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Sentinella, quanto resta della notte?

Sogno di Niente [racconto di Stefano Bon]

Molti anni fa scrivevo racconti. Dopo aver letto l’ultimo articolo del mio compagno di viaggio in questo blog  Maurizio Canauz, “Sogno di Niente: un viaggio criogenico”, la mente è andata al racconto che vi propongo oggi, un altro Sogno di Niente. E’ un racconto al quale mi sento particolarmente affezionato, e per il quale vi rimando al commento di Vittorio Catani apparso su Fantascienza.com. Anche se sono trascorsi oltre 30 anni da quando lo scrissi, io immagino Spike, il protagonista principale, ancora giovane come ero io allora, e dubbioso sul senso della vita e del Tempo, e di tutte quelle cose che non comprendiamo ma che ci affascinano e ci inducono a credere che non basterà chiudere gli occhi per spegnere la luce… [Stefano Bon]

 

Non è tutto ciò che vediamo,

o ciò che ci sembra di vedere,

soltanto un sogno dentro il Sogno?

[Edgar Allan Poe]

 

Uscii dalla vasca ibernante.

Mi sentivo… bè, in una parola: rinato. Sapete, bisogna provarlo ed essere capaci di descriverlo. Io non penso di esserne capace, però dovete credermi. Morire e poi svegliarsi, come una stella nella notte, e poi viene il giorno e si muore, e poi torna la notte e si rinasce. Proprio così, spero sia chiaro.

Uscii dalla vasca ibernante e dissi: “Eccomi qua”. Può darsi che all’astronave non importasse e nemmeno agli altri che erano ancora morti, ma a me sì. Suppongo valesse più di un sogno o di una vincita al poker con gli amici, quel mio eccomi qua. Se sapeste quanto ci tengo ai miei sogni e al poker con gli amici, comprendereste meglio la profondità della mia affermazione.

“Eccomi qua”. Nel vuoto. Nel nulla. Bè, succede a volte, soprattutto a chi come me vive nello spazio. Accidenti a lui, se fosse diverso da quello che è non sarebbe più la stessa cosa, vi pare? Perciò: “Eccomi qua”.

Mi tirai su e sbadigliai. Diedi un’occhiata al temporizzatore della vasca e il secondo sbadiglio mi morì in bocca. Secondo l’orologio spaziotempo ero morto per qualcosa come… bè, al diavolo, voi sulla Terra direste per trentasette anni e nove mesi, una bella dormita davvero, non so se rendo l’idea. Se mettessi in fila tutti gli anni che ho trascorso ibernato forse Matusalemme arrossirebbe davanti a me. Ma non è il caso, davvero. Matusalemme è morto e io vivo, non vi sembra?

Feci due passi e un po’ di ginnastica per sgranchirmi le gambe. Mi guardai attorno. Fa sempre uno strano effetto risvegliarsi dopo un sonno così lungo. Mi pare di capire che la vita sia una cosa seria, dannatamente seria, ma allo stesso tempo una parte di me non riesce ad accettare questa realtà. Continuo a giocare come un bambino. Per un po’ vivo, poi muoio, e  poi vivo ancora, e poi torno a morire, una vera lagna.

Mi avviai alla cabina delle docce e sentii il soffio d’aria di una delle altre vasche che si apriva.

“Taylor” scommisi mentalmente.

Mi voltai  a guardare. Non era Taylor bensì Jones-la-tettona. Non so voi, ma a me le donne con le tette grosse non sono mai piaciute un granché, questione di gusti, si capisce, però c’è più finezza e fascino in un seno piccolo, che si può stringere in una mano e… fiuu! Bè, comunque Jones non era niente male, bisogna proprio che lo dica, e Taylor si svegliò solo per terzo, e per ultimo Braddy.

Facemmo la doccia e fu come rinascere una seconda volta in pochi minuti. La prima era stata quando le palpebre avevano sbattuto una, due volte, poi tre e noi ci eravamo detti: “Anche questa volta ci siamo svegliati. Esistiamo, che bello!” e la seconda sotto la pioggia di caldi aghi d’acqua… ah, che meraviglia, come una vibrazione dell’universo.

Dopo la doccia ci ritrovammo tutti intorno alla tavola. I macchinari ronzavano e le luci fluttuavano, come ubriache, e la musica sapeva di antichità e di ossa, e tra tutti e quattro non si erano dette che poche parole, ciao Taylor, ciao Jones, ciao Braddy, ciao Spike ( che sarei io ), e nient’altro… Bè, era sempre così all’inizio, ci mancherebbe. Le corde vocali sono corde vocali, se non le usi per tanto si arrugginiscono, esattamente come un cervello, e uno non può pretendere che riprendano subito a sputare aria. Ci vuole un po’, e poi è bello il silenzio dei gesti e degli sguardi, senza parole, ma è come se si parlasse e tutti capiscono e si sentono più vicini. A me piace e anche agli altri, ve l’ho detto… bisogna provarlo per capirlo.

Mangiammo cubetti di pollo e qualcos’altro fatto con la soia. Dopo tanto tempo il cibo ha un gusto così buono che ti sembra un insulto non aver mangiato per anni, e pensi che sarebbe un’ottima cosa se inventassero una vasca ibernante dove insieme al sonno senza pensieri ci fosse anche una tavola sempre imbandita, e un angolo per la TV e i giochi di società, che so io?, magari anche un tavolo da ping-pong.

Mangiammo e bevemmo e alla fine i nostri occhi dissero: “Ora va meglio”.

Restammo silenziosi a fumare e a guardare il fumo spegnersi nei ventilatori, e tutto sapeva di festa e allegria.

“Bene” disse Taylor alla fine, studiando il filtro della sua sigaretta. “Adesso che ci siamo rifatti del tempo perduto, dovremmo dare un’occhiata ai programmi di bordo. Se la Mamma ci ha svegliati ci dev’essere del lavoro per noi, da queste parti. Che mi dici, Braddy?”

“Ho dato un’occhiata ma non mi pare ci sia un granché. Abbiamo uno shopping tra le stelle per il recupero di un satellite in tilt e poi, visto che ci troviamo nel suo settore di influenza, abbiamo un carico di duraxite su Magellano 7. Una vera pacchia” rise come un cavallo, rivoltando le labbra e mostrando i denti.

“Va bene, allora ” fece Taylor strizzando l’occhio a tutti quanti. “Mezz’ora di pausa e poi si comincia. Vediamo di sbrigarcela alla svelta… ho un sogno interrotto che mi aspetta, là dentro”. Indicò alle sue spalle, la sala con le vasche ibernanti.

“Uno solo?” volle sapere Jones, aggiustandosi i capelli. Io mi misi a ridere. Non per via della domanda o dei suoi capelli, no, ma per la sua voce di gallina. Aveva detto uno solo come coccodè… proprio come una gallina, ecco, una gallina con le tette e una voglia che non finisce più. Risi di nuovo.

Jones mi guardò e sorrise. Sapeva dei miei gusti in fatto di donne, ma non aveva ancora gettato la spugna… si dormiva così tanto su quell’astronave che forse, una volta, avrei anche potuto addormentarmi accanto a lei.

“Bè, accidenti, un sogno è sempre meglio di niente” esclamò Taylor che, al solito, amava prendere tutto sul serio. Per questo lo avevano fatto capitano.

“Ma se il sogno è un sogno di niente…” dissi piano come se temessi di farmi sentire.

Nessuno disse nulla, così Taylor concluse: “Siamo d’accordo, allora. Tra mezz’ora vi voglio tutti in quadrato. Magellano 7 ci aspetta”.

Magellano 7 ci aspetta, pensai alzandomi. L’idea che qualcuno ci stesse aspettando, proprio noi ch’eravamo viaggiatori del Nulla e di Nulla, mi affascinava. Chissà come se la passano laggiù, ad invecchiare tutti i giorni?

******

Se c’è una zona in tutta l’astronave in cui uno si sente veramente solo, bè, questa è la camera di decompressione. Sapete cosa intendo quando dico solitudine. Parlo della solitudine che è dentro di noi e che c’è sempre, ma che a volte si riesce a nascondere e a ignorare: nella camera di decompressione lei viene a galla come un liquido denso che imprigiona i sensi, e lo stomaco si stringe e i polmoni si svuotano più velocemente e il vetro del casco si appanna dello spirito e il tempo si ferma, lei c’è e niente può mandarla via.

Non che la solitudine sia cattiva, questo no, ma è come arriva, tutta ad un tratto, che fa male. Per forza di cose fa male. La vita nello spazio è come una bugia di Pinocchio, il naso lungo così e tutto il resto, ma la solitudine no. Lei è reale ed è buona, fa parte di noi, e se non esistesse nient’altro potrebbe esistere, tutto sarebbe inutile: viaggiare, esplorare, ricordare, sarebbe solo un gioco imbecille che non varrebbe la pena di vivere e morire.

Ma con lei, la solitudine amica che gironzola tra le stelle e nei nostri cuori, bè, tutto è diverso, più importante. Come il sale in cucina, non so se mi spiego. Quella cosa che dà sapore e che non deve mancare mai e in nessun luogo più della camera di decompressione lei vive in te e non ti lascia fino a quando non ti accorgi che è lì e l’accetti e le sorridi.

Così stavamo lì, Braddy ed io, e sapevamo che sarebbe venuta. Braddy disse: “Non dovremmo uscire?” Chiuso nella sua tuta d’argento somigliava a un bambolotto grasso e impacciato.

Sapevo che qualcosa lo frenava e che aveva detto quella cosa per trovare in me un appoggio, un aiuto alla sua solitudine. Era schiacciato in un angolo e le stelle si trovavano a soli dieci centimetri da lui, oltre la paratia stagna.

Così lo fissai e gli risposi: “Quando vuoi“ e lui abbassò la leva rossa e ci fu il sibilo dell’aria che se ne andava e lo sportello si aprì.

Si voltò e disse: “Andiamo“ ma lo diceva a sé, se capite cosa voglio dire. Era lui che doveva trovare la forza.

Così uscimmo nello spazio amico e fu come se ci fossimo calati all’interno di una bottiglia vuota, col fondo ambrato che funziona da lente e fa sembrare le cose diverse da come sono, smuovendo le certezze di tutti i giorni.

Vedevamo le stelle rilucere e tremolare, accendersi dei nostri desideri e volare via, nel silenzio che formava il Niente.

“Spike” disse la voce di Braddy. “Tu lo sai di cosa parlo… ma non ti sembra che ci sia qualcuno, qui con noi?”

Sorrisi all’alone umido che ricopriva il vetro del casco. “Proprio così, Braddy. Come durante il lungo sonno. Ci siamo noi e le nostre fantasie, chiamale come ti pare. Ti fanno paura?” La mia voce risuonò per un poco nella quiete della Notte, poi si perse nell’infinito.

Vidi Braddy compiere una piroetta, danzare senza peso come le illusioni che si portava dentro. “Un po’, però è bello. Niente lo è altrettanto”.

Annuii tra me. Non sarebbe stato carino aggiungere altro. Braddy aveva detto l’essenziale, e nel silenzio dello spazio le parole di troppo sono qualcosa di proibito, un insulto alla poesia dell’Universo. Dissi soltanto: “Recuperiamo il disperso” dissi, riferendomi al satellite.

E nuotammo verso di lui, verso le stelle, e tutto ci pareva non dovesse finire mai.

******

Tornammo a bordo un’ora più tardi, che non so a quanto equivalga lì sulla Terra, ma comunque molto di più. Vedete, il tempo non è un granché, quassù. Voglio dire, non è che uno si accorga del suo trascorrere… è facile comprendere il motivo. Qui nello spazio il tempo si è fermato, l’Universo viaggia e noi dentro di lui, ma siamo fermi, ecco cosa intendo, come tanti moscerini nell’occhio del gigante. Andiamo dove lui ci porta, è questo veramente, nel tempo senza tempo, che esiste da sempre e nessuno sa quando finirà, o se finirà, o se davvero è mai cominciato.

Il tempo è sospeso, dunque, e noi dentro di lui, come nelle vasche ibernanti. Le ore, i giorni, i mesi, gli anni, non sono che parole vane nello spazio, ricordi di un’altra dimensione. E forse noi siamo altrettanto, parole vuote voglio dire, perché no? A impedircelo potrebbero essere proprio loro, i ricordi, ma si sa che col tempo anche questi sbiadiscono e poi muoiono, se ne vanno e non tornano indietro, così noi, viaggiando nel tempo, finiremo col perderli tutti e a non ricordare altro che la solitudine, almeno lei.

Quando ci fummo tolti la tuta Braddy mi venne vicino e mi batté una mano sulle spalle.”Mi piace lavorare con te” disse sfiorandomi appena con lo sguardo. Le sue dita avevano più coraggio dei suoi occhi.

Feci cenno di sì, senza sapere bene cosa rispondere. Forse perché lui era debole e non si curava di nasconderlo e io invece lo ero ancora di più ma cercavo di mascherarmi, non so. Fatto sta che annuii e me ne andai, e poi mi sentii strano. Incompiuto è la parola, se capite cosa intendo.

“Tutto bene?” chiese Jones appena mi vide entrare. Stava giocando col computer di bordo e perdeva, né più né meno del solito.

“Un incanto” risposi con ancora negli occhi la cascata di stelle.

Jones si voltò a fissarmi e sorrise come se lo avessi detto a lei. Io feci finta di niente e mi chiusi nella mia cabina a pensare.

Anche i pensieri sono qualcosa di vivo, una specie di fluido vitale. E nello spazio somigliano alla luna… chi come me ha vissuto per anni sulla Terra dovrebbe capirlo. Voi sulla Terra alzate gli occhi e cosa vedete? La luna, sissignori, l’occhio d’argento che parla di tutto e niente, ogni cosa viva che si agita nell’animo umano… come i pensieri, ma certo! I pensieri che si accendono nel vuoto e volano chissà dove, tra i silenzi delle stelle come in un mare di Niente. La Luna e i pensieri, la stessa cosa, e voi laggiù con il naso per aria, e tanti desideri dentro di voi che un diario solo per elencarli tutti non basterebbe…

Oh, mio Dio, ma è una cosa ben strana questo piccolo essere chiamato uomo!

******

Jones non è solo una donna. Voglio dire, una donna che fosse una donna e basta non sarebbe mai venuta quassù di sua iniziativa, dico bene? Quindi c’è dell’altro in lei, dietro quelle tette e quella voce di gallina.

Le donne spaziali, chissà perché, mi hanno sempre insospettito. Lo spazio è una cosa seria, che diavolo, mica è il regno della moda e nemmeno del letto, sebbene a volte, di questo, si senta davvero la mancanza.

In Jones e in quelle come lei deve esistere una componente materna tutta particolare, se capite cosa voglio dire. Tutte le donne sono un po’ madri, si sa, ma nello spazio è diverso. Noi, nello Spazio, non siamo nulla, virgole di Niente, un seme di arancio sputato, ecco cosa, e allora come si può essere madri di questo Niente?

Forse è tutto un imbroglio, e la mia mente si è perduta in una delle tante morti nella vasca ibernante, chissà. Ma le donne spaziali hanno qualcosa che le rende diverse, complicate. Sono donne, capite, ma anche un po’ uomini… oh, al diavolo, un po’ l’una e un po’ l’altro. Per forza devono esserlo, altrimenti non ce la farebbero, è chiaro, lo spazio è un padre severo e freddo, che non fa prigionieri, e se Jones non avesse le tette che ha, bè, non mi sarebbe difficile pensare a lei come ad un uomo.

In fondo, penso, la chiamiamo Jones proprio per questo. Non si è mai sentito di una donna chiamata Jones, Jones e basta, voglio dire. La verità è che nessuno di noi conosce il suo nome, ma se è per questo nessuno conosce il nome di nessuno, qui a bordo. Non è una cosa importante, il nome. Immagino che un tempo lo fosse, senza dubbio, ma nessuno ha più il tempo e la forza di preoccuparsene.

Cercate di capire, se davvero a qualcuno importa del suo nome, perché magari è proprio molto bello e suona bene, bè, allora è meglio che se ne resti a Terra, dove può continuare a credere di essere quello che dicono i suoi documenti – nome e cognome e indirizzo, eccetera eccetera -, di essere sé stesso e nessun altro, un individuo unico e ben distinto, che ama e soffre e pensa, che in una parola vive

Ma nello spazio i nomi non servono. Voglio dire, nello spazio non sono i nomi a dare un’identità alle persone. Oh, no, chiedetelo a chiunque… semmai è la solitudine di cui  parlavo prima… so che è difficile da mandar giù, ma se ve lo dico potete credermi.

E così, sia io, sia Taylor, sia Jones, sia Braddy, ci chiamiamo in questa maniera per abitudine e praticità, non perché si creda veramente ai nostri nomi. Un giorno o l’altro ( che buffo parlare di giorni in questa infinita Notte dello spazio! ) potremmo decidere di scambiarceli e allora, magari, a me capiterà quello di Jones e a lei il mio e pensate che ridere se mi trovassi anche le sue tette…

******

Più tardi cenammo, o pranzammo, come preferite. Come ho detto i giorni e le notti sono un’unica creatura, e le stelle e il vuoto sono tutto.

“Ho dato un’occhiata al satellite” disse Brady tirando fuori la bottiglia delle grandi occasioni. Spiegò che il danno era una cosa seria e che l’agenzia di manutenzione ci avrebbe messo meno tempo a costruirne uno nuovo che a riparare questo che si era guastato, probabilmente a seguito di una collisione con il pulviscolo pietroso che gravita attorno all’atmosfera di Magellano 7. Al termine, tirate le somme del discorso, brindammo alla futura missione di rimpiazzo del satellite che, in qualità di nave recupero, ci eravamo assicurati.

Dopo il brindisi ci fu un momento di singolare euforia. Invece che quattro soltanto sembravamo una dozzina, e le nostre voci e le nostre ossa erano dappertutto. Ballammo e bevemmo come se da trentasette anni e nove mesi a quella parte non lo avessimo mai fatto, e poi ci fermammo di colpo e ci guardammo, più tristi di quando avevamo cominciato.

Ci fissammo a lungo, in silenzio, come per punirci di qualcosa, e le stelle fissavano noi come sempre, discrete nella loro ossessiva presenza.

Alla fine Taylor disse: “Bene, ragazzi. Tra dodici ore penetreremo nell’atmosfera di Magellano. Fino ad allora siete liberi di spassarvela come meglio credete”.

Io sogghignai coprendomi la bocca. Non che non apprezzasi i suoi tentativi di sollevare il morale della truppa, ma davvero non capivo come un uomo come lui, veterano dello spazio, credesse ancora a quelle scemenze. Ma forse lui non ci credeva veramente, era solo che, in qualità di capitano, si sentiva in dovere di farlo credere a noi altri… il che era anche peggio, se permettete.

Noi tre ci guardammo in faccia mentre Taylor  si alzava e si incamminava verso gli alloggi. Bè, io non vorrei dirlo, però forse avete capito lo stesso… Sorrisi a Jones e poi a Braddy, gli battei una mano sulle spalle, io, questa volta, e me ne andai. Che almeno due di noi si divertissero un po’ in quelle dodici ore che restavano, che diavolo.

******

Magellano 7 è un posto schifoso, inutile che ve lo descriva. Nessuno con un po’ di sale in zucca lo sceglierebbe mai per un fine settimana, e chi ci capita per lavoro è troppo preso dai suoi affari per curarsene. Ad ogni modo basta uno sguardo, anche distratto, per capire che non è fatto per l’uomo, e chi ci vive non so proprio come faccia.

Ci sbarcammo che era da poco spuntata l’alba, un fenomeno diverso da quello della Terra, dipinto di cremisi invece che di rosa, e con tante nubi dello stesso colore da tutte le parti, talmente tante che sembrava di essere scesi nel mezzo di una tempesta.

Bè, consegnammo i documenti di sbarco e ci avventurammo per la City. L’aria odorava di pesce, di colla di pesce per la precisione, e bisognava continuamente mandar giù la saliva o sputare, oppure indossare una delle maschere-filtro che vendevano allo spazioporto a soli 25 crediti.

Decidemmo di mangiare la saliva e di sporcare le strade della City, in fondo saremmo rimasti giusto il tempo di capire ch’era molto meglio lassù, in assenza di affanni quotidiani e di cattive compagnie.

Come al solito Taylor se ne andò per i fatti suoi, ma nessuno se la prese per questo. Credo, anzi, che fosse il segreto desiderio di tutti, rimanere soli su Magellano 7. Almeno un po’ soli, se capite cosa intendo. Soli tra gente che, forse, non è sola, e che se anche lo è, lo è in maniera diversa da noi lassù, e che se la incontri e ci parli e ci vai a letto, ti regala qualcosa di più della solita manciata di solitudine. E’ un po’ difficile, lo so, ma è così.

Dopo Taylor se ne andò anche Braddy, beato lui. Così rimasi insieme a Jones, il mio angelo con le tette e un’identità tutta da stabilire.

“Che facciamo?” mi chiese prendendomi sottobraccio.

Avevo voglia di una cosa soltanto, ma non ero certo che lei sarebbe stata in grado di capirlo. “Vorrei camminare” le spiegai, inspirando. Ormai l’odore di colla di pesce se n’era andato giù nei polmoni e l’aria sapeva quasi di buono ed era fresca, invitava a una lunga passeggiata.

“Ma pioverà” disse Jones indicando le nubi. Si accavallavano sopra di noi senza far rumore, quasi irreali.

“Bè, anche se fosse, da quanto non assaporiamo un po’ di pioggia?” era una bella domanda e nemmeno io sapevo da dove fosse saltata fuori. Quanta confusione, dentro di me.

“Come vuoi” assentì Jones indicando da una parte. “Va bene di là?”

Sollevai le spalle e ci avviammo nella direzione che aveva scelto. Camminammo lentamente, in silenzio pensoso e ogni tanto ci fermavamo a guardare le nubi e il profilo della City che rimpiccioliva dietro di noi, mano a mano che salivamo la collina.

“Io lo so perché ti piace” disse Jones ad un tratto.

“Davvero?” trasalii, perduto tra i miei pensieri.

“Ho detto che lo so perché ti piace tanto camminar ”.

“Ah, sì?”

Jones sorrise e annuì. “Non credere di essere il solo a provare certe sensazioni. Lo spazio ci prende tutti, e io non sono diversa da te o dagli altri… di dentro, capisci? So cosa significa sentirsi prigionieri dell’astronave”.

La fissai per un po’, i suoi grandi occhi chiari riflettevano lo scorrere delle nuvole come un rapido dipinto a spruzzo. Riprendemmo a salire e io a pensare alle sue parole. Non c’era niente di nuovo in esse che già non sapessi, eppure era come se con esse Jones avesse voluto rivelarmi qualcosa, mi domandavo cosa.

Arrivati su un pianoro erboso, dominato da un solitario albero frondoso, Jones disse: “Fermiamoci qui, ti và?”

Guardammo lontano, dentro di noi, e io scopri qualcosa dentro di me, una specie di ricordo disegnato su tela, con i colori ormai sbiaditi e i contorni sfumati… e quel disegno somigliava alla Terra, un poco soltanto.

“Mi domando chi sei” fece Jones slacciandosi il primo bottone della camicetta. “Non che non lo sappia, te l’ho detto… Ma mi domando chi sei quando dormi, quando sei da solo nella vasca ibernante e tutto l’Universo si riduce a te e ai tuoi sogni che non potrai mai ricordare” si slacciò anche il secondo bottone e poi il terzo e poi il quarto e poi le sue grandi tette esplosero fuori e io dissi:

“Mi piacerebbe scoprirlo. Ma dovrei essere sveglio in quei momenti per annotarmeli, e così forse non lo scoprirò mai…”.

Jones sorrise e mi prese la mano e poi le labbra e poi tutto il resto. Sopra di noi le nubi volavano veloci, come tanti pensieri allo sbando, e la Terra riposava dentro di noi come un Sogno di Niente… e di pioggia neanche a parlarne.

******

Ci fermammo su Magellano 7 per dieci giorni filati. Dieci giorni di quelli veri, voglio dire, con l’alba e il tramonto e le lancette degli orologi e la TV che rimane accesa e i bei pranzetti. Furono dieci giorni come ne capitano pochi e fu bello abbastanza da metterci addosso una gran tristezza.

“Davvero bisogna partire?” Braddy aveva la voce morta e lo sguardo ancora di più. “Perché non restiamo ancora un po’?”.

Jones lo tirò per un braccio fingendo allegria. “Tra qualche anno ci torniamo” lo tranquillizzò “e poi ci sono posti migliori. Diglielo tu, Spike”.

Io annuii in silenzio. Dopo Taylor ero quello che aveva viaggiato di più, o dormito di più, come preferite. Di mondi ne avevo visti tanti, mai però nessuno che mi avesse fatto sentire a casa mia come lo Spazio, e questo era da sempre il guaio della mia vita. Come una pianta senza radici, voglio dire.

“Andiamo, su” presi Braddy dall’altra parte e ci avviammo. Il ragazzo fissava per terra, ma non sembrava vedere dove metteva i piedi.

“E’ vero che quando noi partiremo e viaggeremo nello spaziotempo e nemmeno ci accorgeremo delle distanze di anni luce, questo posto invecchierà di mille anni e forse morirà? E’ vero…“. Nella domanda di Braddy era racchiusa l’essenza della nostra vita, chiamiamola così, uno sbadiglio sull’eternità.

“Esatto” risposi, più per colpire me stesso che lui.

Braddy disse soltanto: “E’ terribile. Io…” non riuscì ad aggiungere altro, o forse trovò il coraggio per interrompersi.

Anche a me Braddy piaceva, ma non ritenni opportuno farglielo sapere. Non credo che questo lo avrebbe aiutato a sentirsi meglio, capite?

Salimmo sulla nave e partimmo. Fu come Braddy aveva detto. Ci fu un lampo, un tuono, e mille anni erano trascorsi e noi riprendevamo il viaggio e Magellano 7 chissà dove era finito.

Mangiammo in silenzio. Sapevamo che sarebbero trascorsi molti anni prima di una nuova rinascita eppure, come ogni volta, nessuno si lasciò andare. In verità, una volta addormentati, sarebbero trascorsi solo pochi attimi prima del risveglio. Come ho detto, il tempo non esiste per noi, ma è il sapere che mentre noi dormiamo la gente sulla Terra nasce e vive e muore che ci imbarazza. Come se noi vivessimo la nostra presunta immortalità soltanto grazie al sacrificio dell’umanità intera. Forse non sarà bello, ma è il nostro destino e non si può nemmeno dire che non proviamo a viverlo nel migliore dei modi. Rispettando la morte degli altri che è senza risveglio, voglio dire.

Dopo avere mangiato fumammo e ascoltammo un po’ di musica. E quando il disco s’interruppe e tornò il silenzio, ci guardammo in faccia un lungo momento prima di salutarci.

“ Ciao, Taylor ”.

“ Ciao, Braddy ”.

“ Ciao, Jones ”.

“ Ciao, Spike ”.

“ Ciao, Solitudine ”.

Ci spogliammo e ci infilammo nelle vasche ibernanti. Feci partire il temporizzatore e quello cominciò a divorare il tempo come se esistesse davvero, al diavolo.

Fissai l’orologio per un po’, mentre il cuore rallentava e il sangue prendeva a scorrere sempre più piano, sempre più piano. Chiusi gli occhi e cominciai a sognare. Sognai il Tempo e lo Spazio e me stesso e la solitudine e il Niente e le tette di Jones…

Mi addormentai con la certezza che al risveglio avrei ritrovato ogni cosa al suo posto.

Stefano Bon @ 1985

Un commento su “Sogno di Niente [racconto di Stefano Bon]

  1. phasefour1984
    21 ottobre 2017

    Non è facile intervenire esprimendo una considerazione sullo scritto di un amico. Troppo spesso, infatti, si rischia di cadere in una pratica che tenda a esaltare il testo in modo acritico e quindi inutilmente orpellosa e ridondante o a sostituire il proprio pensiero a quello dell’autore ipotizzando percorsi eventuali o scelte differenti sostituendosi così, di fatto, a chi quel racconto lo ha ideato, faticato e pensato.
    Gioco di specchi e di vanità che ottenebrano un giudizio sereno.
    Tuttavia ricordando quel Giorgio Caproni misconosciuto letterato, incubo dei maturandi 2017: «i libri devono stare a galla per la loro forma» e questo racconto mi pare tenga perfettamente il mare.
    Se volessi spogliarmi dagli indugi potrei esprimere la mia impressione di lettore: uno scritto inquieto che, partendo dal vuoto dello spazio, trasmette, dietro una certa bonomia e un linguaggio volutamente scanzonato, una domanda esistenziale sul senso di ciò che ci circonda.
    Proprio iniziando da questa considerazione e confrontando questo scritto con il mio sulla criogenetica mi sovviene una riflessione sul confronto tra linguaggio analogico e digitale. Il primo è celebrale, intellettuale e oggettivo mentre il secondo è evocativo. Non è come scrive Watzlawick un linguaggio vero e proprio, ma: «una lingua della metafora, della pars pro toto, forse del simbolo, in ogni caso comunque della totalità.»
    Ebbene per affrontare certi temi questa seconda forma, usata con maestria da Stefano, può raggiungere vette precluse al linguaggio analogico soprattutto quando i temi affrontati sono, per loro natura, incerti e indefiniti.

    Maurizio Canauz

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