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Sentinella, quanto resta della notte?

Rosalyn: l’inconscio ti invita a teatro

Molto spesso ci si ritaglia un ruolo, ci si dà un compito forse solo per rassicurarsi, per trovare una collocazione certa in un gruppo, nella società, nel mondo.

A volte lo si fa per scelta, altre volte per caso.

Io ho scelto, qui e adesso, quello del “contaminatore”.

Parola che di per sé evoca più del suo contenuto quasi che il suo significato connotativo strangolasse quello denotativo, sotterrandolo poi in un luogo senza nome, nascosto da una nebbiolina incerta.

Come Pollicino seguo a ritroso le tracce da me lasciate negli articoli precedenti per proporre una riflessione che si costruisca partendo da generi diversi accostandoli nella convinzione che, solo attraverso questa via, sia possibile cogliere alcuni aspetti di quel mondo multidimensionale che ci circonda e che spesso non riusciamo ad afferrare neppure nei suoi tratti salienti.

Un mondo che ci sembra alieno, come e più dei tanti pianeti abitabili che i vari Enti Spaziali, disseminati sulla nostra terra, ci propinano come caramelle in una drogheria.

Pianeti di cui si perderà presto la memoria e che rimarranno indifferenti nelle loro orbite lontane.

Ma torniamo al seminato.

L’accosto che propongo è tra letteratura e teatro.

Iniziamo dalla prima con abbozzi di trame discretamente note.

Un uomo uccide con premeditazione una vecchia usuraia e a causa di un imprevisto, la sua mite sorella più giovane, per sua sfortuna comparsa sulla scena del delitto appena compiuto, convinto che nessuno lo scoprirà mai e che il suo delitto rimarrà impunito. Convinzione vana perché sarà lui stesso a confessare il suo delitto spinto dal rimorso.

Un giovane, figlio di una proprietaria di una casa di appuntamenti in un’imprecisata cittadina dell’Europa settentrionale durante l’occupazione nazista, pensa che la miglior prova di iniziazione alla vita sia un omicidio privo di alcuna ragione, fine a sé stesso. Non soddisfatto compie altri fatti turpi finché arrestato,

dopo una iniziale resistenza, si lascia andare, a seguito di un colloquio con una ragazza che lo ama, recuperando una piccola parte della sua umanità.

Un uomo che uccide un vecchio perché non sopporta il suo occhio chiaro da avvoltoio nascondendo il corpo sotto il pavimento finché il battito del cuore dell’ucciso che sente battere ancora non lo costringe a confessare.

Un uomo che uccide la moglie murandola viva assieme ad un gatto nero che miagolando lo farà arrestare.

Li avete riconosciuti?

Si tratta di: Delitto e Castigo di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, La neve era sporca di Georges Simenon, Il cuore rivelatore e Il gatto nero di Edgar Alan Poe.

Non mi dispiacerebbe lasciarmi andare ad una riflessione morale sugli aspetti relativi al rimorso fondamentali, ad esempio, nell’opera di Dostoevskij ma virerò di bordo verso un altro lido.

Mi concentrerò sul gatto nero del racconto di Poe.

Non si può considerare quell’errore dell’assassino come un lapsus freudiano?

Volteggiando leggero, cioè senza approfondimenti eccessivi, penso si possa affermare, con beneficio d’inventario, che in psicoanalisi i lapsus siano forme di espressione indiretta dell’inconscio.

Per Freud l’errore che prende corpo nel lapsus, è solo apparentemente casuale. Il lapsus non solo sarebbe la manifestazione di un desiderio inconscio che affiora e trova, così, soddisfacimento, ma costituirebbe anche un canale attraverso il quale si realizzano pensieri che, altrimenti, resterebbero rimossi dalla censura.

E questo, in fondo, il tema di uno spettacolo teatrale che già proposto in varie piazze di Italia e prossimamente di scena a Milano: Rosalyn. Si tratta di una commedia noir scritta da Edoardo Erba.

Edoardo Erba è un drammaturgo assai prolifico che ha scritto tra l’altro: Ostruzionismo radicale (1986 interpretato dall’allora sconosciuto Claudio Bisio); L’appeso (1988); La notte di Picasso, rappresentata a Roma nel 1990, Maratona di New York nel 1992 (con interpreti Bruno Armando e Luca Zingaretti), Muratori nel 2002 e Margarita e il Gallo (con Maria Amelia Monti) nel 2007.

La commedia che qui richiamo si svolge tra Stati Uniti e Canada e si basa su una indagine per un vecchio omicidio (cold case), compiuto in Canada anni prima.

Attraverso un interrogatorio sempre più incalzante viene ricostruita la vicenda.

Nel corso della presentazione del suo libro a Toronto in Canada, Esther, una scrittrice americana, conosce Rosalyn, una donna delle pulizie.

L’incontro appare casuale perché Esther sbaglia il numero civico e si ritrova in un altro luogo rispetto alla sala conferenze.

Errore o lapsus?

Comunque tra le due donne nasce un’apparente amicizia pur nella totale differenza sociale e culturale.

Rosalyn partecipa poi alla presentazione del libro e ne rimane affascinata.

Il libro insegna a liberare la vera natura del sé e Rosalyn ne è ammirata e sconvolta, tanto che, lei che non legge «perché leggere fa dormire», lo “divora” in una sola notte.

Rosalyn si offre, il giorno dopo, di portare la scrittrice a vedere la città.

Dopo la visita le due giungono in un prato in periferia dove Rosalyn rivela ad Esther la storia del suo amore per un uomo bugiardo e perverso, che le fa continue violenze fisiche e psicologiche.

L’uomo ha famiglia e la relazione con Rosalyn è segreta.

Rosalyn racconta che la sera prima, quando lei è tornata in ritardo dal lavoro per aver seguito la conferenza della scrittrice, l’uomo infuriato l’ha picchiata e bruciata su un braccio.

Esther colpita da quanto saputo, afferma che un uomo del genere è da ammazzare…

Di fatto l’uomo è morto, è stato ucciso…

È lecito domandarsi: in tutto ciò cosa centra l’inconscio?

C’ entra…c’ entra anche se non vi voglio svelare di più…voglio incuriosirvi.

Posso solo dire che sia nei romanzi che ho ricordato prima sia nella commedia emergono sempre piccoli indizi, mini fratture esistenziali dalle quali prorompente emerge infine la confessione.

L’uomo sarebbe incapace di trattenere il peso di un fatto grave.

Ma è veramente così?

I fatti storici di questi ultimi tempi sembrerebbero dimostrare l’opposto.

A fronte di persone che commettono un omicidio e non riescono a negarlo altre riescono a celeralo chiudendosi in un silenzio totale anche nel caso di crimine efferati. Perché queste differenze?

A questo punto lasciatemi sbruffoneggiare un po’ proponendo un abbozzo di riferimento intellettuale.

Secondo Jacques Lacan ciò deriverebbe dal fatto che il soggetto dell’inconscio non è un dato di natura, o un’essenza sovrastorica immune dalle trasformazioni sociali.

Peggio ancora sarebbe, come ci ricorda Massimo Recalcati sulla scia di Lacan, un errore anche pensare che l’esistenza dell’inconscio sia garantita in quanto espressione ontologica della realtà umana.

Cioè che prescinda dalla storicità e dalla società.

Ciò comporta che vi sia la possibilità, concreta e disastrosa, che il soggetto dell’inconscio possa declinare, eclissarsi, persino estinguersi

Potrebbero così spiegarsi i comportamenti e le mancate “confessioni” di certi atti commessi anche recentemente.

Se è vero quello che diceva Hannah Arendt riprendendo una metafora di Nietzsche e di Heidegger: «Il deserto avanza, e il deserto è il mondo nella cui congiuntura ci muoviamo (…). Il rischio è che diventiamo veri abitatori del deserto, e che lì ci sentiamo a casa

Abituarci al deserto significa inaridire e quindi “uccidere” il mondo dentro di noi e di conseguenza quello fuori di noi.

Un mondo spettrale, senza rimorsi dove l’uomo commette i fatti più turpi…Siamo nel campo della distopia e forse il buon Stefano Bon potrebbe estrarre dal suo cilindro qualche film di fantascienza sociale che tratta di questi temi per esemplificare meglio le conseguenze di un mondo senza inconscio e aggiungo, senza rimorso.

Io, nel mio piccolo, posso invitarvi, se avete un pizzico di tempo e qualche spicciolo, a non perdere Rosalyn di scena al Teatro del Buratto di Milano in via Pastrengo 16 dal 4 al 23 aprile 2017, con Alessandra Faiella (nota anche per la partecipazione a Producer, condotto da Serena Dandini, con la quale ha lavorato anche al Pippo Chennedy Show e a Comici) e Marina Massironi (nota per la collaborazione con Aldo, Giovanni e Giacomo) per la regia di Serena Sinigaglia.

Una commedia avvincente, ben recitata che richiede un minimo d’attenzione per seguirlo nelle sue traiettorie nient’affatto banali.

Una pausa piacevole che permette di riflettere sull’uomo dentro l’uomo e perché no…anche sul suo futuro.

Maurizio Canauz @ 2017

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