA chiudono le frontiere, seguiti in breve da tutte le altre nazioni, si ventila la necessità di vaccinazioni di massa ma non è chiaro contro quale tipo di infezione. Internet diventa veicolo delle più disparate teorie e ipotesi, ma stranamente non si riesce ad acquisire video che mostrino ciò che tutti i lettori già hanno capito da un pezzo: nessuno – dico nessuno – riesce a capire che gli zombie sono usciti dal loro regno di celluloide e si sono riversati per strada… Le lacune di questa sezione del libro sono talmente tante che diventerebbe noioso stare a elencarle tutte: ci sono però alcuni passaggi, che oserei definire comici, che non posso fingere di ignorare. Di quelli a pag. 45 e 47 ho già detto, vediamone altri all’apparenza magari innocui ma che la dicono lunga sull’operazione di taroccamento intrapresa da Loureiro:

– a pag. 54 si legge: « Se in questi giorni cerchi la parola dead su Google, ti escono decine di milioni di link… », e c’è da scommettere che, essendo stato pubblicato nel 2007, nessuna delle pagine di Google si riferisse a The Walking Dead, la serie TV per eccellenza in tema di zombies, ma sono certo che almeno la metà di queste parlasse di quelli veri, cioè di quelli di cui si racconta nel romanzo senza mai citarli;

Zombie-Horror-HD– a pag. 57 si legge ( con il solito tono di finto stupore che pervade tutto il libro, praticamente una presa in giro senza fine ): « …Sta circolando un’ipotesi insidiosa che inizia a preoccuparmi… Tra tutte le teorie deliranti che in questi giorni si ripetono senza sosta sulla rete, ce n’è una che incontra sempre più credito e pare consolidarsi. Secondo tale teoria, i malati si troverebbero in una specie di animazione sospesa, o di rianimazione, comunque in uno stato molto vicino alla morte. Roba del genere. Non manca chi afferma che sono morti, ma continuano a camminare. Proprio così. Oppure no. Nelle ultime ore sono successe così tante cose strane che non so cosa pensare ». A me invece pare che Loureiro lo sappia benissimo cosa pensare, e cioè di continuare a fare l’indiano. Lui dice e non dice, ma non tanto per depistare il lettore dallo svelamento del colpevole, no, che quello già abbiamo capito chi è, no, semplicemente se ne prende gioco: parla di «una specie di animazione sospesa, o di rianimazione, di uno stato vicino alla morte, roba del genere» e come fa a non farsi venire in mente gli zombies?

Probabilmente è convinto, così facendo, non nominandoli mai, di essere originale. Non nomina gli zombies, in pratica, perché sarebbe troppo facile farlo. Lui si vuole distinguere dalla massa. Bene, giusta aspirazione. Peccato che l’unica originalità che Loureiro si concede sia proprio questa: non utilizzare la parola zombie, ma neppure uno straccio di idea per caratterizzarli antropologicamente – sociologicamente o anche solo caratterialmente per distinguerli da quelli raccontati prima di lui da registi, scrittori e disegnatori di mezzo mondo… Un esercizio spudorato di scopiazzatura, e nemmeno ispirato alle migliori penne sull’argomento, un ipocrita e dozzinale tentativo di cavalcare la moda del momento.

zombies-4292) i cosi compaiono a pagina 56, insieme ai primi dubbi sulla correttezza della diagnosi di contagio. La logica non è proprio hegeliana ma comunque apprezzabile per senso dell’(auto)ironia: «… Non so a cosa si riferiscano quando parlano di quei cosi. Sono le persone infettate dal virus? Ormai è risaputo che i malati hanno un comportamento estremamente aggressivo, ma allora perché li definiscono cosi e non contagiati? Da cosa dipende?». Dunque, ricapitolando: quando radio, TV e internet ancora funzionavano nessuno al mondo è stato in grado di capire / spiegare che quei cosi erano zombies, persone morte, probabilmente per aver contratto un virus sparso nel mondo a seguito di un attacco terroristico ai danni di una base militare russa dove avvenivano esperimenti segreti su armi di distruzioni di massa, che tornavano in vita con l’unico scopo di mangiare esseri umani vivi. Nonostante il filmato della TV americana lo mostrasse chiaramente ( come abbiamo letto nel passaggio di pag. 45 ) a nessuno, dico nessuno, è venuto in mente di aver già visto la stessa scena in un B-movie passato in TV alle 2 la notte di Halloween…, di certo non è venuto in mente al nostro avvocato di Vigo, che pure mostra di sapere cosa sono i film horror e splatter.

L’accezione cosi, che il protagonista fa sua con qualche perplessità, è comunque significativa. Essa fa riferimento ad esseri di vaga ascendenza umana ma mutati in modo incomprensibile e totalmente privi di caratteristiche distintive, una specie di replicanti svuotati di umanità, i cosi, appunto. I cosi si muovono in massa senza apparente logica e coscienza, ma non hanno ancora pienamente manifestato la loro disumanità, in quanto non c’è ancora stata l’occasione di farne un’esperienza diretta. Per ora sono dei sentito dire, delle voci inquietanti, nulla ancora di più. L’attendibilità di questa definizione degli zombies, di più, di questa strategia narrativa, risulta davvero bassa: come si fa a dare credito a Loureiro? Ormai anche il lettore più benevolo comincia a dubitare della credibilità della storia.

3) quei bastardi: la colorita espressione ( pag. 62 ) viene captata sulle radiofrequenze utilizzate dai militari che stanno fronteggiando le orde dei contagiati. Con scarso successo, pare evidente, visto il riferimento alle migliaia di morti tra le persone che avevano cercato rifugio nei Punti Sicuri. L’utilizzo del termine bastardi da parte dei militari che combattono in prima linea rimanda alla convinzione, più o meno conscia, che si tratti di individui spuri, concepiti grazie ad alchimie diaboliche che tuttavia lasciano ancora intravvedere le comuni radici umane.

  3094714) orrori: a pagina 73 il nostro eroe incontra finalmente ( dal riparo della sua casa ) le orde di zombies che dall’inizio del romanzo echeggiavano come oscure presenze. A dir la verità a pagina 65 c’è una prima avvisaglia di incontro / scontro con uno di questi esseri, quando il protagonista si reca alla stazione di servizio per recuperare delle cartine stradali, ma la presenza è appena avvertita e intravista da lontano. Qui, invece, gli zombies arrivano a Pontevedra, la cittadina dove vive l’avvocato, e la invadono. Ecco la descrizione che Loureiro dà del loro arrivo in città: «… Per primo è arrivato il suono. Nel silenzio sepolcrale della notte, ho iniziato a sentire un rumore strano, come di qualcosa che viene trascinato sull’asfalto, accompagnato da qualche gemito occasionale… Nel giro di qualche istante ho visto il primo. Era un uomo in abiti civili, sui 35 anni… ( … ) Aveva una terribile ferita in faccia e tutti i suoi vestiti erano sporchi di sangue coagulato. Dietro di lui ne venivano altri, uomini, donne, addirittura bambini, per l’amor di Dio! Presentavano tutti qualche ferita, alcuni perfino gravi amputazioni… ( … ) I movimenti apparivano un po’ lenti, e sembrava che avessero qualche piccolo problema di coordinazione. La loro andatura ricordava quella di qualcuno che rientra a casa sbronzo dopo una notte di follie. Non è poi tanto male, se si considera che sono morti. Dannatamente e completamente morti. Perche su questo non c’è dubbio. Alcuni di quegli orrori avevano ferite che dovevano essere per forza mortali, eppure camminavano… ( … ) Sono una stramaledetta massa… ( … ) Instancabili. Imperterriti. Inarrestabili ». Quali film vi vengono in mente? Gli stessi che ha visto Loureiro, statene certi! L’originalità è il suo forte…

5) cadaveri ambulanti: in fondo a pagina 73 la sfrenata fantasia di Loureiro tocca il suo apice con questa pittoresca espressione, cadaveri ambulanti, che rimanda a certo linguaggio in uso nei bassifondi di metropoli alla Sin City. Per la serie, chiamateli come vi pare ma non zombies!

6) Folla violenta e affamata di corpi ( al principio di pagina 74 ): con questa descrizione Loureiro afferma in un colpo solo la superiorità della specie zombies su quella umana e la sua furia senza limite, ossessiva, compulsiva, tanto che poche righe più sotto il nuovo termine utilizzato diventa:

Zombie27) i mostri: la natura umana degli zombie viene definitivamente soverchiata, perduta, cancellata. Il termine mostro ( fa la sua comparsa a pag. 75 ) rimanda ad una sfera del tutto aliena dell’alterità, l’uomo appare definitivamente sconfitto e con lui il suo retaggio di valori e conoscenze. Buio pesto e orrore, ma nonostante ciò gli zombies mostrano caratteristiche personali, per lo più determinate dalle ferite che ne hanno provocato la morte come esseri viventi e la successiva ri-nascita come, appunto, mostri assetati di sangue. Sono mostri per via dell’aspetto fisico, reso raccapricciante dalle atroci mutilazioni e dallo stato di decomposizione delle loro carni. Tuttavia, ciò non impedisce loro di agire nel mondo con una certa dose di autonomia e intelligenza istintiva che li comanda nell’insano appetito di carne umana.

8) creature: a pagina 77 i mostri tornano ad essere ammantati di un alone di umanità con il termine di creature. E’ solo un attimo di cedimento, maturato forse dalla consapevolezza che prima o poi il nostro eroe dovrà affrontarli viso a viso, e l’idea lo sconvolge. Creatura qui è da leggere come sinonimo di vita, di anima, di unicità, esattamente come per noi stessi: come si può credere che si possa fare del male ad un’altra creatura? Così, più sotto nella stessa pagina, gli zombies tornano ad essere i cosi, entità indefinite e del tutto ripugnanti, per le quali non è più possibile sprecare sentimenti di pietà.

  zombies2  9) obbrobri: ormai chi lo trattiene più, Loureiro? Dall’archivio dei termini in disuso l’autore scova pure questo ( è a pagina 78 ); ormai, a ogni pagina c’è un tentativo di depistaggio, ma noi siamo crucchi, prima o poi li nominerà questi fottutissimi zombies!

La cosa sembra potersi avverare poco dopo, all’inizio di pagina 81, quando Loureiro pare finalmente voler gettare la spugna e cedere alla tradizione. Sentite cosa scrive: « … è evidente che quei cosi laggiù non sono più persone. So che un tempo hanno avuto una vita, una famiglia, amici… ma adesso sono solo… bè, quello che sono ». Scommetterei che stava per dirlo, zombies, ma poi deve essersi ricordato che non doveva, che poteva ancora farcela a inventarsi qualche altro termine per descriverli. E infatti:

10) esseri: non più creature ma esseri, si suppone dunque dotati di vita propria, seppure di un’umanità tutta da dimostrare. Il termine compare per la prima volta a pagina 91.

11) stronzi: finalmente un sostantivo che assurge al ruolo di aggettivo, e ci sta tutto. Loureiro sfoggia a pagina 94 un sano impeto di ribellione: anche lui non ne può più di doversi inventare i termini più assurdi per non chiamare gli zombies con il loro nome! Stronzi, maledetti stronzi!

12) «non vivi»: il termine compare in fondo a pagina 98 ed è scritto tra virgolette, come fosse preso a prestito da una qualche citazione, ed è, fino a questo momento del romanzo, il termine consapevolmente utilizzato dall’autore che più si avvicina all’idea di zombie sviluppato da letteratura, cinema e fumetto ( anche dalla musica, ricordate Zombie dei Cranberries? ). Ma il tragitto per arrivare a parlare, quantomeno, di non morti ( senza l’ausilio di virgolette ) è ancora lungo… Ecco come recita il passo: «In questo nuovo mondo di non vivi in cui siamo finiti, ognuno deve badare al proprio culo». Praticamente, poesia allo stato puro.

ar213) predatori: a pagina 102 il protagonista, nonostante tutti gli indizi ( e le prove ) sparse nelle 100 pagine precedenti appare ancora lontano dalla risoluzione dell’enigma. Sentite cosa scrive nel suo diario: « … La verità è che so talmente poco di loro… Pensano? Provano qualche sentimento?… Dormono? Sognano? Cavolo, non so assolutamente niente dei miei predatori. So soltanto che mi vogliono cacciare. E che io… sono la loro preda ».

14) morto ambulante: il termine, una semplice variazione sul tema dei cadaveri ambulanti, compare a pag. 120: «… Diamine, centinaia di cadaveri con ferite e amputazioni, ricoperti di sangue, pallidi e con quell’orribile espressione sulla faccia marciavano verso la mia auto, assetati di sangue. Maledizione! Un morto ambulante è un concetto così terrorizzante che non lo si può comprendere, se non se ne vede uno di persona… ». Purtroppo, anche dopo averne visti a centinaia, il nostro eroe continua a non capire cosa sono.

15) bestie: l’avvocato di Potevedra picchia duro a pag. 121, arrivando a dare delle «bestie» a queste creature che ormai, è accertato, ce l’hanno proprio con lui, l’unico essere umano della zona ancora in grado di fornire loro un lauto pranzetto.

zombies_wallpaper_hd-1440x90016) non-morti: sembra impossibile, ma è vero. A pag 144 ( ce n’è voluto, ma ne è valsa la pena ) compare per la prima volta il termine non-morti ( con la lineetta ). L’espressione appare di sfuggita, quasi fosse stata messa lì per caso per sondare la reazione dei lettori. Ecco il passo: « Avevo appena imparato una cosa importante. Quelle creature, quei non-morti non erano l’unico pericolo che poteva uccidermi… ». Il termine ricompare a pag. 159 e dalla metà del romanzo in poi diventa l’espressione base con cui l’autore identifica gli zombies, senza però mai rinunciare all’uso di pittoreschi pseudo sinonimi. Ma non crediate che sia finita!

17) cacciatori: a pag. 144, dopo aver sdoganato il termine non-morti, Loureiro raddoppia con cacciatori. Ormai è guerra dichiarata tra l’avvocato e gli zombies: chi vincerà al gioco delle parole proibite?

18) folla/ folla ululante / moltitudine / massa: da pag. 159, dopo alcune pittoresche descrizioni di singoli zombie, tra cui spicca quella del neonato sul seggiolone alla disperata ricerca della pappa ( non l’omogeneizzato, come facilmente intuibile ) e che il protagonista decide di sopprimere per porre fine all’orrore di quella «scena demenziale» ( pag. 153/154 ), Loureiro concentra l’attenzione del protagonista sull’insieme rappresentato dalle creature mostruose. I termini utilizzati rimandano, forse inconsapevolmente, al concetto di potere cui la massa, la moltitudine, assurge nel momento in cui gli individui singoli, entrando in relazione tra loro, si elevano al rango di un’entità superiore, non è dato sapere – in questo caso – quanto pensante, ma di sicuro vorace e inarrestabile come uno tsunami di apocalittiche dimensioni. Le definizioni di cui sopra si trovano concentrate alle pag. 222/223, quasi un raptus incontrollato, che prelude allo scontro finale.

ZOMBIES319) mostriciattoli: ci è toccato pure leggere questo, il termine è utilizzato all’inizio di pag. 212 e suona falso, oltre che irritante. Da dodici giorni il nostro eroe è asserragliato insieme ad altri superstiti in «una topaia» con migliaia di zombies famelici appena fuori dalla porta, senza cibo, senza acqua, senza nulla, ma la voglia di ironizzare sugli attributi del mortale nemico non viene meno, nonostante la ( presunta ) tragicità della situazione.

20) figli di puttana: a pag. 317 Loureiro getta la maschera, basta girare intorno al problema. Se non posso chiamarli col loro nome che almeno sia chiaro cosa penso di loro… Ma non è che l’effetto sia proprio quello desiderato: «… Eravamo davvero fottuti, come specie, come genere, come pianeta. Ho scaricato un pugno di rabbia contro il vetro, proprio all’altezza della faccia di uno di quei mostri, che non si è affatto scomposto per il colpo. Questi figli di puttana sono impassibili». Inconsciamente, è come se Loureiro ammettesse la sconfitta: non li ha volutamente chiamati col loro nome e gli zombies, invece che dargli soddisfazione, rimangono impassibili, assolutamente provocatorî, quasi a farsi beffe di lui. Tiè!

21) esseri dell’oltretomba: il termine compare a pag. 333, in un paragrafo che suona epico come certe tragedie greche: «Questi esseri dell’oltretomba si trovano ovunque e sono arrivati da ogni parte. Non c’è nessun posto sicuro e nessuno è in salvo. Noi sopravvissuti siamo immersi tutti in un secchio di sofferenza, e i bordi sono disperatamente lontani. Mi sono accorto di avere zombie-1711774le lacrime agli occhi… ho scosso la testa, cercando di svuotare la mente. Se avessi iniziato a piangere, non sarei più riuscito a smettere». Come non provare partecipazione e dolore per la sorte dei protagonisti?

22) putridi: questo è l’ultimo epiteto, se così si può dire, e per mia colpa non sono riuscito a ritrovare l’appunto riguardante la pag. dove il termine compare, ma spero mi crediate sulla fiducia. Fa il paio con obbrobri, e si ricollega al vasto repertorio di sanguinolente e maleodoranti ferite che caratterizzano i singoli zombie. Non è un termine che suona immediato, al contrario appare troppo ragionato per essere vero: come del resto tutto il romanzo, per cui perché preoccuparsi?

Il dizionario dei sinonimi di Loureiro termina qui, salvo dimenticanze da parte mia. L’elenco è piuttosto nutrito e la sensazione che ne ricavo desolante: sarò io ad essere prevenuto, ok, ma non vi puzza un pochino anche a voi questo stillicidio di vocaboli?

Il resto del romanzo, poi, come già detto, è una paccottiglia confusa, ripetitiva, stucchevole, di luoghi comuni e zero originalità. La formula narrativa scelta da Louriero, che racconta la vicenda attraverso il diario del protagonista, poteva anche essere una buona pensata, peccato che il protagonista sembra scrivere sul suo diario come sotto dettatura e senza nemmeno troppo rendersi conto di cosa sta scrivendo: provate a immaginarvi voi nella sua situazione, vi sembrano credibili certe sue affermazioni o ragionamenti? O vi sembrano sincere certe spiegazioni? Ma, come sempre, è meglio dare la parola a Loureiro, l’unico che sapeva già tutto prima di farlo scrivere sul diario al protagonista.

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Manuel Loureiro a casa sua

Ecco qualche fulgida perla di ipocrisia, malafede e comicità involontaria: all’inizio del romanzo non si riesce a stare dietro alle mille notizie che giungono da tutto il mondo, veicolate da TV, radio, internet, che raccontano cose terribili su quanto sta accadendo. Tutti i canali di informazione funzionano ancora eppure non si capisce nulla. Loureiro getta sul mondo la sua personale coltre di silenzi e bugie in modo di confondere il lettore, che però, guarda caso, è l’unico che sa già quello che in realtà sta succedendo, visto che ha comprato questo libro proprio perchè dovrebbe parlare di zombies… Perché lo fa? La prima risposta che mi viene in mente è troppo diretta e brutale, per cui la accantono. La seconda è: perché è un pessimo scrittore. Ma ecco il dettaglio di alcune delle perle più pregiate:

A pag. 36 c’è un passaggio eloquente, uno dei tanti che solleva coltri di nebbia sull’onestà intellettuale di Loureiro. Il protagonista è andato a Barcellona a trovare la sorella e il fidanzato di lei e mentre è lì da loro il mondo va a puttane. In tutto il globo la gente si trasforma, le nazioni chiudono le frontiere, vengono eseguiti sterminii di massa, mentre a Barcellona, piccolo borgo rurale… sentite cosa avviene: «Roger, il fidanzato di mia sorella, mi ha raccontato che l’altro giorno, a una fermata dell’autobus, ha assistito a uno scontro fra un immigrato molto alterato e una banda di skinhead. Quand’è arrivata la polizia, ha caricato tutti quanti sui furgoni e se li è portati Dio sa dove… ». Analizziamo con calma questa frasetta e cerchiamo di non farci venire un attacco di ridarella: dunque, a Barcellona la polizia si può permettere l’intervento di più furgoni per trasportare Dio solo sa dove un immigrato molto alterato e degli skinhead…, chiaro il concetto? Non è che il nostro eroe con immigrato molto alterato intendesse un contagiato / uno zombie ma abbia preferito glissare per non dover ammettere che Roger, il testimone dell’accaduto, aveva visto uno zombie e sarebbe stato troppo complicato farglielo descrivere senza smascherare da subito il suo bluff?

00zombieDa ogni parte la si analizzi questa frase fa acqua, suona falsa, diventa persino grottesca se si pensa che sempre a pag. 36, solo dieci righe più sotto, leggiamo: «… hanno interrotto le trasmissioni. E’ apparso un serissimo Matias Prats ( giornalista della TV spagnola, ndr ) per informare che quindici minuti prima si era registrata un’esplosione termonucleare a Shangai. Non si tratta né di un incidente né di un attentato, ma è stato lo stesso governo cinese a cancellare la città dalla carta geografica. Siamo rimasti di sasso. E’ questo il modo di fronteggiare un’epidemia? Sterminando un’intera città? Dio santo, dovevano essere milioni di persone… ». Esatto, per l’esattezza 24 milioni e spiccioli. Probabilmente, viene da pensare, la polizia di Shangai non aveva un numero sufficiente di furgoni per prelevare tutte le persone alterate e così, il governo centrale, ha optato per una soluzione più drastica ma efficace! Ma non vi viene da ridere?

A pag. 37, proseguendo nello show del Dico – ma – non – dico – tanto – quelli – che – leggono – sono – fessi, Loureiro scrive: «… Le voci del flagello sembrano riecheggiare in tutti gli angoli del pianeta. Ormai l’epidemia è globale. Negli USA si hanno notizie di saccheggi, assalti, rapimenti e uccisioni di massa. Dall’Europa non si sa quasi niente, perché il gabinetto di crisi non apre bocca. Ci sono solo montagne di supposizioni su Internet, ognuna più infondata e assurda della precedente. Molti testimoni concordano su questo: i contagiati sembrano piombare in uno stato di profonda confusione e di enorme aggressività. Da tutto il mondo arrivano comunicati su malati che attaccano altre persone. Sembrerebbe quasi una variante della rabbia, o simili. Io, per il momento, non credo a niente ». Questo stralcio è un autentico capolavoro: niente può suonare altrettanto finto e ipocrita.

Proviamo a tradurre dal Loureriese, se così si può dire… Le voci del flagello riecheggiano da tutto il mondo, quindi si suppone che tutti coloro che si occupano di informazione siano concentrati a raccogliere il maggior numero di notizie e testimonianze su quanto sta accadendo. E possiamo facilmente immaginare che le varie troupes televisive siano in feroce concorrenza tra di loro, come da tradizione, per essere le prime a fornire le immagine più esclusive e le testimonianze più dirette. Invece, seguendo la logica di Loureiro, di tutto questo non rimangono che voci, niente è sicuro, tutto è confuso… eppure si è riusciti a sapere in soli quindici minuti che la Cina ha distrutto Shangai con un’esplosione atomica e che non si è trattato di un attentato o un incidente…

00zombie1Ma quanto ci crede scemi, Loureiro? Del resto, provate a fare mente locale, e pensate a quante volte avete appreso una notizia drammatica dalla TV e quanti inviati sono stati sguinzagliati sulla notizia e quanti servizi sono stati realizzati e trasmessi, e quanti video amatoriali hanno colmato eventuali lacune nella testimonianza diretta degli eventi ( ad esempio, pensate alle alluvioni del mese scorso in Liguria, e nel Nord Italia in genere ). Qui, invece, che la notizia riguarda tutto il mondo, quindi potenzialmente tutte le troupes televisive e tutti i bloggers… niente: solo voci e supposizioni ognuna più infondata e assurda della precedente. Come a dire: benvenuti nell’era dell’ignoranza globale!

Loureiro toppa in maniera clamorosa e non se ne cura affatto, anzi, con estrema faccia tosta ci fa credere che non è colpa del protagonista, ma della Tv e di internet, che non sono stati adeguati. Probabilmente gli è sfuggito un film come Cronache dei morti viventi, se l’avesse visto avrebbe capito quanto traballante è il piedistallo del suo ragionamento.

A pag 38 c’è la prova del nove di quanto affermato sopra, potremmo definirlo lo sbugiardamento di Loureiro. Il nostro eroe riesce a tornare a casa da Barcellona prendendo l’ultimo aereo in volo al mondo. Vive un’esperienza atroce, ma per ragioni sconosciute non ce ne parla. O meglio, ufficialmente non ce ne parla perché è troppo stanco per farlo, ma la scusa è davvero patetica. Ma come, ci romperà il cazzo per 400 pagine raccontandoci per una buona metà di supposizioni e voci, e ora che ha la possibilità di descriverci quello che ha visto e sentito di persona non lo fa? Troppo comodo mi sembra e puerile per giunta: a meno che, come succede per i colpevoli di qualche reato, così come per Loureiro, che di professione fa l’avvocato e conosce bene i sotterfugi della professione, non valga la giustificazione: mi avvalgo della facoltà di non rispondere perché quello che ho da dire potrebbe essere utilizzato contro di me! Ecco, infatti, cosa scrive il nostre eroe stanco: «Sono arrivato a casa. E sono assolutamente sfinito. Il viaggio di ritorno è stato atroce, incredibile. Lucullo è qui con me. Vado a dormire. Oggi, all’aeroporto, ho visto uccidere un uomo e non ho voglia di scrivere».

00zombie3Povero eroe stanco! In tre righe sono concentrate una tale quantità di scuse banali e reticenze che lo farebbero condannare per vilipendio della corte in qualunque tribunale. Poverino, è stanco. Nomina Lucullo, la sua personale coperta di Charlie Brown, come a volerci rassicurare che, nonostante gli orrori a cui ha assistito, ora si sente al sicuro. Ma non chiedetemi di scrivere sul diario, non oggi! Ok, diamo fiducia a Loureiro, certi che tornerà sull’argomento nel diario di domani, a mente fredda, così che le sue impressioni non saranno, come di consueto, governate dai brontolii di pancia, ma maturate dopo una notte di sonno ristoratore…

E infatti, da pag. 39, Lourerio ci riassume gli eventi del giorno precedente ma come al solito ci racconta di eventi ancora confusi, tragici finchè si vuole ma assolutamente risibili rispetto a ciò che accade nel mondo. Sembra sempre più chiaro che il nostro eroe viva in un mondo fatato, protetto da qualche santino personale e che le sfighe riguardino solo gli altri. Ecco alcuni stralci del resoconto a posteriori di quanto accaduto all’aeroporto di Barcellona:: «… poi mi sono reso conto di come mi guardava la gente. Con occhi da lupo. Ero il fortunato possessore di qualcosa che loro non avevano: un biglietto aereo… ». E qui, in effetti, torna il rammarico di scoprire che tra tanta gente disperata e degna di fiducia, l’unico fortunato vincitore dell’ultimo biglietto aereo fosse lui, quando si dice: La fortuna è cieca, la sfiga ci vede benissimo!

00zombie2Divertente, a pag. 40, il siparietto con il medico che, al check in dell’aeroporto di Barcellona, controlla i passeggeri prima dell’imbarco, attorniato da plotoni di militari in assetto anti sommossa: «Il dottore mi ha fatto un mucchio di domande. Se avevo avuto febbre, nausea o ero stato all’estero nell’ultimo mese… se ero stato morso da qualche animale o avevo subito qualche aggressione… ». Come protocollo dettato dalle autorità militari per il contenimento dell’epidemia globale non c’è male! Probabilmente il dottore in questione era stato formato da qualche scuola per corrispondenza, italiana, c’è da scommetterci, e priva delle varie certificazioni ISO, perchè un ferreo controllo del genere si era visto solo su Topolino, e forse neppure lì! I nostri emigranti dei primi del ‘900 a Ellis Island, in confronto, trovavano la banda musicale e il comitato di benvenuto delle crocerossine della carità!

A pag. 41, come in ogni libro giallo che si rispetti, viene fornita la soluzione dell’enigma, ma tanto astutamente dissimulata nella narrazione, che persino il nostro eroe la registra senza coglierne la vera importanza ( e te pareva? ): «In prima fila c’era un tizio sulla quarantina che cercava di passare: capelli ricci, barba lunga, completo stropicciato e aria da manager. Era estremamente nervoso e rosso in viso. Ho il sospetto che nel corso della giornata avesse sniffato più di una pista di cocaina e in quel momento era parecchio su di giri». Incredibile, non trovate? Il nostro eroe riesce a individuare un tossico cocainomane dal rossore sul viso ma non riesce a riconoscere uno zombie nemmeno se il mondo ne viene invaso…

Ma andiamo avanti a leggere: «Un improvviso movimento in avanti della massa ha provocato un istante di panico. Quelli delle file anteriori sono caduti per terra, calpestati da quelli che stavano dietro… approfittando del momento, quel tale ha trovato lo spazio per intrufolarsi e si è messo a correre verso il gate… Qualcuno gli ha intimato di fermarsi, ma il tizio correva verso l’aereo, verso la salvezza. All’improvviso è risuonata una raffica di mitra. All’uomo sono spuntati alcuni fori rossi sulla schiena, poi è crollato per terra… Uno dei militari mi ha afferrato per il collo della giacca e mi ha trascinato verso il portellone dell’aereo… Passando accanto al corpo, non ho potuto evitare di osservarne l’espressione. Era morto. Morto. Ne sono certo. Di colpo il militare che stava al mio fianco si è fermato. Con aria imperturbabile, ha estratto una pistola e ha sparato un colpo alla testa del cadavere, per terra. Ero assolutamente terrorizzato. Perché l’aveva fatto?». Quello che a me personalmente dispiace è il fatto che il militare abbia trascinato il nostro eroe per il bavero per non fargli perdere l’aereo. Sul fatto che abbia sparato in testa al cadavere, invece, niente da dire: lui aveva ben chiaro che si trattava di un potenziale zombie da eliminare!

00zombie4A pag. 42 il libro sconfina nella fantascienza, tributando un omaggio all’Italia: peccato, però, che tale presunto omaggio suoni come la più colossale presa per il culo della storia. Non ci credete? Leggete qua quello che scrive il nostro eroe raccontando del tragitto dall’aeroporto di Santiago a casa sua: «… Ho guidato in silenzio fino a casa, con la radio accesa. La situazione è caotica. Nuove esplosioni nucleari in Cina. Sembra che vogliano eliminare l’epidemia, o i portatori di virus, a suon di bombe. Chi lo sa… Tumulti a Madrid, Valencia, Barcellona, Siviglia, Bilbao… La faccenda è fuori controllo… dalla Germania Angela Merkel ha dichiarato Dresda è perduta! …In Italia un rione di Napoli è stato messo a ferro e fuoco dai Carabinieri. Il mondo sta cadendo a pezzi e ancora non so perchè». Sì, in effetti, pensare che i Carabinieri siano riusciti a mettere a ferro e fuoco un quartiere di Napoli, magari Scampia, ci dà la dimensione che il mondo stia proprio andando a puttane.

Non pago di aver gettato discredito sull’arma dei Carabinieri, Loureiro seguita a gettare benzina sul fuoco il paragrafo successivo, sempre a pag. 42: «Stamattina ho chiamato in ufficio e ho detto che ero malato. Non importa, mi hanno risposto… ». Qui si corre davvero il rischio di strozzarsi dalle risate! Ma pensateci: da 40 pagine, da quando è cominciato questo assurdo romanzo, l’unica cosa che pare certa è che c’è in atto un’epidemia, un contagio a livello planetario. Chi contrae la malattia va fuori di testa e in Cina hanno deciso che per risolvere la questione gli buttano in testa una bomba nucleare. E questo coglione di avvocato, che a sentire lui ha appena dovuto superare il terzo grado medico prima di imbarcarsi all’aeroporto di Barcellona, per giustificare il fatto che non se la sente di andare al lavoro non trova di meglio da dire «Sono malato»!!! E, ancora più incredibile, dall’Ufficio legale, notoriamente covo di geni del codicillo, gli rispondono: «Non importa»… Cioè, nessuno che gli venga in mente: malato? Non è che ha contratto l’infezione e che è opportuno mandargli la squadra anti-contagio così lo facciamo mettere in quarantena? Macchè, tutti solidali con Loureiro, tutti pupazzi senza midollo, misere pedine di un mistero dove l’unica domanda da farsi è: ma chi ha permesso che questa schifezza venisse pubblicata?

Cartoon-zombie-fightArrivato a questo punto ritengo superfluo seguitare a fustigare Loureiro ( tanto la trilogia ormai l’ha già scritta… ) e a tediare quei 2 o 3 fedeli lettori che hanno avuto il coraggio e la forza d’animo di seguirmi fino a qui. Non prima, però, di avere espresso le ultime osservazioni, senza le quali sentirei di aver disatteso almeno una parte del compito che mi ero prefisso, cioè spiegare perché questo libro non sta in piedi da nessuna parte lo si voglia guardare.

Nel libro ci sono zombies un po’ dappertutto, a ben guardare persino il protagonista è assimilabile a uno di loro, considerato il suo grado di inconsapevolezza nel mondo. Zombie in quanto marionetta asservita alle lune del suo creatore, Loureiro. Ma gli zombies, veri o presunti tali, non sono le uniche presenze stereotipate offerte dal romanzo. Del protagonista ho detto in abbondanza: se non fosse per il fatto che il suo alter ego Manel Loureiro ha scritto il libro, non sarebbe chiaro perché un imbecille di tale levatura dovrebbe rappresentare l’umanità nel dopo Apocalisse. Ma il nostro eroe è un raccomandato di ferro, per cui rassegnamoci, sarà lui a salvarsi e noi saremo quelli destinati a soccombere…

Nel romanzo ci sono altri personaggi, e nemmeno questi brillano di originalità e spessore.

Cominciamo da Lucullo, il gatto persiano che funge da portafortuna per il protagonista. Adorando i gatti e avendo condiviso esperienze di vita per circa 14 anni con una di queste meravigliose creature, trovo abbastanza poco credibile questo personaggio, cui in effetti manca solo la parola. Lucullo è tutto per il protagonista, dopo la perdita della moglie. Se non ci fosse stato lui a confortarlo e a riempire le sue giornate di caldo e morbido pelo, forse non ci sarebbe stato un futuro per il nostro eroe. E improvvisamente comprendiamo perché Loureiro ha deciso che sarebbe stato il gatto e non la moglie a fare da spalla al protagonista: sospetto, infatti, che la moglie fosse quella intelligente della famiglia, per cui avrebbe capito subito che si trattava di zombies, ma così il romanzo non avrebbe avuto nessuna chances di successo, per cui meglio farla sparire prima di cominciare…

In questo modo, la morbida palla di pelo rossiccio che manipola a suo piacere il gonzo padrone e lo assiste in tutte le imprese con impavida eleganza ( compresa una traversata a bordo di un bidone in preda ai flutti e una prigionia a dieta di sgombri in scatola su un mercantile in avaria al largo di Vigo ) diventa una sorte di beniamino del lettore, suo malgrado. Ma il rapporto col gatto suona finto e forzato, sempre al limite del ridicolo: il gatto ragiona non come un gatto, ma come Loureiro lo obbliga a fare, cioè come se fosse Loureiro stesso. Avete presente Jones, il gatto rosso co-protagonista di Alien, il mitico film di Ridley Scott? Ebbene, Jones, a bordo della Nostromo, fa sempre la sua parte, cioè fa esattamente quello che ci aspetteremmo che faccia un gatto: tipo nascondersi in un armadietto e venire scambiato per Alien, o farsi rincorrere da Ripley per tutta l’astronave mentre Alien la sta cacciando e il sistema di autodistruzione dell’astronave sta ultimando il conteggio alla rovescia, salvo poi tornare a fare il gatto-mammone addormentandosi fra le braccia della giovane Sigourney Weaver nella sequenza finale del film. Jones Vs Lucullo, come a dire: un gatto contro il suo ectoplasma… Loureiro ha attribuito a Lucullo le qualità tipiche dell’oggetto transizionale. Perché, alla fine, l’unico vero senso che si può dare a Lucullo, è proprio quello di un surrogato della vita ch’è andata perduta. Questo pseudo gatto rappresenta il tramite tra il prima e il dopo, tra la vita di relazione che c’era prima e la fuga dalla follia, dall’Apocalisse che ne prende il posto. Una specie di frontiera, insomma, di linea di demarcazione. Senza questo gatto, il nostro eroe sarebbe perduto.

00zombie8Un secondo personaggio degno di nota è l’ucraino Prit, il pilota di elicotteri che diventa l’asso nella manica del nostro eroe nella seconda parte del libro. Prit parla esattamente come ci aspetteremmo che parli un ucraino ( o un russo ): cioè parla come Ivan Drago, il pugile bionico avversario di Rambo nel secondo capitolo della saga del macho stalloniano. Il suo contributo alla causa del romanzo è fondamentale: prima distrugge il furgone blindato ( l’unico rimasto funzionante in tutta Vigo ) lanciandolo a tutta velocità contro una massa di zombies e precipitandolo da un cavalcavia, creando così le premesse per una lunga fuga a piedi tra le vie della città spagnola assediata dagli zombies. Dopo, trafficando con una valigetta ( pure questa blindata! ) sottratta ai cattivi di turno, la fa esplodere amputandosi alcune dita di una mano ma seguitando a mostrare 2 palle d’acciaio, che gli impediscono di rassegnarsi di essere portato a spasso su una carrozzina: «Pritt… aveva rifiutato con sdegno l’eventualità di proseguire sulla sedia a rotelle. Se loro fotte noi, io muore da uomo. In piedi, no seduto su maledetta sedia, mi aveva detto serio, guardandomi dritto negli occhi».

Insomma, un altro personaggio uscito dall’immaginario collettivo dello stereotipo del genere eroe – tutto – muscoli – e – poco – cervello…, esattamente quello di cui aveva bisogno il romanzo per seguitare a rimanere un esercizio di sterile e preconfezionata fantasia da riporto.

00zombie9Naturalmente non potevano mancare i cattivi, quelli veri in carne e ossa, intendo, non semplici zombies. Cattivi, quindi, ancora caratterizzati dall’appartenenza alla razza umana, per cui persone che trovano nella nuova dimensione dell’Apocalisse una specie di paradiso in Terra, un luogo dove finalmente sentirsi a casa. Peccato che i cattivi proposti da Loureiro, una nutrita e pittoresca ciurma multietnica ( ucraini, slavi, pakistani, turchi, ecc. ) sfidi per cattiveria e imperizia la mitica Banda Bassotti. Il più intelligente di loro, si fa per dire, si dimostra il cuoco, che decide di farsi amico Lucullo rimpinzandolo di pesci in scatola durante il forzato soggiorno del gatto sulla nave mentre il suo padrone è impegnato a salvare il mondo in una missione suicida a Vigo, cioè recuperare una misteriosa valigetta che serve al capitano della nave per i suoi loschi affari.

Tutti i cattivi risultano personaggi anonimi, impersonali, fotocopie di un clichè visto e stravisto. Non uno straccio di approfondimento psicologico, come se fossero stati sufficienti tre colpi d’accetta per definirne i caratteri. I buoni da una parte, i cattivi dall’altra. La banalità fatta carne.

Infine, dulcis in fundo, verso la fine del romanzo Loureiro decide di concedere al suo alter ego una parentesi di relax e sollazzi facendo spuntare dalle segrete di un mastodontico ospedale di Vigo, non una, bensì 2 donne: una bella diciassettenne dai seni turgidi e una suora sui cinquanta con l’hobby della cucina… Anche questi 2 personaggi sembrano catapultati nel romanzo per sbaglio, tanto per offrire al nostro eroe una sponda sicura e ristoratrice, davvero poco credibile.

00zombie7Le due donne vivono barricate da alcuni mesi nelle cucine dell’ospedale, che guarda caso sono l’unica struttura esistente ancora raggiunta da energia elettrica, gas e acqua: insomma, sono loro a possedere le chiavi del paradiso! Hanno trascorso gli ultimi 3 mesi ( così almeno vuol farci credere l’autore ) attendendo invano l’arrivo del settimo cavalleggeri e non sanno nulla di quanto è successo al pianeta Terra, se non che c’è stata un’epidemia e molte persone sono morte…

L’incontro tra Lucia, la ragazza, e il giovane avvocato viene propiziato da Lucullo, che smarritosi nei meandri dell’ospedale durante una rocambolesca fuga, viene raccolto dalla diciasettenne molto sexy, anche lei in cerca di una calda e morbida compagnia dopo tanto tempo passato in solitudine e con il terrore alle porte. Il gatto, miagolando di piacere per la nuova amichetta, richiama l’attenzione del suo padrone, creando così le basi perché i 2 si incontrino.

Come sempre la prima impressione che si ricava quando si conosce una persona è spesso quella giusta, quindi, se tanto mi da tanto… tra i due è destinato a scoppiare l’amore, ma sicuramente non prima che Lucia abbia compiuto i 18 anni, ci mancherebbe! Ecco a pag 378 uno dei tanti passaggi da antologia che rende comico questa fase del romanzo: «… dedicavo un lungo sguardo alla ragazza. Ancora silenziosa, era rimasta ferma davanti a noi, col fucile puntato a terra. Ci guardava con espressione stupita… ». L’avvocato si dimentica di dire che, forse, lui la stava guardando con espressione allupata e che era agghindato con una muta da sub, da qui lo stupore e forse il timore di lei. Infatti, poco dopo, ecco cosa scrive sul suo diario: «Ora potevo osservarla con più calma. Doveva avere sedici, diciassette anni al massimo, ma era molto alta. Gli incredibili occhi felini che tanto mi avevano sorpreso all’inizio brillavano con forza in un viso dai lineamenti armoniosi, ornato da qualche lentiggine. Una folta chioma scura le scendeva sulle spalle. Il corpo, tonico e slanciato, sembrava flessibile come un giunco e sotto l’enorme maglione logoro che indossava s’indovinavano due seni turgidi… ». Domanda: non vi sentite, almeno un poco, in imbarazzo per il nostro eroe?

Purtroppo per lui la ragazza, nei tre mesi successivi, trascorsi insieme nelle cucine dell’ospedale, dimostra di avere gli ormoni sotto controllo e si concede qualche extra solamente in campo culinario, sotto la sapiente guida di suor Cecilia, finalista alla prova del cuoco e votatasi – dopo la scomparsa di tutti i malati – alla più confacente causa di preparare sontuosi manicaretti per i 2, poi 4 superstiti ( 5 con il gatto ) dell’Apocalisse.

00zombie5La certezza che l’avvocato sia attraversato da tempeste di testosterone traspare qua e là, lasciando una desolante impressione di ammiccamento, quasi un presagio o un’anticipazione di quello che potrebbe accadere nel secondo capitolo della trilogia di Apocalisse Z con la sensuale Lucia ( sempre che i protagonisti siano gli stessi, perché, e me ne scuso pubblicamente, non ho avuto il coraggio né la forza di informarmi sulla trama del libro successivo dal titolo Apocalisse Z – I giorni oscuri ). A pag. 381 c’è un passaggio inequivocabile: «… L’ho aiutata a rialzarsi. Il tocco della sua mano era dolce. Per un istante, ho percepito una folata del suo odore. Non aveva profumo. Era un aroma dolce, caldo, umano, con un tocco pungente, femminile. Sapeva di donna. Sei mesi di astinenza avevano sviluppato la mia sensibilità fino a livelli impensabili». Così adesso sappiamo che l’astinenza da sesso / da donne sviluppa la sensibilità… che detto da uno che per due terzi del romanzo va in giro con indosso una tuta di neoprene da sub alla maniera di un cazzone rivestito da profilattico gigante come il Woody Allen de Il dormiglione, fa un certo effetto. Comico, soprattutto, oltre che patetico.

A pag. 391, neanche fossimo sul set di Lascia o Raddoppia, il nostro avvocato raddoppia e mette le mani avanti precisando: «… proprio allora era comparsa Lucia, una ragazzina di diciassette anni, ( quasi diciotto, come non si stanca di ripetere ) che era già uno schianto… ». Insomma, Loureiro sta preparando il terreno per fare scatenare finalmente la passionalità del protagonista, repressa nel corso delle 390 pagine precedenti dalla fatica immane di resistere alla tentazione di chiamare gli zombies per nome.

Però, da spudorato ipocrita come abbiamo imparato a conoscerlo, non si azzarda a far agire in questo senso, cioè nel senso dell’avance sessuale, il protagonista del romanzo ( cioè sé stesso, che sarebbe un tantino sconveniente per la sua immagine ), no, ma tanto per rendere ancora meno credibile la sua galleria dei personaggi, lascia che sia Lucia, scusabile per la sua giovinezza e la sua innocenza…, a fare il primo passo, o meglio, il primo morso!

00zombie10Ma tranquilli, non è che la ragazza si sia trasformata in zombie per fare una ripicca al nostro eroe, è solo che dopo aver parlato di morsi cannibaleschi Lourerio decide che sia venuto il momento di riabilitare questo gesto attribuendoli potenzialità erotiche degne di qualche filmetto sexy. Non ci credete? Leggete a pag. 405 e sganasciatevi: «… Senza volerlo, nella mia mente continuava a presentarsi l’immagine di decine di quegli esseri accalcati davanti alla porta del montascale in paziente attesa che il menu risalisse fino a loro. Mi immaginavo decine di bocche ansiose e braccia che si allungavano verso l’interno dell’ascensore per farci a pezzi e divorarci. Ho chiuso gli occhi angosciato, con la respirazione accelerata per la tensione. Non potevo fare niente, non potevo fare niente, non… Una mano si è posata sul mio braccio. Ho aperto gli occhi e ho visto l’espressione tranquilla di Lucia che mi osservava, mentre mi dava un’affettuosa stretta al braccio. Mi ha avvicinato la bocca all’orecchio e mi ha sussurrato un caloroso: «Tranquillo, andrà tutto bene». Già che c’era ne ha approfittato per darmi un piccolo morso scherzoso, ma non proprio innocente, al lobo dell’orecchio, che quasi mi ha fatto saltare sul soffitto. Dannata ragazzina… ». Non ci è dato sapere se la maliziosa Lucia abbia usato anche la lingua, ma non ci sorprenderemmo affatto se fosse andata così.

Direi che si è fatto tardi, e che è ora di chiudere. Spero che qualcuno abbia avuto la forza e il coraggio di leggere fino in fondo questo articolo / autopsia. Sarei interessato al vostro parere, soprattutto se avete letto il libro. Io ho trovato energia nello scrivere queste righe, a volte è necessario fare piazza pulita, e in questa occasione ho sentito che avevo bisogno di farlo. Non conoscevo Loureiro prima di imbattermi nel suo romanzo, e penso che non ci saranno ulteriori occasioni a meno che qualcuno non mi proponga di seguitare a leggere la sua trilogia spiegandomi prima che ho sbagliato tutto, che non ho afferrato lo spirito del suo racconto, insomma, che devo rivedere le mie posizioni alla luce di motivazioni che possano apparirmi chiare e credibili.

Del resto la mia è soltanto un’opinione, magari un tantino limitata, ma pur sempre un’opinione. Alla prossima autopsia, dunque!

Stefano Bon @ 2014

Un commento su “Apocalisse Z: mai dire Zombie!

  1. Pingback: Siamo tutti zombie, quando essere morti conviene | stanzaunozerouno

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