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Sentinella, quanto resta della notte?

H. G. Wells junior, l’uomo di milioni di anni

L’articolo originale, pubblicato sul nr.3/1992 di Vernice Fresca, causò un autentico parapiglia in ambito scientifico, ma non solo. In esso viene per la prima volta gettata luce su alcuni dei più controversi aspetti della vita e delle imprese di Wells padre e figlio. Se da un lato l’articolo fornisce alcune clamorose risposte ai più ricorrenti interrogativi, dall’altro solleva nuove e ancor più pressanti domande sulla vera natura dei viaggi nel Tempo: sperimentazione scientifica, aberrazione antropologica, schizofrenia paranoide sono solo alcuni dei concetti che sono stati utilizzati nel tentativo di dare un senso a quanto Wells jr. afferma. Per farvi un’idea tutta vostra, non vi resta che leggere!

Il convincimento da parte della gente comune che gli alieni siano qualcosa più di un’invenzione letteraria o di un buon investimento cinematografico, risale ad un’epoca anteriore a quella in cui mio padre scrisse dell’invasione marziana ne La guerra dei Mondi.(nota 1)

A quel tempo mio padre aveva già perfezionato l’uso della macchina del tempo e alcuni dei suoi viaggi esplorativi lo avevano condotto a verificare l‟esistenza di intelligenze aliene qui sulla terra.

Secondo i suoi studi la razza umana era comparsa sul pianeta Terra solo successivamente all’insediamento di una comunità aliena di umanoidi proveniente dalla Mezza Galassia, in un punto che noi, oggi, con mappe stellari tanto perfezionate d’apparire intrusive, collocheremmo a metà strada tra Rigel e la Nebulosa nella costellazione di Orione.

Di questa evoluta civiltà egli recuperò importanti reperti in numerosi scavi compiuti in Perù e Colombia viaggiando a ritroso nel tempo fino a 120.000 anni fa: i resti incontestabilmente umani da lui ritrovati datavano 3,5 milioni di anni nel passato, i più vecchi mai ritrovati e di gran lunga più evoluti di quelli dell’uomo di Border Cave, scoperto in Swaziland e datato “solo” 100.000 anni fa.

Per capire meglio la portata della sua scoperta basti pensare che l’homo erectus – precursore dell’homo sapiens sapiens da cui discendiamo – è comparso sulla Terra un milione di anni fa e gli studi di Richard Laekey lo fanno derivare a sua volta da un ceppo di pitecantropi vissuto in Kenya e Tanzania 2.800.000 anni fa! (nota 2)

Tanti dati possono confondere, me ne rendo conto, e allora basterà che riassuma il tutto in una frase: com’è possibile che l’uomo – non così come lo conosciamo oggi, ma piuttosto una sua grottesca caricatura pelosa e ciondolante, senza alcuna nozione dei concetti di tempo e vita, di null’altro che fosse la spietata lotta per la sopravvivenza, abbia mosso i suoi primi, insicuri passi verso la civiltà in Africa 2,8 milioni di anni fa quando in Perù (dall’altra parte dell’emisfero) un essere molto simile all’uomo del futuro, un uomo come noi, viveva già circondato da agi e lusso 3,5 milioni di anni fa?

La scienza ufficiale non ha mai voluto dare credito alle scoperte di mio padre: gli uomini del suo tempo lo consideravano alla stregua di un ciarlatano e di un visionario, se non addirittura un imbroglione.

Egli soffrì atrocemente ma in silenzio per l’ostinato rifiuto del mondo accademico ufficiale di voler anche solo stare ad ascoltare le sue teorie. Solo lui e, forse, mia madre, (quando egli se ne andò per sempre scomparendo insieme alla macchina del Tempo) sapevano che era tutto vero.

Per diversi anni dopo la sua scomparsa, avvenuta la notte del 31 dicembre 1899, mia madre mi tenne nascosti tutti i suoi documenti e mi impedì l’accesso al laboratorio, blandendo le mie ripetute domande sull’argomento PAPA’ e la mia proverbiale curiosità esplorativa coi più abili sotterfugi: il più riuscito di essi determinò, nel bene e nel male, il mio futuro.

Mia madre, infatti, riuscì, con l’appoggio di vecchi amici di mio padre, a farmi entrare in college ad Oxford e lì, grazie anche all’acume e alla saggezza del Prof. Pendwick (che Dio l’abbia in gloria!) io appresi l’arte e la scienza e fui pronto, al raggiungimento del 21° anno di età, a conoscere tutta la verità.

Ricordo quel giorno come se fosse ieri: mia madre venne a prendermi con la carrozza e dopo aver a lungo dialogato con lei su questioni di nessuna o poca importanza, ella assunse un atteggiamento strano, ansioso, che ben presto determinò in me un profondo turbamento. Conoscevo fin troppo bene la sua tempra morale e fisica per non essere preoccupato di quell’improvviso cambiamento d’umore.

Stavo febbrilmente riflettendo alla ricerca delle parole più adatte per manifestarle la mia angoscia, quando ella estrasse dalla borsetta una busta ingiallita dal tempo ma ancora in ottimo stato. Era sigillata con della ceralacca e indirizzata a “Sir Herbert G. Wells jr”, a me!

Riconobbi senza esitazioni la calligrafia di mio padre e il mio cuore parve volersi fermare. Trattenni a lungo la busta tra le mani, rigirandola e osservandola, carezzandola come un fiore delicato, palpitando al pensiero di quanto vi fosse contenuto.

In quegli attimi irripetibili la memoria mi soccorse con i ricordi più belli che conservavo di mio padre, del suo raccontarmi le favole della buonanotte, del suo scrivere fino a notte fonda, del suo giocare con le schiere di soldatini sul tappeto in laboratorio… Fissai mia madre a lungo senza riuscire a dire nulla: ella tratteneva a stento le lacrime, ma con gli occhi mi invitava ad aprire la busta.

Così, facendomi coraggio, l’aprii con decisione, spiegai il foglio davanti agli occhi e presi a leggere: “Caro figliolo, è venuto il Tempo che anche tu sia messo a parte del grande potere che ci è stato dato. La decisione di scomparire, che ho preso insieme a tua madre, era l’unica praticabile, credimi: mi auguro che la mia mancanza non abbia influito più di tanto sul tuo carattere, e che in questi anni tu abbia tratto profitto dagli studi cui sei stato con tanto amore indirizzato. Il tuo futuro e, in parte, quello dell’intera umanità sono nelle tue mani, esattamente come questo appassito foglio di carta. Tuo padre è molto più che semplicemente lontano, tuo padre è un frammento del Tempo, quell’oscuro oggetto del desiderio che ci scarrozza attraverso l’infinito per la durata di uno sbadiglio. So che troverai una risposta a tutte le domande che in questo momento ti affollano la mente. Non stai sognando, e non sei pazzo, non più di quanto lo sia io, o tua madre che ha sacrificato la sua vita per me. Il mondo ti sembrerà incredibilmente piccolo ora, ma sarà il Tempo a dargli una dimensione infinita. Nel Tempo scoprirai l’ebbrezza di vivere oltre la soglia della vita fisica, stringerai un patto con l’anima stessa dell’Universo. Non avere fretta di sperimentare il viaggio nel Tempo, esso necessita di una preparazione psicologica mirata, che ora dovrai sviluppare. Segui scrupolosamente le istruzioni che ti ho lasciato (chiedi alla mamma, lei saprà indicarti dove… ) e rammenta sempre: nel Tempo non esiste nascita, non esiste morte, ma soltanto un lungo, lento, inesorabile e appagante divenire… Lungo questa strada, un giorno, ci incontreremo. Il tuo affezionatissimo padre.”

La lettera recava la data del 25/12/1899: io allora avevo 8 anni, mia madre 30, mio padre solo tre di più. Pur scomparendo, continuò a scrivere i suoi libri, centinaia di storie una diversa dall’altra, e a recapitarle all’editore in qualche modo. Un pò quello che faccio io con gli amici di Vernice Fresca e con mia madre che, a dispetto degli anni trascorsi sui calendari, ha solo 54 anni e si sta godendo la menopausa alle soglie del 2.000.

Dopo aver letto tutto questo vi domanderete il perché di quel riferimento iniziale agli alieni e alla presunta origine extraterrestre della specie umana ipotizzata da mio padre.

Ebbene, è solo di recente che ho perfezionato la Macchina del Tempo in modo tale da rendere quantisticamente attuabile la sedicesima variabile temporale necessaria per superare – in base alla legge di Sagan – l’approssimazione del miliardesimo di nanosecondo che fino a poco “tempo” fa mi impediva i viaggi a ritroso oltre la soglia dei 3 milioni di anni.

Secondo i primi calcoli ho esplorato la zona indicata da mio padre in un‟epoca tra i 3.495.000 e i 3.500.000 di anni fa: ho trovato quello che lui stesso vi ha lasciato, quello che lui stesso vi ha recuperato milioni di anni dopo…

E’ molto più di un’ipotesi, la mia, e per quanto straordinaria e pazzesca la ritengo, allo stato attuale, l’unica possibile. Ve la offro al prezzo di un sogno, senza che nessuno di voi si senta obbligato a prestarvi fede.

Ecco come andò: mio padre condusse nel Perù di 3,5 milioni di anni fa un esperimento con esseri provenienti da un futuro molto lontano. Esseri evoluti, forse umani o forse no, ma sicuramente alla ricerca come mio padre di una risposta indietro nel Tempo. Si stabilirono per qualche motivo in quell’epoca: forse per veder nascere la prima forma di vita pensante, forse per accogliere dei visitatori alieni, forse, semplicemente, per condurre un esperimento di antropologia in vivo.

Quel gruppo di esseri superiori si insediò nel remoto passato, e visse abbastanza a lungo da edificare una civiltà: poi, improvvisamente com’era apparso, scomparve.

Dubito che la cosa si possa far risalire a catastrofi naturali o a distruzione da parte di terzi: propendo piuttosto per una vera e propria scelta. Semplicemente, decisero di andarsene.

Nel 1898 mio padre scoprì (utilizzando probabilmente informazioni raccolte nel futuro) che vestigia di civiltà sconosciute sarebbero state scoperte in America Latina nel XX secolo. Non disponendo ancora di una Macchina del Tempo perfezionata come avrebbe avuto in seguito, intraprese uno dei suoi viaggi nel passato, fermandosi alle soglie dei 120.000 anni fa. Questo balzo gli consentì di scoprire i resti di quella civiltà che egli stesso, millenni dopo, avrebbe contribuito a creare.

Ma allora non sapeva ancora di avere a che fare con un frammento del suo futuro, e lo interpretò come il segno della venuta sulla Terra di una civiltà aliena.

La scienza ufficiale mise a tacere le affermazioni di mio padre, ma io gli ho sempre creduto, per questo decisi a mia volta di tornare laggiù, nel Tempo che non muore mai.

Fu con gioia e commozione che scoprii, verso l’alba di un giorno di primavera di circa 3,5 milioni di anni fa, tra le mura ancora solide di una casa disabitata che raccontava di un’umanità viva e attiva, una piccola, familiare custodia di zinco a forma di sigaro: conteneva un minuscolo grumo di fibre olografiche, una sorta di occhio tridimensionale sul quale era possibile veder scorrere all’infinito una sequenza di pochi secondi.

Lo strano occhio mi penetrò la mente, proiettandomi al centro di una scena dominata da mio padre e da alcuni rappresentanti di quella razza superiore d’incommensurabile bellezza. Mio padre sorrideva, pareva vedermi, e non sembrava tanto diverso da come lo ricordavo: guardava fisso dentro i miei occhi e ripeteva: “Ecco, ora lo sai: la strada intrapresa è quella giusta. Non temere di percorrerla fino in fondo”.

Questo fu tutto, e questo io ora lascio a voi. Spero solo, come mio padre, che un giorno, nelle pieghe del Tempo, le nostre strade possano finalmente incontrarsi.

Il vostro affezionatissimo H.G. Wels jr.

( traduzione e note a cura di Stefano Bon @ 1992 – 2018 )

(nota 1): non sappiamo esattamente a quali credenze o testimonianze H. G. Wells si riferisca. La letteratura e la storia sono piene di riferimenti sulla venuta di esseri celesti. Noi oggi li chiameremmo avvistamenti, e sarebbero il pane quotidiano di giornalisti investigativi come Giorgio Tsoukalos e Linda Multon Howe.

(nota 2): la ricostruzione della cronologia evolutiva dell’uomo è un vero enigma, nel senso che esistono ormai tante e tali evidenze di una sovrapposizione di ceppi e gruppi pre-umani in luoghi differenti del pianeta e sicuramente non interagenti tra loro da far pensare che l’evoluzione, così come ci è stata insegnata, ovvero il processo qualitativo di selezione del soggetto più dotato rispetto a quello meno dotato nel corso del tempo in relazione all’ambiente, sia una teoria da rivedere, se non completamente almeno nelle sue accezioni più conosciute. L’uomo moderno non sarebbe il risultato di una vera e propria evoluzione naturale e lineare, bensì di uno strategico e lungimirante esperiemento mutazionista (vedasi l’omonima teoria introdotta dal botanico olandese Hugo De Vries), che in alcuni stadi evolutivi critici dell’umanità ha introdotto nel DNA umano mutazioni improvvise e vincenti che, senza attendere il naturale evolversi delle generazioni successive, hanno consentito al genere umano un salto improvviso verso nuove conoscenze e capacità. Chi abbia introdotto strategicamente queste mutazioni nel DNA umano è fin troppo facile immaginarlo… anche se non ne conosciamo esattamente la natura, non avendo mai avuto la fortuna di incontrarne uno!

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