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Sentinella, quanto resta della notte?

Alberto, storia in punta di matita [di Maurizio Canauz]

Alberto credeva di essersi svegliato.

Alberto era sicuro di aver aperto gli occhi.

Alberto non vedeva nulla.

Alberto vedeva solo il nero del buio, o meglio l’assenza di ogni colore.

Alberto non riusciva a comprendere dove fosse.

Alberto non riusciva neppure a immaginare dove fosse.

Alberto sentiva il suo respiro infrangersi contro una barriera posta a brevissima distanza dal suo naso.

Alberto si sentiva rinchiuso in uno spazio angusto e freddo.

Alberto oltre all’oppressione del respiro sentiva freddo, tanto freddo.

Alberto non riusciva a comprendere perché sentisse così freddo.

Alberto ricordava malamente, che quando era uscito di casa, era primavera e faceva appena, appena caldo.

Alberto sentiva freddo, un freddo metallico.

Alberto cercò di muovere un braccio per tastare il luogo dove era rinchiuso.

Alberto sentì il braccio rigido come un pezzo di legno.

Alberto avvertì che quel braccio non si sarebbe mosso.

Alberto cercò di ricordare dove fosse.

Alberto si accorse che tutti i suoi pensieri erano come rallentati.

Alberto provò a comprenderne il motivo ma la sola domanda impiegava un tempo indefinito per essere formulata.

Alberto si sforzava di ricordare ma tutto era avvolto in una nebbia spessa, così spessa che sarebbe stato possibile tagliarla con il coltello.

Alberto riprovò a muovere il braccio ma il risultato fu sempre lo stesso: un fallimento desolato e sconfortante.

Alberto sentì il pensiero rallentare diventando quasi materico.

Alberto cercò di afferrare quel pensiero di impossessarsene ma si accorse di non averne la forza.

Alberto pensò che tutto ciò fosse veramente strano.

Alberto voleva alzarsi ma comprese che quella pretesa era eccessiva per un uomo che non riusciva neppure a spostare un braccio.

Alberto non vedeva proprio nulla.

Alberto sentiva come un velo appoggiato su di lui, ma non comprendeva dove fosse con esattezza.

Alberto si concentrò facendo appello a tutte le sue forze per ricordare.

Alberto si vide uscire da casa.

Alberto si vide uscire da casa quando era già buio.

Alberto cercò di focalizzare meglio quell’immagine e si accorse che quella non era casa sua.

Alberto notò che, per quanto le assomigliasse, differiva per un innumerevole serie di particolari.

Alberto si trovò confuso, mentre si accorse che il suo respiro era così debole che quasi non lo sentiva..

Alberto pensò fosse solo un sogno.

Alberto pensò fosse un incubo.

Alberto pensò che sia che fosse stato un sogno, sia che fosse stato un incubo dovesse solo attendere di risvegliarsi.

Alberto provò a svegliarsi ma non sapeva come fare.

Alberto cercò di gridare ma si rese conto che se non riusciva ad alzare un braccio difficilmente avrebbe potuto gridare.

Alberto pensò che se anche fosse riuscito a gridare, non era così certo che qualcuno l’avrebbe sentito.

Alberto non poteva ragionevolmente stabilire se qualcuno l’avrebbe potuto sentire perché non sapeva dove fosse.

Già dov’era?

Albero si convinse che l’unica via possibile per comprendere il suo presente era rivolgersi al passato ricostruendo dove fosse stato.

Alberto ripartì dai suoi ultimi ricordi.

Alberto però non riusciva a ricordare nulla con precisione, come se avesse bevuto tanto fino ad ubriacarsi e che adesso subisse i postumi della sbornia, ma non di una sbornia qualsiasi ma di una sbornia “colossale”.

Alberto non voleva, né poteva facilmente accettare la sconfitta; di fatto, se la casa non era la sua, doveva pur essere quella di qualcun altro e quindi doveva solo capire di chi fosse.

Alberto pensò e ripensò a chi avrebbe potuto essere il padrone di quella casa e perché ci fosse andato, probabilmente di sera.

Alberto vide il volto di una donna, una donna giovane che gli sorrideva.

Alberto aveva dannatamente freddo, avrebbe voluto coprirsi.

Alberto si domandò se in qualche modo avrebbe potuto prendere una coperta.

Alberto cercò di muovere una mano. Nulla.

Alberto tornò al volto della ragazza.

Alberto vide quella giovane donna che gli sorrideva e gli sembrò di sentirne il profumo.

Alberto provò a ricordare dove l’avesse vista e chi fosse.

Alberto non la ricordava.

Alberto sentì svanire in un istante quelle poche forze che credeva di avere e chiuse gli occhi (o gli sembrò di farlo).

Alberto si corrucciò perché non sapeva se gli occhi li chiudeva davvero o se al contrario non li avesse mai aperti.

Alberto si sentiva oppresso come se fosse chiuso in un cilindro.

Alberto imprecò anche se non sapeva esattamente chi e per cosa.

Alberto tornò al volto della donna e fissò, nella memoria, i suoi occhi neri.

Alberto era certo di averle parlato.

Alberto considerò l’ipotesi che fosse una sua amica o un’amica di qualche suo amico.

Alberto seguiva i suoi pensieri lenti inseguirsi senza trovare un apparente ordine.

Alberto convenne che la sua era una situazione alquanto strana.

Alberto pensò se la sera prima avesse mangiato o bevuto qualcosa di particolare, qualcosa che gli avesse potuto creare uno stato allucinogeno.

Alberto ebbe come un flash, un lampo che illuminò la sua memoria.

Alberto vide della gente ballare, bere, ridere.

Alberto pensò che fosse una festa, anzi era certo che fosse una festa.

Alberto sentiva il calore opprimente della sala in cui si dimenavano persone e volti sconosciuti.

Alberto era sicuro che doveva esserci anche lui.

Alberto riconobbe la donna che gli sorrideva, la vedeva ballare, era bella ed aggraziata e provocante.

Alberto doveva capire cosa li legava.

Alberto non sentiva più il suo corpo e questo lo spaventava.

Alberto si sentiva inadeguato alla situazione in cui si trovava e questo lo metteva fortemente a disagio.

Alberto vide la sua automobile parcheggiata di fronte a una casa, di notte.

Alberto vide una luna piena insistente e i lampioni ferire il buio dell’oscurità.

Alberto vide la donna salire sulla sua automobile.

Alberto vide l’automobile partire sgommando e sbandando leggermente immettersi nella carreggiata.

Alberto cercò di capire dove stesse andando.

Alberto si accorse che non sentiva alcun dolore se non un leggero peso su tutto il corpo.

Alberto si convinse che ciò che lo infastidiva era il senso di oppressione, di claustrofobia e il buio che lo circondava, ma non capiva proprio dove fosse.

Già dov’era?

Alberto rivide i suoi occhi fissare per un attimo lo specchietto retrovisore della automobile.

Alberto sentiva il volante tra le mani e una certa gioia riempirgli il cuore.

Alberto capiva che quella gioia dipendeva da quanto accaduto quella sera, anche se non aveva chiaro quale fosse il motivo.

Alberto si domandò allora perché un uomo potesse essere felice, felice in quel modo dolciastro e pieno, come si era sentito.

Alberto non era troppo esperto di felicità, né propria né altrui, ma era sicuro che si trattasse di qualcosa legato agli affetti.

Alberto si convinse che la giovane donna avesse per lui un qualche significato. Poteva essere la sua fidanzata?

Alberto pensò che forse lei era distesa vicino a lui e che sarebbe bastato un alito di vento per spezzare quell’incantesimo che lo teneva prigioniero.

Alberto si sforzò nuovamente cercando di muovere anche la più piccola parte del suo corpo.

Alberto dovette accettare che nulla si muovesse.

Alberto s’immaginò che lei fosse la sua fidanzata.

Alberto sapeva che ciò poteva essere vero o falso, nulla in quella situazione l’avrebbe confermato così come nulla lo avrebbe smentito.

Alberto sentì come un rumore lontano che arrivava a lui stranamente metallico.

Alberto cercò di comprendere che rumore fosse.

Alberto sembrò convinto che si trattasse di una serie di battiti come di un cuore o più semplicemente di un rumore di passi.

Alberto pensò che se solo avesse potuto gridare, avrebbe potuto richiamare l’attenzione su di sé.

Alberto non sentì più nulla se non un’eco fredda che si spegneva lentamente.

Alberto perse quasi subito ogni attenzione per quei rumori.

Alberto tornò con i pensieri alla donna, all’automobile, alla sera in cui correvano assieme sorridendo e scambiandosi, quasi certamente, parole d’amore.

Alberto si convinse che stavano dicendosi qualcosa di fondamentale, di speciale, forse di irrepetibile.

Alberto, continuando nei suoi pensieri, senza alcuna certezza se non quella del sentimento, si convinse che non poteva che averle chiesto di sposarlo.

Alberto ne era sicuro, così come era sicuro della risposta della donna.

Alberto si sentì d’improvviso indebolito, come svuotato di ogni forza.

Alberto si smarrì, si confuse, smise di pensare.

BUIO E SILENZIO

SILENZIO E BUIO

Alberto sentì un rumore metallico.

Alberto sentì un rumore sordo, poi tanto freddo e un pizzico d’imbarazzo.

Alberto sentì scivolare il suo corpo in avanti.

Alberto si sentì osservato mentre un pallido raggio di luce gli feriva le palpebre.

Alberto cercò di muovere un braccio ma non riuscì nemmeno ad indurire un muscolo.

Alberto si sentiva sempre più stanco e cercava di aggrapparsi ai ricordi.

Alberto ora vedeva il passato.

Alberto vedeva un’automobile avvicinarsi ad un incrocio su cui troneggiava un semaforo lampeggiante.

Alberto vide se stesso che parlava con la donna e che frenava appena non facendo troppa attenzione alla strada.

Alberto sentì come un’esplosione forte, un rumore assordante, un dolore lancinante.

Alberto si vide guardare il mondo dal basso.

Alberto vedeva delle lamiere e sentiva freddo, un freddo intenso che gli invadeva il corpo e l’anima.

Alberto vide il volto della donna ferito, dilaniato e coperto di sangue.

Alberto voleva chiamarla ma non ricordava il suo nome.

Alberto pensò fosse strano che non ricordasse il nome della sua futura moglie.

Alberto pensò nuovamente che tutto fosse solo un sogno.

Alberto provò una strana sensazione come di mani che frugavano sul suo corpo.

Alberto sentì fastidio per quel contatto forzato come di chi cerca qualcosa e lo fa con fretta eccessiva.

Alberto vide cambiare il suo orizzonte, ora sopra di sé vede volti che lo osservano e luci e sentiva un rumore di voci concitate, senza che potesse, in realtà, distinguere nitidamente nessuna parola.

Alberto non vide più, né sentì più nulla, solo una sirena che lontano si allontanava.

Alberto tuttavia non capiva proprio dove sia.

Già dov’era?

 Alberto stava svanendo, la sua identità si confondeva, la sua memoria vacillava sempre più istante dopo istante popolandosi di fantasmi.

Alberto si accorgeva con sconforto che tutto ciò che pazientemente aveva archiviato nel suo cervello stava per essere cancellato e che tutte le persone di cui manteneva lui solo il ricordo stavano per svanire definitivamente nell’oblio del nulla.

Alberto comprendeva che il suo era sicuramente qualcosa peggio di un sogno o di un incubo.

Alberto cercò di unire pazientemente i punti del disegno per formarne il contorno definitivo della figura.

Alberto sentì nuovamente la sirena e vide nitidamente gli occhi di un uomo che lo fissavano.

Alberto vide una maschera d’ossigeno e sentì parole lontane.

Alberto capì che forse era stato vittima di un incidente stradale.

Alberto pensò che forse era ricoverato in ospedale sottoposto a qualche trattamento farmacologico che ne rallentava il pensiero.

Alberto però non capiva a cosa fosse dovuto quel senso di claustrofobia che lo assaliva.

Alberto non comprendeva perché si sentisse risucchiato dal nero senza luce.

Alberto iniziò a pensare che non era più ricoverato.

Già dov’era?

Alberto arrestò definitivamente i suoi pensieri per scoprire una realtà che, per quanto assurda, lo inorridiva.

Alberto non capiva un accidenti, si sentiva un nano tra i giganti incapace di vedere l’aurora.

Alberto era quasi certo che era…

Alberto aveva paura di quella parola.

Alberto aveva terrore di quella parola.

Alberto non riusciva neppure a pronunciarla mentalmente…eppure….

Alberto si sentì scemare come se un alito di vento gli portasse vie tutte la poche rimanenti forze, i pensieri, i ricordi e soprattutto i ricordi di lei e dei suoi occhi.

SILENZIO, SIPARIO.

Maurizio Canauz@2018

Un commento su “Alberto, storia in punta di matita [di Maurizio Canauz]

  1. maurizio scotto
    3 maggio 2020

    ciao maurizio sono maurizio scotto come ti va la vita ho visto che la vita di scrittore è continuata .ma vivi ancora a milano . mio cel 3463860107

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