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Sentinella, quanto resta della notte?

Babylon 5: tra scienza e religione

babylon_5_logoIniziamo, tanto per sgranchirci un po’ il cervello, con una domanda semplice, semplice.

E’ possibile passare da un’arte ad un’altra o da un’arte ad una scienza con discreto successo?

La risposta è ovviamente affermativa.

Nella storia dell’umanità vi sono diversi esempi di illustri personaggi che eccellevano in diverse arti. Come non pensare a Leonardo da Vinci o a Michelangelo Buonarroti o, più recentemente, a Blaise Pascal, matematico e filosofo. Geni capaci di passare da una forma espressiva ad un’ altra o da un sapere ad un altro ottenendo, sempre e comunque, risultati mirabolanti.

Con l’avvento delle nuove tecnologie e della specializzazione questa possibilità si è fatta meno percorribile ma non impossibile.

Di fatto basta pensare, nel loro piccolo, a personaggi geniali come a Hedy Lamar, ricordata in questi mesi come donna brillante sia come attrice sia come inventrice e nella nostro Bel Paese, tra i tanti, a Dino Buzzati scrittore, giornalista, drammaturgo, librettista, pittore o a Giorgio Faletti, artista, musicista e scrittore per comprendere che è ancora possibile passare da un’arte all’altra o da un sapere ad un altro con buoni risultati.

Tra questi eclettici può essere annoverato anche Joseph Michael Straczynski, (17 luglio 1954), che si è cimentato con successo come fumettista, sceneggiatore e scrittore.

speciale_f4_contro_x-menAutore di quasi trecento albi a fumetti tra i quali diversi numeri delle serie I Fantastici Quattro, Uomo Ragno (Amazing Spiderman 471-545), Supreme Power, Silver Surfer e Thor, ha lavorato anche per serie animate molto note come: He-Man, i dominatori dell’universo e The Real Ghostbusters.

Ha scritto anche Bullet Points (2007), The Twelve, Dream Police e Book of the Last Soul pubblicati con l’etichetta Icon Comics della Marvel Comics.

Da sceneggiatore ha lavorato a Changeling, di Clint Eastwood e al soggetto del film Thor, diretto da Kenneth Branagh.

Come è evidente non gli si può negare una certa versatilità artistica, soprattutto tra scrittura e disegno.

Ma ciò che mi interessa, per questo scritto, è la sua funzione di ideatore, sceneggiatore e produttore di Babylon 5.

Forse non tutti ne conoscono il contenuto (per quanto ci sia anche in Italia un sito di appassionati che ne perpetuano la memoria: http://www.babylon5.it/), anche perché questa serie non è stata molto aiutata dalla programmazione televisiva spesso irregolare (legata a problemi di doppiaggio e di diritti). Comunque sia è una serie di fantascienza, prodotta tra il 1994 e il 1998, che racconta le vicende di una stazione spaziale chiamata appunto Babylon 5, in orbita attorno al terzo pianeta della stella Epsilon Eridani. Stazione lunga circa 8 chilometri e del peso di 2,5 milioni di tonnellate. Si tratta di una colonia rotante ed è l’ultima stazione a portare il nome Babylon dopo che le prime tre stazioni Babylon sono state sabotate e distrutte e la stazione Babylon 4 è scomparsa misteriosamente poco prima di entrare in servizio

La serie Babylon 5 fu creata con l’idea di narrare una storia in modo lineare, con un inizio ben definito, uno sviluppo e una conclusione.

Purtroppo questo non si è realizzato in Italia a causa dei problemi già ricordati che ne hanno impedito una regolare programmazione procurandole un rilevante danno artistico. Fortunatamente, ai fini della presente trattazione, questo fatto non ha incidenza perché è rilevante un solo episodio appartenente alla prima stagione.

IL FATTO

Con Babylon 5 l’autore voleva cercare di realizzare una serie basata su una tecnologia coerente, nessun salto o scoperta sensazionale per risolvere una situazione difficile e apparentemente senza sbocchi.

Non doveva essere, quello descritto, un futuro utopico o totalmente immaginario, ma in continuità con la realtà contemporanea basandosi su una antropologia (da estendersi anche alle razze aliene) e una sociologia non distanti da quelle odierna che, in verità, fanno diventare il racconto spesso una manifesta allegoria del presente.

Su questa stazione spaziale secondo il suo ideatore vi doveva essere, come sulla terra: la povertà, la ricchezza, l’avarizia, la generosità, gli intrallazzi politici e la corruzione. Non doveva essere un posto dove ogni cosa restava la stessa alla fine della giornata: i personaggi principali crescevano, maturavano, vivevano e morivano così come avviene nella realtà. Una serie interessata ad occuparsi di politica, sesso, religione e filosofia, cercando sempre di mantenersi imparziale.

b5Proprio dello scontro tra religione e scienza si occupa l’episodio Belivers cioè Credenti.

A dire il vero questo non è un argomento particolarmente nuovo od originale.

Senza prendermi la briga di fare una ricerca mi viene alla mente il film X files – Voglio Crederci, in cui l’agente Dana Scully, abbandonata l’FBI e tornata alla medicina, si trova di fronte a un dilemma posto tra scienza e religione che coinvolge un bambino (X-Files – Voglio crederci; Film USA 2008, Regista: Chris Carter. X-Files – Voglio crederci è un film del 2008, diretto e cosceneggiato da Chris Carter, in collaborazione con Frank Spotnitz. È il secondo film basato sulla serie televisiva X-Files, trasmessa con successo a partire dal 1993).

Ma torniamo nello spazio.

babylon5Nell’ episodio di Babylon 5 giunge sulla stazione una famiglia aliena composta dai genitori e da un figlio.

Purtroppo il ragazzino è malato e solo un intervento chirurgico, difficile ma non impossibile, lo può salvare.

Per quanto il capo medico ritenga ovvio operarlo i genitori si oppongono per ragioni religiose, in quanto l’operazione lo renderebbe impuro e lo allontanerebbe definitivamente dalla vita oltre la morte.

Si crea così uno stallo e viene chiamato a giudicare il comandante, autorità suprema di quel microcosmo rotante nel vuoto.

Per logica e secondo il comune buon senso, la decisione da aspettarsi non può essere che quella favorevole all’intervento.

Al contrario, dopo un lungo conflitto interiore, il comandante opta per la scelta dei genitori.

I motivi che lo spingono verso questa decisione non sono, in verità, solo libertari ma anche di opportunità politica. Il suo ragionamento è piuttosto pragmatico e , se vogliamo, opportunistico: se si venisse a sapere che su Babylon 5 non si rispetta la volontà, la religione e le tradizioni dei popoli vi è il rischio che molti viaggiatori in futuro la eviteranno facendole perdere la funzione di luogo d’incontro e di scambio per la quale è stata progettata.

Babylon-5Comunque sia il medico, disubbidendo agli ordini e alla decisione del comandante, opera lo stesso il ragazzo e lo salva.

A questo punto potrebbe sembrare una storia a lieto fine ma non è affatto così.

Dopo l’operazione i genitori non riconoscono più il figlio considerato impuro ed infine, per ridargli la possibilità di recuperare l’originale spiritualità, il padre lo uccide trasformando l’episodio in una tragedia.

UN PRIMO COMMENTO

Fin troppo facile appare, in questa voluta commistione tra realtà e fantascienza, pensare a gruppi religiosi che rifiutano, per una questione di natura spirituale e non medica, le trasfusioni o altri tipi di interventi o medicamenti. Se si scorresse la storia non sarebbe difficile trovarne qualche caso anche nella religione cattolica.

Nel 1885 quando ci fu, ad esempio, una epidemia di vaiolo a Montreal, una parte della popolazione sostenuta dal clero non volle farsi vaccinare.

babylon5_940x529Un prete dichiarò: «Se siamo colpiti dal vaiolo, ciò è dovuto al fatto che lo scorso inverno abbiamo avuto un carnevale inneggiato alla carne che ha offeso il Signore». Sotto la spinta dei Padri Oblati le contromisure contro l’epidemia si basarono sulla preghiera, su esercizi di devozione e su una grande processione per richiedere l’aiuto della Vergine. (A. D. Write, An history of the welfare of Scieence with Theology in Christendom http://www.gutenberg.org/ebooks/505)

Logicamente questi atteggiamenti possono, soprattutto in caso di emergenza, portare a dei rischi. Non è questo il luogo per approfondimenti teologici ma è evidente che, in queste situazioni, si venga a creare una evidente contrapposizione tra scienza e religione per quanto, spesso, si tratta di specifiche e parziali interpretazioni religiose.

Contrapposizione, quella tra scienza e religione, a volte radicale come viene sostenuto da alcuni perché scienza e fede non possono dialogare.

Basta qui ricordare le parole di Odifreddi: «all’assolutismo politico-teologico, impantanato nelle sabbie mobili della rivelazione e della fede, va contrapposto non il relativismo filosofico ma l’assolutismo matematico e scientifico, fondato sulle rocce della dimostrazione e della sperimentazione» (P. Odifreddi, Il matematico impertinente, Longanesi & Co, Milano 2005).

Soprattutto perché la fede, in un’ interpretazione forse un po’ troppo semplicistica, presuppone, come sostiene ad esempio Bertrand Russell, di credere ciecamente a qualcosa di rivelato nel passato, senza criticarlo, senza diritto di mettere in dubbio i misteri e i dogmi. Quindi, la religione per definizione sarebbe integralista. Non si può credere per metà o credere a certe cose e non ad altre, mentre la scienza viceversa vive nel dubbio, vive nella ricerca della verità, vive nel bisogno di provare, criticare se stessi, riprovare e così via «consapevole che il suo metodo è logicamente incapace di una dimostrazione completa e definitiva». (B. Russell, Scienza e religione, TEA, Milano2014).

Ma è veramente così?

497468422_preview_battlecruiser-from-babylon-5Uno dei più importanti e famosi epistemologi del XX secolo, Paul Karl Fayerabend sostiene, ad esempio, che i metodi usati dagli scienziati non sono sempre corretti o puri.

Circa l’opportunismo dei ricercatori, qualche tempo fa nell’ambiente degli economisti di Cambridge circolava una battuta: «Da due cose, in futuro, voglio stare alla larga, dopo aver visto come vengono fabbricate: le salsicce e i dati sperimentali».

Sembra perciò che l’atteggiamento ortodosso, l’osservanza del Metodo, come garanzia di purezza, sia più un sogno di alcuni scienziati e di filosofi, come Russell, Popper o per restare in Italia, Giorello, che una realtà.

Volendo essere un po’ irrispettosi si potrebbe affermare che si tratti più di un atteggiamento farisaico che onesto.

Come scrive Feyerabend: «Heisenberg attinse idee fondamentali del Timeo e, in seguito, da Anassimandro. Princìpi metafisici vengono utilizzati per poter portare avanti la ricerca, leggi logiche e considerazioni metodologiche vengono sospese in quanto comportano limitazioni indesiderate, concezioni e procedimenti avventurosi ed irrazionali abbondano da ogni lato. Il bravo ricercatore è un uomo colto, conosce molti trucchi, idee, terminologie, conosce particolari della storia della sua disciplina, così come anche astrazioni cosmologiche, voci oltre che fatti, è in grado di combinare assieme frammenti molto diversi fra loro e di passare rapidamente da un ambito ad un altro del tutto diverso ed incommensurabile…» (Feyerabend, Contro il Metodo, Feltrinelli, Milano 1978, p. 206-207).

Babylon-5-Cast-babylon-5-37408446-1920-1080Allo stesso modo ricordano Abbagnano e Fornero che le teorie di Giordano Bruno che in un certo modo, come sostengono Lovejoy (A.O. Lovejoy, La Grande Catena dell’Essere, Feltrinelli. Milano 1966) e Koyrè (A. Koyrè, Dal mondo chiuso all’universo infinito, Feltrinelli, Milano, 1970), orientarono la nuova ricerca scientifica sull’Universo, si basavano non su dati inoppugnabili ma su un armamentario concettuale del passato basato soprattutto su intuizioni extrascientifiche (N. Abbagnano, G. Fornero Percorsi della filosofia, Paravia, Torino 2012).

Per questo per quanto fossero rivoluzionarie, si pensi per esempio alla concezione dell’universo infinito, vennero accettate con sospetto e freddezza da scienziati come Brahe, Keplero, Galilei.

excalibur_lg1Senza approfondire la questione di Galileo Galilei (oggetto di polemiche e dibattiti, additato come esempio del metodo scientifico da alcuni e messo in discussione da chi come Feyerabend riteneva che il suo successo dipendesse proprio dal non aver rispettato il metodo scientifico ed empirico al quale Galileo stesso sosteneva di ispirarsi) si può giungere ad una riflessione che pur apparendo paradossale può contenere un fondo di verità: «E se arrivassimo a sostenere che il metodo della scienza non esiste affatto? È una visione radicale, ma non poco diffusa, che porta a concludere che dal punto di vista metodologico «tutto va bene», nel senso che non si può mai stabilire a priori che cosa funzionerà per spiegare un certo fenomeno o produrre un certo effetto. Questa prospettiva è stata chiamata anarchismo epistemologico: la cosa che possiamo fare, nel fare scienza, è lasciare libere tutte le opzioni, permettere una pluralità di punti di vista e di metodi.» (M. De Caro, Che cosa sanno gli scienziati? in Ferraris Maurizio (a cura di) 2012 Scienza. Che cosa sanno gli scienziati?, Gruppo editoriale l’Espresso, Roma, 25).

Ma la scienza si comporta veramente così?

SCIENZA COME RELIGIONE

L’errore del medico di Babylon 5 è quello di anteporre la scienza ai convincimenti religiosi del suo paziente e dei suoi familiari o peggio la sua visione della vita e della morte alla loro, compiendo un atto arbitrario.

Un atto non giustificato che porta, assolutamente in contrasto con la concezione di “scienza aperta” suggerita da De Caro sopra ricordata, a credere in un’unica via legittima e possibile: quella appunto della scienza.

573c81cfc51fSi tratta in realtà di un problema tipico della nostra società, affrontato tra l’altro dalla bioetica, riconducibile ai due macro modelli teorici che «si ispirano a due concezioni generali del mondo e a due distinte filosofie: una di matrice religiosa e l’altra di matrice laica» (G. Fornero, Bioetica cattolica e bioetica laica, B. Mondadori, Milano 2009, p. IX).

Come sostiene Fornero, il primo modello è rappresentato dalla bioetica cattolica della sacralità della vita, il secondo dalla bioetica laica della qualità della vita. Si tratta di “due distinte concezioni del mondo” incarnate rispettivamente dalle dottrine della indisponibilità della vita umana (‘bioetica religiosa’) e della disponibilità della vita umana (‘bioetica laica’). La loro discordanza paradigmatica genera: «atteggiamenti antitetici rispetto ai quesiti bioetici più dibattuti e controversi» (G. Fornero, Bioetica cattolica e bioetica laica, B. Mondadori, Milano 2009, p. IX).

Con il tempo il paradigma legato alla qualità della vita è parso prevalere e la scienza ha così scalzato la religione sostituendola, come afferma uno dei massimi filosofi italiani contemporanei: Emanuele Severino.

Severino considera la scienza e la tecnica come veri pericoli per la Società Umana. «I rapporti dell’uomo con i propri strumenti è sempre stato ambivalente. Gli conferiscono un maggior potere, ma tendono anche ad asservirlo e quindi a ridurre la sua potenza. Il problema è particolarmente sentito nel nostro tempo, perché la scienza moderna ha conferito agli strumenti di cui oggi l’uomo dispone una potenza mai apparsa e quindi egli corre il rischio di venire imprigionato nella forma più radicale di asservimento. Si tratta del rapporto dell’uomo alla tecnica. Una parte della nostra cultura ritiene che egli abbia la capacità di controllare la tecnica e di non farsi assoggettare dalle forme di vita che essa impone. Ma una parte altrettanto considerevole della cultura contemporanea ritiene che l’organizzazione scientifico – tecnologica dell’esistenza sia un processo inarrestabile, irreversibile e quindi ingovernabile dall’uomo». (E. Severino, Il declino del capitalismo, Bur, Milano 2007, p.136)

Ma quello dell’asservimento non è l’unico problema.

306161L’uomo vorrebbe dominare ciò che lo circonda e per Severino inizia questo tentativo di dominio alleandosi con Dio. Ma con il tempo Dio viene superato (si pensi a Nietzsche) e sostituito da un altro alleato ritenuto maggiormente capace di dominare la natura: la scienza

«Nel suo insieme, la tecnica guidata dai criteri della scienza moderna, non intende realizzare un certo scopo piuttosto che un altro, non intende agire e andare in una direzione piuttosto che un’altra, intende accrescere la propria capacità di realizzare qualsiasi scopo e di andare ed agire in qualsiasi direzione. Intende incrementare indefinitivamente la propria potenza.» (E. Severino, Il declino del capitalismo, op. cit. p.139)

Questa idea di pericolosità della scienza che tende a sostituirsi alla religione si ritrova anche in Feyrebend: «La scienza…è intrinsecamente superiore solo per coloro che hanno già deciso a favore di una certa ideologia, o che l’hanno accettata senza aver mai esaminato i suoi vantaggi e i suoi limiti. E poiché l’accettazione e il rifiuto di ideologie dovrebbero essere lasciati all’individuo, ne segue che la separazione di stato e chiesa dovrebbe essere integrata dalla separazione di stato e scienza, che è la più recente, la più aggressiva e la più dogmatica istituzione religiosa» (P. K. Feyerabend, Contro il metodo, Feltrinelli, 1979, pag. 240).

Babylon-5-Cast-babylon-5-37408447-1920-1080Detto così potrebbe sembrare un discorso un po’ astratto, ma non significa altro che la scienza ortodossa applica i suoi metodi e considera tutto ciò che è alternativo come eretico.

Il dubbio, l’essere pronti a mutare i propri convincimenti non è più parte del corredo dello scienziato anche perché dietro ad ogni programma scientifico vi sono interessi economici elevatissimi e il desiderio di potere e di riconoscimento.

Ma lasciamo la teoria per immergerci nelle cose del mondo.

Prendiamo un caso relativamente attuale: il caso Di Bella.

Il Metodo Di Bella (o multitrattamento Di Bella in sigla MDB) è una terapia alternativa per il trattamento dei tumori, che, fra il 1997 e il 1998 fu oggetto di una grande attenzione da parte dei mass media italiani.

1La sperimentazione condotta nel 1999 dal Ministero della Salute sancì la sostanziale “inattività“, cioè l’inefficacia terapeutica, del cosiddetto “multitrattamento Di Bella“. I risultati furono pubblicati sul British Medical Journal. Vennero inoltre osservate in via complementare le curve di sopravvivenza dei pazienti sottoposti allo studio. Tutte rientravano nei parametri delle curve di sopravvivenza relative alle specifiche forme di tumore in assenza di trattamento: in poche parole quei pazienti non avevano avuto alcun beneficio né terapeutico né in termini di allungamento della sopravvivenza con MDB.

Una ulteriore bocciatura del metodo arrivò poi nel 2005 con una lettera inviata dal presidente del Consiglio Superiore di Sanità Mario Condorelli al Ministro della salute Francesco Storace.

Negli ultimi anni però il Metodo di Bella, come un’araba fenice, sembra essere risorto, grazie ad alcune sentenze giudiziarie che hanno imposto alle ASL locali di rimborsare le cure ad alcuni malati e da un punto di vista teorico, ad uno studio scientifico dell’Università di Firenze approvato dall’Istituto europeo per l’Oncologia che ha, in parte, confermato la validità del metodo.

Il titolo della nuova ricerca condotta dall’Università di Firenze e pubblicata su European Journal of Pharmacology è: «Effetti combinati di melatonina, acido trans retinoico e somatostatina sulla proliferazione e la morte delle cellule di cancro al seno».

In essa si troverebbe la (presunta) prova che l’insieme di queste sostanze arresti il tumore al seno.

station2La sperimentazione è avvenuta in un laboratorio del dipartimento di anatomia umana, su cellule in vitro. Le tre sostanze, prese singolarmente, hanno alle spalle ampia letteratura scientifica come farmaci anti-cancro. Ma gli stessi principi attivi, adoperati insieme, l’uno a rafforzare l’altro, fanno parte del metodo Di Bella, che comunque non è citato nello studio (forse per ragioni accademiche in quanto ancora “eretico”).

La sperimentazione della terapia di Bella era stata bocciata a fine anni ’90, ma da un’indagine del PM Raffaele Guariniello era emerso che c’erano stati gravi errori nella sperimentazione. È significativo un articolo di Marco Travaglio pubblicato su Repubblica nel settembre del 2000, in cui il giornalista raccontava i lati oscuri della vicenda fatta, a suo giudizio, non in modo scientifico ma con diverse irregolarità.

Alle spalle, come in un intreccio di spy – story, gli interessi economici delle case farmaceutiche che non avrebbero potuto guadagnare con questo metodo come invece continuano a fare con le chemioterapie e altri farmaci.

Mi sono riferito al caso di Bella non chiaramente per sostenere questa o quella tesi o per rinverdire la tesi del complotto ma per cercare di mostrare come i risultati empirici di una sperimentazione, che per loro natura dovrebbero essere oggettivi, risultano spesso di difficile interpretazione.

Di conseguenza il metodo scientifico, che si sostiene essere intersoggettivo e basato su dati certi e uguali per tutti, nella realtà risulta essere meno cristallino e non scevro da contingenze che, a volte (spesso?), lo rendono imperfetto.

CONCLUSIONE

Ma torniamo su Babylon 5.

Il dottore della stazione spaziale si richiama ai suoi compiti deontologici e in qualche modo, al mitico: Giuramento di Ippocrate.

Riporto qui di seguito uno stralcio della forma riveduta dal comitato centrale della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri il 23 marzo 2007.

«Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro: di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento rifuggendo da ogni indebito condizionamento; di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; di curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno, prescindendo da etnia, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica e promuovendo l’eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario».

2Tale formula per quanto encomiabile, anche se in vero non sempre purtroppo applicata, sembra più adatta ad una società coesa e basata su valori comuni che ad una società multietnica e multi religiosa.

I processi di globalizzazione, hanno portato ad un nuovo tipo di società in cui la compresenza, in uno stesso territorio, di una pluralità di culture e religioni, costituisce non più una eccezione ma un dato di fatto.

Questo comporta differenze sul piano delle concezioni del mondo e della vita (etiche, filosofiche, religiose e culturali) e sul piano dei comportamenti (gli usi, i costumi e le tradizioni) che mettono alla prova la consistenza dei principi di uguaglianza e di differenza (o diversità) nei limiti in cui la pretesa al diritto alla differenza o diversità deve comporsi con il principio universale dell’uguaglianza.

Il principio di uguaglianza va integrato con il principio di differenza, ossia del rispetto della specificità di ogni cultura, l’identità della cultura di appartenenza.

Ma questo pone infinite difficoltà etiche e giuridiche a partire dalla difficoltà (impossibilità?) di coniugare i paradigmi rappresentati dalla bioetica religiosa della sacralità della vita e quello della bioetica laica della qualità della vita, evidenziati da Fornero e sopra riportati.

Questo sicuramente non viene fatto dal medico di Babylon 5 che privilegia la sua cultura scientifica a quella religiosa della famiglia.

Giusto? Rispettoso?

Credo che si debba sospendere il giudizio lasciando ad ognuno la responsabilità di dare una risposta.

Mi permetto solo di evidenziare come in una società multietnica o nel caso di specie in una stazione stellare punto di incontro di razze diverse, acquisti sempre più importanza il confronto e, dove possibile, la negoziazione.

L’unica strada possibile per operare e salvare il ragazzo senza usare la prevaricazione o l’astuzia sarebbe stata, infatti, quella di confrontarsi e convincere i genitori della bontà della propria tesi.

Fallito, però, questo tentativo (come di fatto avviene nel telefilm) il medico dovrebbe arrestarsi.

3Scrive Popper ossessionato dal Vero scientifico: «Se le due parti si trovano in disaccordo, ciò può significare che l’una o l’altra o entrambe sono in errore: questa è la posizione di chi adotta un atteggiamento critico. Quel disaccordo non significa, come pretende il relativista, che entrambe possono avere parimenti ragione. Esse, senza dubbio, possono essere entrambe in errore, anche se non necessariamente. Ma chiunque afferma che essere parimenti in errore significa aver parimenti ragione non fa altro che un gioco di parole o un gioco di metafore» (K. Popper, Fatti, standard e verità. Un’ulteriore critica del relativismo, in La società aperta e i suoi nemici, a cura di D. Antiseri, Bompiani, Milano 2009, p. 831).

Il problema diviene però chi stabilisce chi è in errore.

I sistemi etici sono sistemi chiusi e quindi naturalmente poco inclini ad accettare ipotesi differenti da quelle sostenute e proclamate.

Il confronto tra loro, sempre che un confronto sia possibile, non deve, a mio parere, basarsi sulle differenze ma sugli aspetti comuni.

Una volta stabilito cosa vi è in comune si deve partire da questa base e negoziare altri aspetti che non sono ritenuti identitari e quindi fondamentali per i sistemi.

Questo non significa essere dei relativisti, ma neppure credere in una morale o in valori comuni: di fatto non pare esistano (purtroppo, visti gli ultimi avvenimenti storici, neppure quello della vita umana).

4Per superare le differenze esiste solo il confronto razionale, che può portare a mostrare la fallacia di certe credenze.
Confronto che si deve basare sulla capacità di ascolto e volontà di riflessione di entrambi gli interlocutori.

Ecco forse il vero punto, sapere ascoltare il prossimo ed accettare il confronto pur credendo nella saldezza dei propri valori e convinzioni.

Lo stesso dovrebbe fare la scienza accettando il confronto con altri saperi o sistemi di idee e valori e ricordando che all’inizio del suo cammino, nel seicento, una delle sue caratteristiche era l’universalità, l’apertura verso tutti.

Aspetti questi che la rendevano diversa da occultismo e magia, chiusi in circoli di pochi iniziati.

La scienza non dovrebbe arroccarsi nella sua torre, a difesa del paradigma imperante come mostra per certi versi Kuhn, difendendola dagli attacchi esterni ma dovrebbe essere aperta al confronto e alla spiegazione, per convincere i suoi interlocutori della bontà del suo sapere e non per imporlo come farebbe la peggiore delle chiese.

Utopia? No solo fantascienza.

Maurizio Canauz @ 2015

4 commenti su “Babylon 5: tra scienza e religione

  1. phasefour1984
    19 dicembre 2015

    Nome: Marco Straforini
    E-mail: marcostraf@hotmail.com
    Sito web: https://stanzaunozerouno.wordpress.com
    Commento: Commento: Bell’articolo, ma non condivido.
    E’ sbagliato in casi come questi dare la colpa alla dicotomia religione-scienza (che e’ tale solo per i religiosi intransigenti), qui il discorso e’ molto piu’ vasto, il medico non e’ solo un uomo di scienza (deve credere nella scienza per fare il suo lavoro) ma piu’ importante per esercitare deve seguire una ETICA PROFESSIONALE (scusate le maiuscole) come tutti i professionisti in qualunque campo. E’ una etica molto semplice: il suo compito e’ salvare vite umane, senza riguardo di quali vite siano. Un santo e un criminale sono trattati allo stesso modo, senza eccezioni. E ci mancherebbe altro non sia cosi’, altrimenti tutte le volte che andiamo da un dottore dovremmo chiederci se apparteniamo a una categoria che tale dottore odia. E’ la etica che ci permette di andare sicuri a farsi vedere da qualunque dottore, ovunque nel mondo, ed essere sicuri di essere trattati alla stessa tregua di qualunque altro.
    Quello che il telefim propone e’ infatti un caso limite: cosa succede quando l’etica del medico contrasta con quella del paziente? Ed e’ ancora piu’ particolare: cosa deve fare quando il paziente e’ un minore o una persona non in grado di intendere e la volonta’ dei guardiani collide con l’etica del dottore? Mi spiego: vado dal dottore e mi dice che devo essere operato; la mia religione lo proibisce; sono una persona adulta e responsabile, tolgo il dottore dalla responsabilita’ e me ne vado, preferisco morire. E’ una mia scelta che il medico deve rispettare. Qui il caso e’ diverso. Il malato e’ un bambino. Come fa il dottore a essere sicuro che tale bambino non sia stato indottrinato dai genitori? Ancora peggio, e se il bambino fosse ancora un neonato? E’ una bella domanda. Siamo sicuri che sia giusto per i genitori prendere una decisione (vita a morte) nei riguardi di un neonato? La decisione di non operare basata su qualunque motivo (non solo religioso) non corrisponde a una condanna a morte? A chi da’ ai genitori il diritto di prenderla?

  2. phasefour1984
    12 gennaio 2016

    Posto la risposta di Maurizio Canauz, autore dell’articolo, al commento di Marco Straforini: ” La contrapposizione tra scienza e religione non può essere relegata solo a una becera diatriba tra religiosi bigotti e intransigenti e scienziati, ma tra sistemi complessi ed organizzati basati su principi, obiettivi e finalità differenti che a volte vengono in contrasto e che per loro natura, non possono essere oggetto di mediazione.
    Ma ciò che nell’articolo si voleva sottolineare era soprattutto l’atteggiamento di certa scienza che nell’agire concreto, contravvenendo ai suoi stessi principi e metodi, si chiude su se stessa diventando a sua volta chiesa.
    Il timore di questa pericolosa involuzione non è lanciato da chierici impenitenti ma da filosofi anarchici (o come si definiva dadaisti) come Feyrabend o non troppo ortodossi come Severino che per le sue idee lasciò l’insegnamento all’Università Cattolica.
    Dubbi sul metodo scientifico sono stati sollevati anche da altri studiosi che hanno dato vita a quello che è definito costruttivismo sociale.
    Tale corrente di pensiero, è stato sviluppato da Latour e Woolgar nel volume Laboratory Life: The Social Construction of Scientific Facts (Vita di laboratorio: la costruzione sociale dei fatti scientifici, 1979). Gli autori analizzano le pratiche quotidiane dei ricercatori in un laboratorio scientifico con lo stesso metodo con cui gli antropologi studiano le tribù primitive. In tal modo giungono alla conclusione che la “tribù” degli scienziati di laboratorio non studia la “natura”, ma solo i fenomeni osservati nelle condizioni artificiali da loro stessi prodotte. L’idea centrale del costruttivismo sociale consiste nella tesi che i fatti scientifici sono artefatti creati dalle pratiche di laboratorio. Secondo i costruttivisti le pratiche di laboratorio hanno carattere essenzialmente linguistico e sociale. Infatti, il risultato fondamentale degli esperimenti di laboratorio è costituito dalla produzione di vari tipi di “iscrizioni”, cioè di entità linguistiche come grafici, numeri e resoconti sperimentali; queste iscrizioni vengono poi confrontate e manipolate attraverso dibattiti, “negoziazioni” e scambi sociali di vario genere tra i membri del gruppo di ricerca, e tra quest’ultimo e il resto della comunità scientifica. Latour e Woolgar possono quindi asserire che i fatti scientifici sono costruzioni sociali. Ne segue che, diversamente da quanto credono i realisti, le teorie non possono essere confrontate con una realtà esterna preesistente alla pratica scientifica.
    Si potrebbe andare oltre sui limiti della scienza e sulla sua presunta oggettività ma mi fermo qui.
    Ulteriori problemi li avverto quando si parla di etica.
    Come è noto l’etica (e i suoi principi) non è unitaria ma ve ne sono di diversi tipi in contrasto tra loro.
    Ad esempio, per rimanere nella medicina, prendiamo il caso di due pazienti e scarsità di medicine e risorse a disposizione dei medici.
    E’ giusto accanirsi per salvare il più grave dei due, anche se con prognosi infausta, mettendo a rischio anche l’altro oppure si devono usare i medicinali e le altre risorse per meglio curare quello meno grave salvandolo e lasciando l’altro al suo destino?
    I vari tipi di etica, da quella utilitaristica, a quella dei diritti di derivazione kantiana ecc. (si veda per un approfondimento: S. Cremaschi, L’ etica del Novecento. Dopo Nietzsche, Carocci Roma 2005) risponderebbero, a questo dilemma etico, in modo diverso e suggerirebbero azioni diverse.
    Lo stesso, probabilmente, avviene sul campo coinvolgendo i medici in scelte difficili.
    Scelte che non sono comuni in tutti i Paesi, così come non sono uniformi i trattamenti medici e le cure ma differiscono a seconda di protocolli sanitari e delle ricerche effettuate.
    Farmaci e interventi chirurgici ammessi negli Stati Uniti possono non esserlo in Italia, così come tipologie di interventi ammessi o consigliati in uno Stato possono non esserlo in un altro.
    Vi è differenza e non uniformità ed entrando da un medico o da un altro si possono avere giudizi e cure diverse e a volte, anche totalmente differenti.
    Pensare ad un medico avulso dal contesto sociale in cui opera mi sembra un po’semplicistico.
    Infine, non mi addentro nei problemi di scelta per un minore. L’approfondimento necessiterebbe troppo spazio andando oltre lo spirito e l’argomento centrale della risposta.
    La ringrazio, comunque per il suo contributo perché il confronto è sempre utile e aiuta a migliorare o precisare la riflessione come sosteneva Addison e lo stesso Leopardi.” Maurizio Canauz.

  3. phasefour1984
    13 gennaio 2016

    Posto la risposta di Marco Straforini:
    ” Interessante. Beh, non condivido. Maurizio cita un lavoro di in antropologo che ja analizzato alcuni esperimenti da laboratiorio, ma la scienza non e’ certo solo quella, sarebbe come criticare la religione parlando solo dei miracoli. Leggero’ qualcosa di Latour tanto per familiziarrmi con lui, ma non e’ che ne sia molto interessato. Ciao, Marco “

  4. Pingback: L’inutile ricerca [racconto/saggio di Maurizio Canauz] | stanzaunozerouno

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