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La Horde, l’horror metodo “Champagne”

testataLa grandeur francese, pensata dal generale De Gaulle e messa in scena politicamente per un decennio a cavallo tra gli anni ‘50 e ’60 sullo scacchiere internazionale, pur non avendo generato tutti i frutti sperati dal suo ideatore, ha contribuito a formare un certo tipo di pensiero intorno alle cose francesi.

Per noi sono gli spocchiosi vicini, troppo simili a noi per non essere necessariamente anche antipatici e sempre pronti a scatenare la rissa (chiedere a Materazzi o a Zidane per approfondimenti sul tema); per gli inglesi sono gli odiosi antagonisti dell’impero coloniale; per gli americani sono i presunti sfidanti all’egemonia mondiale nonostante i trascorsi tra i due popoli possano vantare il comune desiderio di interpretare i valori di Liberté, Égalité, Fraternité, magistralmente sintetizzati dalla Statua della Libertà, dono della Francia per il centenario dell’indipendenza americana…

la-horde-12Per tutti, però, i francesi sono i galletti, essendo il gallo, quello del chicchiricchì mattutino, l’animale simbolo della nazione: egocentrico, edonista, spaccone e così terribilmente orgoglioso da essere incapace di comprendere il fascino dell’autoironia…, questo è il francese medio esportato da cinema e letteratura, un po’ semplicisticamente ridotto a caricatura dall’italianissima sindrome del braccino corto!

Ma La Horde, che della grandeur francese mantiene alta la voglia di stupire e colpire dritto allo stomaco, non è solamente un prodotto generato dall’egocentrismo e dalla mania di grandezza della coppia di esordienti registi. E’ anche una pellicola che sbatte in prima pagina, a muso duro, una serie di tematiche care a diversi generi cinematografici e li fa convivere a botte, spesso facendo ricorso ad un’esibizione compiaciuta di violenza e demenzialità che, mista a una buona dose di ritmo e ad un virtuosistico uso della macchina da presa e a dialoghi luciferini, risulta essere alla lunga la carta vincente del film.

201449_fullLa trama mette insieme alcuni spunti d’autore come il seminale Distretto 13 – Le brigate delle morte di John Carpenter, da cui deriva la forzata alleanza tra poliziotti e banditi per fronteggiare il pericolo degli zombies, e le apocalittiche orge di sangue ed eros dei film di Robert Rodriguez, in particolare Dall’alba al tramonto, che attanagliano lo spettatore alla poltrona in un crescendo parossistico di efferatezze e suggestioni tra le più forti viste al cinema senza cadere nello splatter vero e proprio.

4c3f3747ae210La trama è semplice: un gruppo di poliziotti si reca in un palazzo della famigerata banlieue parigina, covo di spacciatori e criminali di ogni genere, per vendicare la morte di un collega. Peccato che abbia scelto, per farlo, proprio la sera in cui i morti ritornano in vita sotto forma di zombie, scatenando una interminabile sequenza di violenze e atrocità, nelle quali sarà impossibile distinguere il bene dal male, e tutto si trasformerà in una lotta senza quartiere dove solo il più forte ( o il più morto ) riuscirà a sopravvivere.

La varia umanità che popola il film, tra personaggi principali e compagni di viaggio, racconta di una specie umana giunta al capolinea, che non sa più nè credere nè amare, ma solo odiare e sopraffare, quasi che conti qualcosa conquistare una poltrona in prima fila per assistere all’apocalisse.

La Horde è un film eccessivo e megalomane che mantiene in pieno ciò che promette.

L’orda è davvero spaventosa, e la scena del garage con la moltitudine di zombies a caccia dell’umano asserragliato sopra l’auto è un pezzo da novanta del cinema horror: una scena indimenticabile per il pathos, la violenza e la sapiente narrazione del destino che ci attende, in solitudine, come uno dei tanti eroi sconfitti della storia delle cui gesta non sapremo mai nulla.

la-hordeSoltanto partendo dalla convinzione di rappresentare l’eccellenza del genere, i due registi (Yannick Dahan, Benjamin Rocher ) potevano concepire e realizzare un film come questo che, nonostante le premesse, considero un film assolutamente da non perdere.

Come dice un mio amico francese esperto di vini, mentre da noi i rutti a tavola sono un’esclusiva dei triviali convivi tra amici, e dei Fantozzi di turno, per un francese non sono altro che un’occasione per affermare la grandeur con  la più propiziatoria delle esclamazioni: “Champagne!”.

Questione di classe e, appunto, di grandeur.

Stefano Bon @ 2016

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