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Sentinella, quanto resta della notte?

A spasso con il Male

05bisNon è difficile, seguendo i drammatici avvenimenti che quasi settimanalmente insanguinano il nostro emisfero superando la soglia del comprensibile, sia da un punto di vista religioso, sia da quello etico, sia da quello dell’opportunità politica, interrogarsi sul Male nel mondo.

Il problema del Male s’impone all’attenzione soprattutto in caso di eventi catastrofici legati o alla Natura, come terremoti, alluvioni, tornadi o alla Storia.

Ritornano così prepotenti le domande su come nasca il Male, su chi ne è il primo artefice e soprattutto per gli uomini di fede: «Perché Dio ha consentito e consente avvenimenti così dolorosi?».

Ma qui questo scritto ha uno scarto, una svolta.

Non desidero perdermi in questioni metafisiche, filosofiche o teologiche ma mi propongo più semplicemente di mostrare, parzialmente, come il Male sia stato rappresentato nel cinema di fantascienza.

Prima, però. di continuare nella trattazione ritengo sia utile fare una distinzione fondamentale, per quanto un po’ semplicistica, tra Male attivo, Male passivo, Male omissivo (a queste tre tipologie si deve aggiungere poi quella societaria o politica che è un misto delle tre precedenti).

Tre figure paradigmatiche di questi volti del Male sono: Caino, Giobbe e Adolf Eichmann.

Spesso, invero, i significati si confondono nella percezione comune, nella quale comunque il significato passivo prevale sugli ultimi due.

Ognuno direttamente, sotto forma di sofferenza fisica o psichica, ha purtroppo fatto esperienza del male.

Frasi del tipo: “mi sento male”, “mi fa male“ e similari sono all’ordine del giorno.

Il male attivo, come nota Norberto Bobbio (Elogio della mitezza. Il Saggiatore. Milano 2010) rientra invece, almeno in prima istanza, nella riflessione, dello storico, del cronista, del filosofo, del sociologo, in altre parole, di chi si pone il problema del “Male nel Mondo” ed è più delimitato.

Nel proseguo l’attenzione sarà posta sulla forma attiva del male,

A tale proposito è bene sottolineare che non si deve collegare necessariamente il male inferto con quello sofferto.

Per quanto, infatti, nella cultura occidentale e nel credo popolare vi sia la convinzione del rapporto colpa – dolore (si pensi ad Adamo e alla sofferenza dell’umanità per il suo peccato originario) esistono, in realtà, molti fatti che trascendono da questo rapporto come la sofferenza o la morte di persone care o le catastrofi naturali (in molti casi agevolate da una cattiva gestione dell’uomo ma che non è, comunque, la causa prima).

Ma lasciamo queste riflessioni per passare al cinema di fantascienza.

Il cinema di fantascienza e il male

Quasi tutti e soprattutto i lettori anche occasionali di questo blog, sanno bene che il genere chiamato Science Fiction (SF in abbreviazione, fantascienza in italiano come la definì Giorgio Monicelli nel 1952) non è formato da un “corpus” omogeneo di racconti, romanzi, telefilm e film. In verità le opere che rientrano in quest’ambito possono essere tra le più diverse, tanto che non vi è concordanza sui requisiti che permettano di definire una certa opera “di fantascienza“. Si tratta di una banda larghissima di temi.

Si spazia dalle dis-utopie e dalle opere che esaminano i possibili rapporti tra gruppi o classi, alla SF di tipo sociale (che ipotizza realtà future estrapolando da problemi vitali della nostra epoca, per esempio il degrado delle città); a quella di tipo scientifico, che esamina le conseguenze dei progressi della medicina o della genetica capaci di modificare la struttura biologica dell’animale “uomo“.

Può trattare di future intelligenze artificiali (robot, androidi, ecc.), di viaggi nel tempo e di mondi paralleli, di esplorazioni spaziali e di colonizzazione di pianeti, di contatti con forme di vita fuori dalla terra e di complesse civiltà aliene. Infine, si considerano come SF i testi incentrati sulle possibilità e sulle creazioni della mente umana (attraverso stati mentali alterati).

Certamente non solo le tematiche, ma anche gli approcci e i moduli narrativi possono essere estremamente diversificati.

Ma qualunque sia il tema trattato, il Male, nelle sue varie forme, è sempre ben presente.

Logicamente come i filoni sono molteplici, innumerevoli sono i film e i libri che in modo specifico o come corollario della storia principale affrontano il tema del male.

La mia scelta, quindi, ricadrà solo su alcuni di essi che hanno qualche particolarità in riferimento al tema trattato.

E però bene precisare che se nella letteratura fantascientifica, si pensi ad Asimov e alla sua scrittura fredda e introspettiva, non mancano riflessioni psico-esistenziali o incentrate sul rapporto bene e male, i film privilegiano spesso l’azione, la velocità, la spettacolarità alla ricerca di un target familiare evitando approfondimenti che renderebbero lo spettacolo maggiormente significativo ma sicuramente meno facilmente fruibile.

Il rischio, sempre alla porta, diviene però quello di cadere nello stereotipato, nel banale.

Rischio per sfuggire al quale si alzano spesso i toni finendo nel truculento o nell’eccessivo, smarrendo così il senso complessivo di ciò che si vuole raccontare.

Un puro esercizio estetico o di estetica negativa e null’altro.

Ma veniamo ai film prescelti.

Il male è in noi

01Inizierò da L’astronave atomica del dottor Quatermass (The Quatermass Xperiment) del 1956.

Un film inglese in bianco e nero di cui si possono trovare tracce anche su You tube.

L’inizio è già carico di un’atmosfera sinistra: in una notte buia un’astronave, lanciata nello spazio giorni prima dal professor Bernard Quatermass (Brian Donlevy), rientra sulla Terra, atterrando nei pressi di una fattoria inglese. Dei tre astronauti che componevano l’equipaggio, soltanto uno, Victor Caroon, è sopravvissuto: degli altri due non vi è alcuna traccia.

Che cosa sia accaduto nello spazio, Caroon non è in grado di ricordarlo, ma l’equipe del dottor Quatermass scopre, dai filmati registrati a bordo, che un’entità o un virus di origine sconosciuta è penetrato nell’astronave, ha “consumato” i due piloti e, con ogni probabilità, si è impossessato di Caroon.

I timori di Quatermass trovano una drammatica conferma quando il sopravvissuto comincia a manifestare un graduale sdoppiamento della personalità che si accompagna ad un processo di mutazione fisica. Caroon, pur consapevole di quanto gli sta accadendo, disperato, fugge dall’ospedale in cui era in osservazione e non più padrone di se stesso distrugge e divora chi incontra. Quatermass non ha altra scelta che braccarlo con l’aiuto della polizia. Trasformatosi ormai in un ammasso gelatinoso e tentacolato, il mostro viene intrappolato all’interno della cattedrale di Westminster ed ucciso per mezzo di scariche elettriche  (così potenti da richiedere tutta l’energia di Londra.)

La mutazione di Caroon in un essere dapprima vegetale e poi informe e gelatinoso, ha un sapore metafisico, quasi kafkiano, e la sceneggiatura non rinuncia a suggerire implicazioni morali sul rapporto dell’uomo con la scienza e con i misteri dell’universo.

Il film, benché realizzato con scarsi mezzi, è considerato un classico della fantascienza ed è probabile che lo spunto della storia possa aver influenzato il soggetto di Alien.

In questo caso, come in Alien, il male sotta forma di creatura aliena s’impossessa dall’interno del corpo dell’uomo e attraverso di esso opera attivamente distruggendo e uccidendo.

In base ad una prima interpretazione l’uomo invaso sembra deresponsabilizzato, non essendo padrone delle sue azioni, ma considerando la trasformazione in chiave metaforica si potrebbe pensare ad una incontrollata esplosione della sua natura inconscia. (Il dottor Quatermass tornerà sullo schermo con I vampiri dello spazio, L’astronave degli esseri perduti, Quatermass Conclusion).

Cercando di ampliare il discorso tutto ciò mi pare riecheggi una concezione antichissima del Male presente, ad esempio, nei testi del Mar Morto, e specificamente in quelli attribuibili al gruppo di Qumran.

Secondo tale concezione Dio è la sola origine tanto del bene quanto del male. Il suo piano per la salvezza dell’universo prevede una battaglia escatologica tra il bene e il male e i rispettivi seguaci (i «Figli della Luce» contro i «Figli delle Tenebre»). Alla fine della battaglia il bene prevarrà sul male per tutta l’eternità; fino ad allora, però, la lotta tra le forze del bene e del male andrà avanti tra provvisorie vittorie e sconfitte.

02Questa guerra tra bene e male si ritrova nel film inglese così come in Alien.

In breve ricordo la trama.

L’equipaggio del cargo spaziale commerciale Nostromo, in viaggio di ritorno verso la Terra, viene svegliato dall’ipersonno a causa di un segnale radio intercettato dal computer di bordo, proveniente da un pianeta desolato. Alcuni membri dell’equipaggio scendono sul pianeta per verificarne l’origine. Il segnale proviene dal relitto di un’astronave aliena a bordo della quale sono stivate delle strane “uova“. Da una di esse esce un organismo alieno che attacca uno degli esploratori, inseminandolo con un embrione. L’embrione si sviluppa rapidamente all’interno del corpo della vittima, provocandone alla fine un’atroce morte quando ne esce fuori squarciandogli il petto. Nel giro di breve tempo la creatura si trasforma in un astuto e spietato guerriero dalle sembianze di un grosso rettile, nelle cui vene scorre un acido a base di zolfo.

Comincia così una caccia all’alien ma in realtà è l’alien ad eliminare tutti i membri dell’equipaggio tranne uno, l’ufficiale navigatore Ellen Ripley interpretata, come in tutta la serie, da Sigourney Weaver.

L’alieno, così come avveniva nel film Quatermass, potrebbe rappresentare una immensa metafora del male che nasce dentro di noi.

Un male sfuggente, a tratti quasi paranormale, immerso in una nube di ombre e di terrore. Sembrerebbe, come ho già sottolineato, la storia del mostro inconscio che vive in ognuno di noi.

Logicamente si tratta di una delle possibili interpretazioni del film.

Personalmente credo possa essere una perturbante immagine della natura umana, basata sugli istinti naturali, sul rapporto inscindibile dell’uomo con la morte.

Ciò che è perturbante è quel qualcosa che è capace di evocare in noi il senso della morte.

Alien mette in discussione, a suo modo, la distinzione cercata e voluta tra l’uomo razionale e l’istinto naturale.

Ciò è realmente minaccioso, ben oltre la finzione filmica, mostrando l’ambivalenza esistente tra ragione ed istinto.

In altre parole viene messa in discussione la distinzione che guida i nostri comportamenti verso un ordine preciso stabilendo i profili di responsabilità e  tracciando le differenze di valore che guidano i comportamenti etici.

Alien diviene così un’interrogazione sulla natura umana e sul pericolo che l’istinto fuggito dalla prigione costruita dalla razionalità possa portare distruzione e morte, come purtroppo fatti anche a noi contemporanei sembrano dimostrare

Il male è fuori di noi

Ma nelle produzione fantascientifica sceneggiatori e registi non hanno voluto farsi mancare nulla nel loro interesse verso il male.

Ad esempio quando si sono occupati di macchine, robot ed androidi.

In una costante proiezione della natura umana anche le macchine, i robot e gli androidi non sono esenti dall’essere portatori di male.

Aspetto questo analizzato in chiave psicologica, ad esempio, da Aldo Carotenuto nel suo: L’ultima medusa (Bompiani, Milano 2001).

Questa idea trova le sue radici in un passato ormai quasi remoto, almeno cinematograficamente parlando.

La rivolta dell’uomo artificiale contro il suo creatore, è già presente in Homunculus film muto tedesco del 1916, diretto da Otto Rippert e interpretato da Olaf Fønss. (F. Giovannini, Mostri: protagonisti dell’immaginario del Novecento: da Frankenstein a Godzilla, da Dracula ai Cyborg, Castelvecchio, 1999).

Evitando di fermarmi sulla creatura di Frankenstein, la più famosa e riuscita rappresentazione di un essere creato che si ribella al suo creatore, passiamo agli anni cinquanta dove si trovano una nutrita schiera di robot e macchine ribelli (anche di provenienza extraterrestre) che minacciano il nostro pianeta.

03Nel film Kronos, conquistatore dell’universo (1957), Kronos è una gigantesca macchina aliena che cerca di assorbire tutta l’energia della terra con esiti catastrofici; ne Il colosso di New York (1958), un imponente robot con un cervello umano trapiantato va fuori controllo diventando una minaccia per l’umanità; in Target earth (1954), robot alieni provenienti da Venere invadono Chicago. Questa natura, sinistra e malefica delle creazioni artificiali ha attraversato tutto il cinema di fantascienza fino ai tempi più recenti. Basta ricordare il celebre H.A.L. 9000 di 2001: odissea nello spazio di Stanley Kubrick (1968), la ribellione dei robot creati per divertire l’uomo ne Il mondo dei robot (1973), il robot giustiziere di Robocop (1987), l’implacabile killer cyborg proveniente dal futuro di Terminator (1984) o infine Gerty, il computer tanto simile a H.A.L., in Moon (2009).

In tutti questi casi, a differenza di quanto avveniva nei casi di Quatermass ed Alien, sembra quasi che si voglia allontanare la malvagità dall’uomo per farla diventare qualcosa di oggettivo e di esterno da combattere e, soprattutto nei film con un target più popolare, da vincere.

Male e società

Nella premessa avevo indicato come forma mista del male quella socio-politica.

Di fatto questa forma si è già realizzata storicamente attraverso i totalitarismi che hanno oppresso le popolazioni di una larga parte del Mondo.

Questo non ha però impedito a diversi scrittori e registi di avvicinarsi a quelle che vengono chiamate distopie (in contrapposizione alle utopie che sono per loro natura migliorative) e che si riferiscono a società immaginarie rappresentate come oppressive e malvagie.

Tra gli scritti non si può prescindere da Orwell e dalla sua opera 1984.

Un’opera dalle molteplici interpretazioni che è stata usata sia da teorici del capitalismo come accesa propaganda antistalinista (soprattutto durante gli anni ’50), sia da teorici progressisti e libertari in polemica con la moderna società del controllo esteso e del potere centralizzato e occulto.

06Da questo scritto è stato tratto il bel film scritto e diretto da Michael Radford, Orwell 1984 (UK, 1984), che resta, forse, la realizzazione cinematografica più aderente al romanzo di Orwell.

Romanzo che si è imposto negli anni come una sorta di archetipo dell’ingerenza malvagia dello Stato, sulla vita dei cittadini.

Orwell sviluppò il tema della visione oppressiva dell’autorità, del controllo e del condizionamento dell’individuo in termini così moderni, in una forma così tangibile oggigiorno da sembrare in alcuni passi quasi profetico, con una ricchezza emotiva, una carica espressiva eccezionali, per cui non stupisce che abbia funzionato da modello per tutto un filone della fantascienza da mezzo secolo in qua.

Non sono certo mancati altri film e telefilm in lingua inglese che hanno affrontato queste tematiche ma per non fare torti voglio soffermare la mia attenzione su due film italiani, in parte, dimenticati.

Mi riferisco a La decima vittima (La decima vittima è un film del 1965 diretto da Elio Petri, tratto dal racconto “La settima vittima” di Robert Sheckley, edito in Italia nell’antologia Le meraviglie del possibile, sceneggiato, tra gli altri, da Ennio Flaiano e Tonino Guerra e interpretato da Marcello Mastroianni e da Ursula Andress) e I viaggiatori della sera (film del 1979 scritto, diretto e interpretato da Ugo Tognazzi con Ornella Vanoni, tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Simonetta. È l’ultimo dei cinque film diretti da Tognazzi; coprodotto con la Spagna, venne girato nelle Canarie. Fu distribuito in Spagna con il titolo Los viajeros del atardecer)

07Ciò che, a mio avviso, li rende particolari pur nelle trame diversissime, è il distacco con il quale si affronta il tema della morte inflitta, ipotizzando società future dove, senza vincoli morali, si può uccidere o per pura noia o per un razionale calcolo utilitaristico.

I film, pur contaminati dalla commedia all’italiana, mostrano in assenza di effetti speciali particolari una narrazione lucida che porta lo spettatore a riflettere con malinconia su un possibile scenario futuro nel quale lo Stato regolamenta le morti o tollera che si possa uccidere per gioco.

Prima di addivenire alle conclusioni, mi si permetta una citazione per un film inglese del 1985: Brazil (UK, 1985) di Terry Gilliam che in qualche modo riprende la profezia di Orwell.

Si tratta di un film che mostra in chiave satirica una degenerazione di alcune tendenze della nostra società esasperando i farraginosi funzionamenti della burocrazia.

10Altro aspetto interessante del film è la ricerca di mostrare la forma di un potere talmente pervasivo nel controllo degli individui da indurre la comparsa di un’autocostrizione individuale a livello psico-genetico.

Gilliam, che secondo alcuni critici occhieggia l’orwelliana profezia di 1984 e la sociologia delle organizzazioni di stampo weberiano, non risparmia critiche ad un mondo angosciante, sottolineato per contrasto dal gioioso tema di samba che dà il titolo al film. Distorcendo in un labirinto di specchi l’immagine dell’upper class, mostrandone misfatti chirurgici e peccatucci di letto, Gilliam si occupa anche di sottolineare i vizi dei potenti e la loro stessa schiavitù nei confronti del sistema di potere, determinata da un’economia pulsionale che tende all’autorepressione.

Un giovane impiegato, Sam Lowry (interpretato da Jonathan Pryce) lavora per il ministero dell’Informazione, “da qualche parte nel ventesimo secolo“, e conduce una vita noiosa e abitudinaria, scandita dalle ambizioni frustrate di sua madre che lo avrebbe voluto vedere far carriera e da una vita parallela fatta di sogni ambientati in mezzo a una natura bucolica, mentre si libra in volo come un novello angelo salvatore alla ricerca fra le nuvole di una donna misteriosa e bellissima, da soccorrere e amare (non è da escludere che i sogni  rappresentino la lotta del suo io contro un mondo di repressione)

Sam, in seguito, entra in crisi quando incontra nella realtà la donna sognata, interpretata da Kim Greist.

08bisL’incontro, quasi fortuito, che avrà nella vita reale proprio con questa ragazza innescherà una serie di eventi che lo porteranno a scontrarsi con l’apparato statale e con le sue assurde regole spersonalizzanti: la burocrazia, infatti, ha preso il sopravvento e tiene la cittadinanza sotto scacco, vittima e ostaggio di un ordinamento sociale austero e implacabile, che ha annullato la creatività e la libertà di pensiero per un mortificante desiderio di ordine totale, di controllo definitivo sulle coscienze e le attività umane.

Infine gli agenti delle forze dell’ordine irrompono e arrestano Sam legandolo su una sedia e rinchiudendolo in un’enorme sala cilindrica, dove sarebbe stato presto torturato da un suo vecchio amico, Jack Lint. Prima che ciò avvenga però, Tuttle irrompe dal soffitto con altri ribelli che sparano a Jack, salvano Sam e fuggono uccidendo diversi soldati e facendo esplodere il Ministero dei burocrati.

Tuttle scompare dopo essere stato sommerso dai fogli di carta del palazzo mentre Sam, dopo essersi salvato, si reca dalla madre, che è al funerale di una sua amica, Alma Terrain, morta a causa di esasperati interventi estetici eseguiti dal nano Dr. Chapman. Sam scopre però che la madre ha l’aspetto di Jill, circondata da ammiratori e poco dopo irrompono di nuovo gli agenti ma Sam cade nella bara della deceduta precipitando in uno psichedelico mondo misto con i suoi sogni e continua a scappare salendo in cima a una pila di tubi non utilizzati, dove scopre una porta e, attraversandola, si ritrova a fuggire in un rimorchio guidato dall’amata Jill. I due finalmente fuggono dalla metropoli e dal governo totalitario che li controllava.

09Nel finale, lo spettatore del film comprende che questo lieto fine si è svolto tutto in un sogno di Sam, ancora legato e rinchiuso nella sala, insieme a Jack e Helpmann. Sam appare in stato catatonico e sorride canticchiando Aquarela do Brasil. Helpmann e Jack, giudicando professionalmente il caso di Sam, lo considerano perso ed escono dalla sala lasciando Sam nel suo mondo dei sogni.

Aiutato dallo scenografo Norman Garwood e dall’arredatrice Maggie Gray, il regista costruisce un futuro metropolitano impossibile da collocare temporalmente. Macchine ed elettronica imperano, certo, ma al tempo stesso le loro sembianze ricordano un passato anni ‘60, più che un’epoca immaginaria che deve ancora arrivare. Questo cortocircuito schizofrenico è una delle invenzioni più rivoluzionarie del film: ma a questo contribuiscono anche altri aspetti tecnici, dalla fotografia “oscurata” alla scelta dei costumi di scena, che oscillano tra un barocchismo futuristico improbabile e abiti classici che sembrano riciclati da qualche melodramma noir della Hollywood del Dopoguerra

Il grigiore dei vestiti e dell’ambiente di lavoro dove Sam opera manifesta chiaramente il disgusto da parte del regista verso il mondo delle megacorporazioni, che possono essere sia politiche che commerciali, talmente gigantesche e labirintiche per cui alla fine si perde traccia di chi ha fatto cosa, rendendo impossibile risalire a responsabilità specifiche. Perfettamente inseriti in esse operano uomini piccoli e di per sé innocui ma che in certe circostanze possono diventare soggetti da incubo, personificazioni della pura banalità del male. Stando ad una dichiarazione di Gilliam; «le paure di Brazil non stanno tanto nel fatto che il mondo possa finire fuori controllo per colpa del sistema, perché il sistema siamo noi. Il punto centrale è che il sistema non è fatto di grandi leader e di persone che attraverso macchinazioni controllano tutto, ma di ogni persona che fa il suo lavoro come un piccolo componente di tutto ciò. Sam decide di essere meno parte del meccanismo e alla fine ne paga il prezzo

La dissonanza tragicomica, che spesso si realizza, fra sogno e realtà, aspirazioni e frustrazioni del protagonista, dalla scelta del motivetto ricorrente, “Aquarela do Brasil“, la canzone popolare brasiliana di Ary Barroso riplasmata per l’occasione in decine di variazioni dal compositore Michael Kamen, che ne ha fatto lo scheletro della colonna sonora. La sceneggiatura, invece, è una sorta di contrappeso allo sbilanciamento aggressivo dell’aspetto visivo. Laddove le immagini sono folli, indisciplinate e ricche di trovate che ipnotizzano lo spettatore, lo script tenta di dare una regolamentazione più ordinata all’insieme. (in questo senso ha cercato di lavorare, non senza contrasti con il regista, lo sceneggiatore Tom Stoppard).

In questa confusione di elementi, la macchina da presa di Gilliam si muove con buona sicurezza, dimostrandosi capace di riprese in grado di distorcere il set quando è la sensazione di disgusto che si vuole trasmettere; l’obiettivo della cinepresa immortala la scena, invece, con stile classico e piano, quando si passa a inquadrature d’insieme o a momenti dialogati dove la narrazione è la vera protagonista.

Per quanto il film sia, nel complesso, troppo ricercato per il mio gusto e a volte mi sembri troppo preponderante la parte  visiva e le impressioni emotive (similmente a quanto realizzato da Lars von Trier, nei film Manderlay e Dogville della trilogia USA – Terra delle opportunità), su quella narrativa è indubbio che, nel complesso, mostri la malvagità possibile in una società totalitaria neppure troppo lontana da noi.

Conclusione

La fantascienza dovrebbe rotolare, per sua natura, allontanarsi dal tempo presente verso una X futura.

Si allontana o dovrebbe farlo da un luogo certo, verso un luogo incerto o una incognita.

Ma come descrive questo luogo, questo nuovo tempo?

In realtà in questa breve carrellata intorno al male, mi sembra, si assista, più che altro, ad un processo di estremizzazione, esasperando all’eccesso esperienze reali già presenti nell’uomo, nella natura o nella società.

Si tratta, in altre parole, di una differenza quantitativa e non qualitativa della concezione del male.

C’è un male che è simile a quello già esistente solo esasperato, cresciuto a dismisura ma che non riesce ad andare oltre.

Nulla di diverso da quanto descritto da Dostoevskij, Hugo, Simenon. Kafka.

Solo trasposizioni in altri ambienti e tempi degli stessi archetipi conditi da tonnellate di effetti speciali per raccontare con nuovi colori le stesse storie sbiadite di un tempo.

Ciò è evidente, ad esempio, nella science fiction distopica che muove le sue riflessioni a partire da dati concreti (scientifici e sociologici), messi in sinergia con un’ipotesi fantastica e sviluppati secondo rigore logico, al fine di delineare una critica di ogni perfettismo, di ogni tendenza sociale, filosofica o politica che rivendichi una teleologia (ovvero che concepisca la realizzazione di un’utopia) storica.

Questo procedimento, tuttavia se non ben calibrato, rischia di penalizzare troppo la fantasia e la ricerca di nuove combinazioni sorprendenti e improbabili.

Una opinione troppo severa?

L’articolo ha il compito di suscitare idee, le idee confronti e dibattiti.

Ai lettori la prossima mossa.

Maurizio Canauz @ 2017

 

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