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Sentinella, quanto resta della notte?

Il responso [racconto di Maurizio Canauz]

317117Da qualche parte, in un luogo lontano, in un Universo lontano, in un tempo lontano…

PROLOGO

Ormai erano mesi che la magnifica città, d’oro di mura e turrita, era assediata da un infinito nugolo di alieni ed astronavi simili a zecche pronte a cavargli il sangue fino all’ultima goccia.

L’esercito nemico se ne stava ormai posizionato sulla pianura sterminata intorno alla città nel caldo torrido generato dai due soli gemelli, con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo.

Qua e là rovine di antichi palazzi, forse fortezze od ospedali per i pellegrini od ospizi. Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume quasi prosciugato, impaludato in secche stagnazioni soffocanti.

Sagome scure, apparentemente invisibili, di vedette mobili e silenziose si spostavano sulla riva rapide come bagliori celesti.

Più lontano tra il barbaglio di un canneto soldati in attesa di un verdetto intonavano un canto e nella palude afona risuonava una nenia primordiale monotona e irritante.

In città, per quanto la resistenza fosse ancora forte, il morale si stava incrinando, come se si avvertisse la disfatta incombente.

the-tower-2Era necessario ravvivare la speranza nei comandanti, negli ufficiali, nei soldati, nella popolazione. Inconsciamente l’anziano Imperatore levò gli occhi alla torre barbara che dominava il viale lunghissimo che portava al suo palazzo e dove se ne stava, forzatamente ospite, l’unico vero condottiero che quel mondo e quell’impero possedesse.

Sopra il silenzio fatto intenso la torre riviveva il suo mito lontano e selvaggio: mentre per visioni lontane, per sensazioni oscure e violente un altro mito, anch’esso mistico e selvaggio, ricorreva a tratti alla mente dell’Imperatore.

Un tempo, non remoto, quell’uomo aveva sgominato ben altri nemici e aveva conquistato, in nome dell’Imperatore, galassie e pianeti.

La sua fama lo aveva reso così popolare da considerarlo politicamente pericoloso e da rinchiuderlo, pur con mille onori, in quella torre otticuspidale rossa impenetrabile e spettrale appositamente costruita dove involontariamente anni ed anni ed anni si fondevano nella dolcezza trionfale del ricordo.

L’Imperatore sembrò meditare a lungo su quale fosse la scelta migliore per sé e per il suo impero.

Se lo avesse richiamato e fosse riuscito nell’improbabile risultato di sconfiggere i nemici difficilmente avrebbe potuto sbarazzarsi nuovamente di lui.

Sarebbe tornato stabilmente nel pantheon degli eroi dal quale difficilmente avrebbe potuto allontanarlo.

Ma se non lo avesse fatto ben presto la sua città sarebbe stato distrutta, il suo impero invaso e sul suo trono si sarebbe seduto qualcun altro.

Era intanto calato il tramonto ed avvolgeva del suo oro la reggia e sembrava consacrarla. La voce dell’Imperatore si era fatta man mano più dolorosa, mentre si rivolgeva, quasi supplice, ai suoi consiglieri, ai gran sacerdoti per avere una premonizione e un aiuto.

Non ci volle molto perché vi fosse, nella magia della sera, un univoco responso.

Il nome odiato ed amato, l’unico possibile salvatore.

Ora si dovevwarrior1a convincerlo, liberare dai fantasmi la sua anima oscura e rinnovare in lui il desiderio degli antichi fasti.

L’Imperatore mandò ambasciatori nell’odore pirico di sera di battaglia, nell’aria ancora gli ultimi clangori e le lamentazioni dei feriti.

Lui, il condottiero che con un solo gesto aveva fatto tremare la Galassia, leggermente invecchiato, non si mostrò entusiasta della proposta, promessa di una futura libertà e di munifici onori.

Espresse chiaramente il desiderio di rimanere ai margini della storia nella sua torre ottocuspidale.

Crepuscolo antico era stato il suo e non c’era ragione di una nuova alba.

Sgomenti i sacerdoti e gli alti funzionari cercarono di convincerlo finché Aglaia, la splendida sacerdotessa della dea Iside, disse che doveva accettare perché era la volontà della dea.

Verità o menzogna regale?

Radior, il generale intergalattico dalle mille battaglie, vacillò esitante come una recluta alla prima circumnavigazione dei soli.

Da qualche giorno si sentiva confuso come se dei suoni contrastanti per intensità ed armonia si scontrassero nella sua mente impedendogli alcune riflessioni sulla relatività del tempo e della fama, sulle quali stava riflettendo e che non aveva avuto ancora modo di sistematizzare come avrebbe voluto. Tutto ciò gli impediva di formulare un pensiero certo, di dare una risposta sicura.

Deglutì.

Camminò un po’ avanti e indietro per il salone, considerando diverse opzioni e tranci di frasi. Poi aprì uno degli infiniti balconi a rientro che come orbite vuote si inerpicavano sulla struttura in nicchie profonde e uscì sotto una di esse e guardò oltre le mura.

Il campo di forza sembrava resistere eccellentemente smorzando, almeno, per ora, le velleità dei nemici.
Così a mente non riusciva a calcolare quanto ancora avrebbe potuto resistere prima di sgretolarsi come un castello di sabbia durante una mareggiata.

ruins-7647-2560x1600Poi, delle case, dei palazzi, dei templi non sarebbe rimasto più nulla, solo cenere fumante che avrebbe continuato a fumare per tanto, troppo tempo, portando con sè i resti di innocui cittadini.

Non aveva pietà per quel mondo che lo aveva rinchiuso in una torre, come un prigioniero di riguardo. Forse non aveva riguardo neppure per se stesso, colpevole di migliaia di eccidi per la sfrenata ambizione sua e di un Imperatore stolto.

Tirò fuori da una tasca dei calzoni un quadernetto nero, logoro, spiegazzato retaggio di un antico vezzo ormai dimenticato e soppiantato da macchine capaci anche di frugare nel pensiero.

Lo aprì a metà.

Una sola frase scritta con la calligrafia incerto di un bambino.

«Mai più guerre».

Non era un pensiero originale ma sintetizzava in poche parole un processo di pensiero lungo e laborioso come lo può essere solo quello vissuto intensamente sulla propria esperienza.

Tuttavia sapeva bene, che come spesso avviene, non c’era una risposta esatta e comunque avesse scelto avrebbe impiegato un sacco di tempo a domandarsi se avesse optato per il meglio.

Solo il responso della dea avrebbe potuto, in qualche modo, scioglierlo dal suo dubbio.

Era troppo vecchio e stanco per sopportare il peso di una scelta e il destino della vita di altri esseri che fossero amici o nemici.

Così, quando il conquistatore o il distruttore di mondi, come era comunemente chiamato, rientrò nel salone, pose una condizione al suo comando: l’investitura ufficiale della dea che lui stesso avrebbe consultato.

Una decisione alla quale nessuno si oppose, certi del vaticinio positivo della sacerdotessa.

IL RESPONSO

Quando Radior, due giorni dopo, si trovò di fronte alla sacerdotessa di Iside si sentì particolarmente nervoso.

sacerdotessa2Aglaia era di una bellezza imbarazzante tanto che quando le donne della città si specchiavano speravano di essere come lei mentre gli uomini quando guardavano le loro donne pensavano al volto della sacerdotessa.

Ma non era quella bellezza ad innervosirlo. Forse qualche anno prima quell’immagine avrebbe solleticato i suoi istinti, ormai si considerava lontano ed insensibile ad ogni desiderio puro o impuro che fosse. Inoltre non era certo quella la prima volta che si trovava in quel luogo, eppure in questa occasione vi era qualcosa di diverso che gli sfuggiva ma che lo rendeva incerto e goffo.

Una sensazione strana che lo metteva a disagio.

La fissò cercando in lei una risposta ma il suo sguardo non penetrò quello della sacerdotessa avvezza a ben altri occhi.

Cercò allora di sfogare la sua tensione stuzzicando nervosamente il vincastro che teneva nella mano con cui aveva condotto gli eserciti in battaglia.

La scena assumeva dei contorni grotteschi e buffi soprattutto se qualcuno avesse potuto osservarla dall’esterno, senza esserne parte.

Lui un uomo alto e forte con armatura lucente e un imponente copricapo da condottiero in soggezione di fronte ad una donna bella ma minuta.

Ben altra era l’immagine che i suoi soldati avevano di lui, sprezzante in battaglia e ardimentoso come solo gli eroi sanno esserlo. Ma era fin troppo evidente che il piglio arcigno con cui intimoriva sia i nemici che le sue stesse schiere non avesse nessun effetto sulla sacerdotessa.

Lei era altera e superba, in modo quasi eccessivo, sembrava voler giocare con il destino del condottiero. Sembrava srotolare lo spago della sua vita e ritrarlo con gesto sicuro a suo piacimento.

Radior, per quanto avesse combattuto per anni e anni pareva del tutto inerme e impreparato per quella battaglia o meglio per quel duello nel tempio con l’aria densa e torrida di quel pomeriggio. A tratti una sabbia fine si insinuava da piccole fessure e volteggiava pigramente nell’aria mentre i raggi dei soli si inseguivano come dardi luminescenti.

In fondo pensava, «Deve solo divinare il futuro, come fa ogni giorno…».

future-city-fantasy2Poi si soffermò per un attimo riflettendo che non dovesse essere così facile prevedere il futuro per quanto avesse, probabilmente fin da quando era bambina, quel dono. Dono o maledizione di chi non può mai sorprendersi di nulla e che non può mai scegliere il suo domani?

Lei lo fissò con la sufficienza di chi è conscia del suo ruolo e della sua posizione di assoluto predominio.

Lui sollevò lo sguardo che era fuggito lontano, per affogare nelle colorate tessere del mosaico del pavimento. Cercò quella fierezza che mai gli era mancata sui campi di battaglia anche più atroci, dove il destino dei vivi spesso combaciava con quello dei morti, poi disse: «Perché Iside ha scelto me per comandare l’esercito in questa disperata difesa?»

Le parole si inseguirono nell’aria.

Il tono era stato eccessivamente alto e una leggera eco sembrava sbeffeggiare la serietà con cui erano state pronunciate. Si mosse quasi a cercare un equilibrio che era diventato instabile.

Poi tornò a guardarla.

Un bagliore, un lampo fugace eppure spaventoso sembrò attraversare gli occhi della sacerdotessa. Non c’era apparente motivo per quel suo silenzio, se non quello di ribadire la sua posizione e il suo potere.

Radior fremeva.

Cambiare_il_DestinoTemeva per il suo destino sapendo che quella sarebbe stata una guerra lunga e faticosa che avrebbe arrecato lutti e poche gioie al suo popolo. Temeva soprattutto che sarebbe stata la sua ultima guerra. Troppe volte aveva osato sfidare il destino e si era avvicinato pericolosamente al punto di non ritorno. Era possibile che ora Iside avesse deciso per lui?

Ma la sacerdotessa sembrava non voler capire le sue ambasce. Quasi come fosse il suo nemico e non il difensore del tempio e del suo stesso culto contro barbari alieni che parlavano altre lingue e che pregavano altri dei.

Se l’esercito da lui guidato, per volontà di Iside, fosse uscito sconfitto probabilmente in quella stessa sala dopo poco si sarebbero abbattute orde di soldati alla ricerca di ori e ricchezze.

Devastazione e morte al posto di un generale trepidante e in silenzio.

Eppure ella sembrava non voler rispondere come se quel fatto gli pesasse più di ogni altro. Addirittura, ad essere maligni, si poteva dubitare che sapesse la risposta. Sembrava quasi che, se ne era a conoscenza, la volesse celare per costringere Radior ad un’azione per sua scelta senza dargli nulla per farlo che non fosse la sua propria volontà.

escher-metamorfosi2Era, senza dubbio un gioco pericoloso perché le insicurezze del condottiero avrebbero potuto farlo optare per una scelta diversa, che di fatto si sarebbe probabilmente ritorta contro l’Impero ma anche contro il tempio e il suo culto.

Un braccio di ferro tra un vedente che non voleva parlare e un cieco che avrebbe voluto qualcuno che lo guidasse.

Nel tempio l’aria si era fatta più calda. Sotto l’armatura stellare Radior sentiva la pelle riempirsi di sudore, ma per nulla al mondo se ne sarebbe andato senza una risposta.

Il silenzio di lei amplificava i suoi funesti pensieri. Perché proprio a lui non voleva rispondere? Forse perché la dea lo voleva solo usare per poi lasciarlo imputridire morente sul campo di battaglia una volta che i nemici erano stati respinti?

Già saperlo sarebbe stata una consolazione, per quanto limitata. Ma era ancora possibile anche solo lontanamente, in una civiltà così avanzata, credere nell’esistenza di una dea? E se anche la dea esistesse non sarebbe troppo avere l’ardire di ipotizzare che essa non solo si curi dei fedeli e che pieghi il loro destino al solo suo interesse?

In realtà non si era mai, anche in giovane età, interrogato su queste questioni. La religione, la fede non erano. per lui, interamente afferrabili e conoscibili, per cui forse un po’ comodamente aveva evitato ogni riflessione, preferendo l’azione concreta e tangibile. Fino a quel momento non se ne era mai fatto un cruccio.

destino3Ognuno ha un proprio destino scritto da sempre, il suo era semplicemente quello di combattere. Anche i racconti di sua madre sugli dei gli erano parsi sempre piuttosto noiosi e insignificanti. Li ascoltava distratto le sere mentre gli occhi cercavano le ombre tra le pieghe dei muri di casa. Solo una storia se la ricordava assai bene, anche perché spesso chiedeva a sua madre di narrarla. Era una storia truculenta e crudele che aveva assunto da monito tutte le volte che sentiva vacillare la sua fede ai culti degli antenati.

La storia raccontava di un potente re di un paese lontano che aveva cercato di oscurare il culto del dio del furore e della follia venerato sia dai suoi genitori che, prima di loro, da suoi antenati. Tale era il disprezzo del re verso quel dio che lo aveva fatto catturare dalle sue guardie e lo aveva fatto incatenare e gettare nelle segrete del suo palazzo.

Così pensava di aver dimostrato a tutti i suoi sudditi la debolezza e quindi l’inutilità di quel dio. Ma il dio, che pure si era lasciato incarcerare senza difendersi, evocò un terribile terremoto che distrusse tutta la città e la reggia.

Poi fece impazzire la madre del re che, trovato il figlio ferito vicino alle rovine del palazzo, invece di aiutarlo lo fece letteralmente a pezzi straziandone poi il cadavere.

Infine il dio si mostrò ai superstiti raggiante e libero in tutta la sua potenza in modo tale che nessuno potesse dubitare ancora della sua divinità.

Forse la storia a distanza di tanti anni poteva sembrare poco originale e non troppo realistica ma Radior ancora ricordava i particolari che la madre dispensava senza alcuna tirchieria di sorta. Soprattutto lo aveva colpito il particolare della madre del re che aveva staccato con un sol colpo d’ascia la testa del figlio e si trastullava con essa come fosse un normale oggetto. La pazzia con cui il dio si era vendicato e che l’aveva colpita, l’aveva resa insensibile anche all’affetto più caro, al frutto del suo grembo.

Da questa storia e da altre simili Radior aveva dedotto che era meglio non opporsi alla tradizione ricusando in qualche modo gli dei, i suoi avi. Ricusare gli dei e forse anche solo abbandonarli o trascurarli avrebbe potuto significare per lui sventura. Non pensava al taglio della testa da parte di sua madre o a un terremoto che avrebbe spazzato il suo esercito ma il destino, soprattutto in battaglia, può colpirti in molti modi anche meno evidenti ma altrettanto letali.

Non doveva essere vantaggioso avere un dio alleato con i suoi nemici pronto a combattere contro di lui. D’altronde se era nel tempio di Iside lo doveva anche a questo. Non voleva che la dea fosse contro di lui e voleva sondarne umori e ragioni.

Ma la sacerdotessa sembrava opporsi a questa sua volontà e non ne capiva la ragione perché era ovvio che se avessero vinto i nemici la sua sorte era decisa, ma anche la sorte del culto di Iside, si poteva presumere, sarebbe stata facilmente decisa, sostituendo a lei gli dei foresti. Le sue effigi sarebbero state distrutte, cancellate, sbriciolate per essere sostituite con nuovi simulacri da adorare e venerare secondo rinnovati riti di barbara natura.

Era l’oblio che Iside desiderava con tanta ostinazione?

oblioQuasi portasse sulle spalle una stanchezza eterna e chiedesse di essere lasciata in un cantuccio come un oggetto da dimenticare del quale, con il tempo, non si ricorda neppure il senso.

Non desiderava lui lo stesso destino?

Non più figurazioni di un’antichissima libera vita, di enormi miti solari, di stragi, di orge… ma solo una misteriosa chimerica pace fatta di respiri calmi e meditazioni dolciastre.

Gli dei, come quando era giovane, gli rimanevano del tutto estranei e imperscrutabili.

Allora si era convinto che la ragione era inutile e che tutto si doveva basare solo sulla tradizione. Ma ora, in quella calda giornata, sembrava che tutte le sue certezze costruite pazientemente vacillassero. I suoi dubbi, le sue incertezze erano amplificati dall’enigmatico e pervicace silenzio della sacerdotessa che sembrava apparentemente non conoscere la risposta.

Se almeno avesse avuto le sembianze di una creatura malefica alla disperata ricerca del dolore altrui. Ma era bella e sensuale e questo rendeva la sua perfidia e il suo silenzio ancora più difficili da accettare. Radior aveva sempre pensato che la bellezza fosse spesso accompagnata dalla virtù, non esistono eroi deformi, si era sempre detto.

Bellezza e coraggio erano per lui sinonimi per un arcano ordine delle cose a cui gli uomini dovevano ubbidire. Ma ora si accorgeva di come molti dei suoi pensieri fossero del tutto superficiali e mancanti di ogni riscontro empirico. Anzi, a pensarci bene, molti dei suoi più valorosi soldati erano di aspetto modesto. Quindi le sue erano semplicemente astrazioni di una mente spesso rimasta ad uno stato adolescenziale, che aveva preferito la lotta fisica a quella, a volte più dolorosa, dell’ intelletto.

Ripensò al silenzio della sacerdotessa. Proprio quel silenzio poteva essere un implicita risposta alla sua domanda.

Forse non era il rifiuto di una iniziazione ma l’iniziazione stessa.

escher-scaleSi sentiva confuso come se stesse varcando i limiti della giurisdizione degli uomini per entrare in un terreno che non era di sua competenza. Sentiva tuttavia una particolare attrazione per quel percorso che gli sembrava aver intrapreso, come se per la prima volta avesse sfiorato qualcosa che fino ad allora gli era stato totalmente estraneo.

Probabilmente, se fosse stato saggio, avrebbe accettato senza ulteriori domande o pensieri, il responso o meglio il silenzio della sacerdotessa. Quel diniego di profezia che, in fondo, era una profezia stessa, avrebbe potuto donargli la tranquillità necessaria per affrontare serenamente la guerra.

Tuttavia, forse per la prima volta, non riusciva a fingere. Quel quesito senza risposta lo preoccupava e lo innervosiva più del dovuto. Perché era stato scelto? Quanto quella scelta era anche una condanna? Quale colpa aveva commesso per essere condannato? E chi lo stava condannando: la dea o la sacerdotessa per sue considerazioni e utilità personali?

Era lei che si era convinta che Radior, solo fra i tanti, sarebbe stato in grado di difendere i confini dell’Impero e quindi la sopravvivenza del tempio? Non era quindi una questione di fede ma solo di speculazione utilitaristica?

Ma se anche fosse stato così come avrebbe potuto lei esplicitare il suo pensiero se non ammettendo in qualche modo la falsità della sua funzione e peggio l’esistenza stessa della sua dea o almeno la possibilità di ricevere da lei indicazioni concrete come si era soliti credere?

Falsità che portava a dubitare di quel responso divino e più in generale di tutti i responsi divini. Il tempio salvato dai nemici sarebbe stato ben più gravemente danneggiato se non distrutto da quella rivelazione.

Quindi era più logico mentire come doveva aver fatto innumerevoli altre volte? Le risposte non le derivavano da doni profetici soprannaturali ma dalla scaltrezza e dalla capacità di parlare per enigmi. Una dote che doveva aver affinato con gli anni passati al tempio prima di diventare la gran sacerdotessa di Iside.

Escher-Vincolo-dunione-1956-800x600Ma una dote non divina ma troppo umana. La capacità di manipolare, e di influenzare il prossimo, di cambiare la sua percezione dei fatti o suo il comportamento usando schemi e metodi subdoli e ingannevoli. Manipolarlo al solo scopo di soddisfare i propri interessi, meglio se a danno di altri. E ora come poteva Radior pensare che per lui avrebbe fato una eccezione? Che con quel silenzio non stesse manipolandolo?

Forse perché lui, con un’alta e quasi morbosa percettività, aveva riconosciuto in lei, forse soltanto per la singolarità del suo sguardo, l’assenza di ogni meritoria preveggenza e un empio uso dei suoi responsi?

O forse più semplicemente perché grazie ad una particolare capacità empatica si era accorta dell’infelicità che circondava Radior e spinta da chissà quale bonarietà d’animo aveva deciso di non infierire sulle sue fragilità?

Una vita, quella del condottiero, a ben vedere, fatta di trionfi e gloria militare ma anche di un’indicibile solitudine, di penuria d’amore e dal dolore per una felicità smarrita a causa di un fato impietoso.

Ma cosa cercava Radior: la verità o solo la pietà di qualcuno?

Da lontano rimbalzò un rumore metallico. Un rimbombo sordo che increspò l’aria. Radior portò istintivamente la mano al fedele disintegratore pugnale, pronto ad usarlo all’evenienza. Poi il silenzio tornò sovrano e Radior riprese a inseguire i suoi pensieri. Cercava qualche modo per giungere alla verità, sempreché ce ne fosse una.

Pensò che se fosse sopravvissuto avrebbe potuto tornare al tempio con ben altra determinazione per convincere la sacerdotessa a parlare. Ma si accorse che se fosse tornato quell’azione sarebbe già stata, almeno in parte, la scoperta di ciò che oggi gli sembrava velato.

Sarebbe stato un premio o comunque una conferma della sua fede, sia pur una fede dubitativa e critica. Ma la fede può garantire a priori il successo o è sempre connaturata alla nozione di rischio? Comunque sarebbe tornato e avrebbe preteso di sapere, di conoscere. Preteso come solo gli eroi possono esigere.

Ora invece era solo un predestinato che ha ricevuto l’investitura da tutto un popolo che spera in lui per salvarsi dai feroci nemici.

Non avrebbe avuto senso rinunciare.

fantasy-war2Probabilmente sarebbe stato impossibile farlo se non mettendo a rischio la sua stessa appartenenza a quella comunità. Se per un suo cruccio personale avesse deciso di scagliare lontano il potere ricevuto chi avrebbe capito e soprattutto condiviso quel suo gesto?

Tuttavia non sarebbe stato sempre così, ci sarebbe stata senz’altro un’occasione ulteriore, finita la guerra, per pretendere la risposta a meno che fosse stato ucciso e sconfitto in battaglia. Ma anche in questo estremo caso avrebbe avuto una risposta certa e definitiva. Una risposta oggettiva, inconfutabile.

In quell’istante Radior sentì un suono simile a un breve ringhio e seguito dal silenzio. Si voltò e vide delle donne anziane iniziare a piangere e disperarsi per la disgrazia che si sarebbe presto abbattuta sulla loro patria. Si lamentavano in un dialetto arcaico e senza velo con le fronti rugose e i visi solcati dal pianto.

Radior era troppo stanco e preoccupato per la sua sorte per spendere ulteriore attenzione a quella lamentazione. Il tempo trascorreva veloce ed era ormai ora di andare. Le guerre non si vincevano certo con i se e con i ma e soprattutto rimanendo immobili in un tempio ad aspettare una risposta che non sarebbe mai giunta.

La decisione tornava pesante sulle sue spalle di uomo incerto della sua effettiva libertà. In un ultimo sussulto il generale di tutti gli eserciti con voce stentata chiese: «Perché, dunque, Iside ha scelto me?». Cercando di accompagnare le parole con una piega delle labbra che avrebbe dovuto sottolineare la sua ira.

Holy_Temple-1La sacerdotessa lo fissò.

Radior notò che, a differenza del comune pensiero, non era esageratamente bella, aveva l’aspetto delle donne che non invecchiano ma che non sono mai state neppure veramente giovani. Ciò che era però sorprendente, era quello sguardo che non poteva non attrarre l’attenzione di un uomo.

Parve sorridere o meglio sembrò che un piccolo ghigno ne modificasse per un istante i lineamenti. Era assolutamente calma e ciò dimostrava come si sentisse lontana da quella inutile discussione e probabilmente anche da lui e dalla sorte della guerra.

Nessuno mai avrebbe potuto contraddire il suo responso qualunque esso fosse.

Non certo quell’uomo in piedi al centro del tempio.

Non era più di un piede di inciampo o, al meglio, un intermezzo in una tragedia dalla trama un po’ uggiosa. Radior di questo era convinto e non sapeva spiegarsi bene perché si ostinasse a cercare di essere rincuorato da lei. Sembrava quasi che fosse la prima volta che si trovasse di fronte ad un avvenimento come quello. Sembrava quasi che non conoscesse le tensioni e le paure di chi doveva affrontare, non solo la propria sorte, ma quella di un’intera civiltà.

Eppure quelle ansie le conosceva bene avendo già affrontato momenti come quello, se non addirittura più drammatici. Perché allora questa volta desiderava ad ogni costo un conforto?

Sentiva i suoi attendenti fremere fuori dal tempio, sommersi dai raggi dei soli. Doveva andare e non avrebbe saputo quello che desiderava. Se ne sarebbe andato ma era convinto che una volta vinta la guerra sarebbe tornato.

Allora non avrebbe supplicato ma avrebbe preteso di conoscere la verità, sempre che una verità ci fosse.

Vehicle_design2Così facendo fece un abbozzo di inchino e si girò velocemente. Con il pensiero pregustava con voluttà quando sarebbe tornato da vincitore ed eroe e avrebbe avuto nelle sue mani le sorte del tempio, del culto di Iside e la vita della sacerdotessa.

Si sentiva nuovamente riappacificato, salvo per una sfuggevole tristezza nel riflettere su ciò che era avvenuto.

Si rituffò così nella calda aria esterna. La sentì quasi con riconoscenza, aprirsi amica ad accoglierlo facendogli posto dentro di sé. Salì sulla navicella che lo aspettava e comandò all’auriga di partire alla massima velocità perché la gloria lo attendeva.

Nel tempio le donne continuavano a piangere le lacrime di un popolo legato al destino di un solo uomo. La sacerdotessa pregava e pensava. Pensava al prossimo possibile incontro con il condottiero e alle sue domande senza risposta e alla sua vita legata alle divinazioni.

Pensava e sperava di non sbagliare ad interpretare la volontà della sua dea.

Radior era ormai lontano e il pensiero del tempio piano piano svaniva.

Chissà se sarebbe mai tornato in quel luogo sacro.

Certo che, se lo avesse fatto, sarebbe stata solo una sua decisione per capire qualcosa di più sugli dei o forse solo per rivedere nuovamente la sacerdotessa e ascoltare il suo silenzio.

Maurizio Canauz @ 2015

 

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