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The Circle, ovvero sicurezza contro libertà

È possibile trarre spunto per delle riflessioni da un film mediocre?

Il film è The Circle, una specie di sagra dell’ovvio sul potere della rete nella società contemporanea e delle aziende che la controllano.

Il titolo del film di James Ponsoldt (e ancora prima del romanzo di Dave Eggers del 2013) deriva dal nome della multinazionale informatica che fa da scenario alla vicenda.

Si tratta in realtà di un’azienda spuria che nasce dalla immaginaria fusione delle più grandi aziende della Silicon Valley.

Quindi, tanto per intenderci, un po’ Facebook, perché la sua applicazione TrueYou è il social network più popolare al mondo, un po’ Google, per via della sua onnipresenza/onniscienza in tutto ciò che riguarda Internet, un po’ Apple, in quanto la sede centrale è un gigantesco cerchio proprio come il Loop di Cupertino, e perché portano il logo The Circle anche tutti i dispositivi con cui usare TrueYou, dal cellulare al tablet all’orologio.

Perciò una specie di Frankenstein rattoppato con pezzi diversi.

Così come una specie di Frankenstein è Tom Hanks, ovvero Eamon Bailey, il numero uno della fantomatica The Circle, una specie di santone formato da parti di Zuckerberg, Gates e Jobs.

Il film mostra una immagine-involucro di questa azienda accattivante, per la presenza, accanto alle supertecnologiche e raffinate postazioni di lavoro, di tutte le strutture cool per il dopo lavoro, che ogni normale occupato sognerebbe in ogni parte del mondo, come la Spa, la palestra, il Doga (ovvero lo yoga coi cani) e un lusso sfrenato.

Lusso che si realizza anche attraverso le tante feste bellissime (ma quasi obbligatorie per un’inclusione forzata) organizzate per i collaboratori alle quali partecipano ospiti fantasmagorici.

Ma sotto l’involucro, anche se il film sembra quasi solo voler sfiorare l’argomento, vi è la potenza di The Circle e dei suoi padroni e cioè il controllo della vita di tutti, dai dipendenti fino ad intere nazioni.

Il film quindi, almeno in via teorica, pone l’attenzione su quello che semplificando può essere considerato il solo problema che sembra interessare e accumunare attualmente tutte le generazioni: la sicurezza della vita individuale e collettiva (si veda: B. Montanari, Capire l’oggi, (a cura di B. Montanari, Luoghi della filosofia del diritto, Giappichelli, Torino 2012).

Sicurezza che non è più però riconducibile alla tradizionale distinzione “esterna – interna”, con riferimento ai differenti problemi connessi alla tutela dalle aggressioni e dai pericoli esterni al gruppo sociale, oppure in relazione ai fattori di rischio endogeni ad una determinata collettività organizzata.

Oggi l’interno e l’esterno tendono a confondersi mettendo in discussione ogni distinzione fra i problemi ma, soprattutto, fra le soluzioni e gli strumenti per risolverli.

Questo “bisogno di sicurezza” comporta il riemergere dell’antinomia tra: libertà individuale e sicurezza sociale.

In breve si può ricondurre la libertà individuale all’emancipazione dell’individuo da ogni forma di potere politico assoluto che ha trovato un definitivo riconoscimento nelle costituzioni del diciannovesimo secolo a partire dalle riflessioni di John Locke.

Per Locke, infatti, vi sono alcuni diritti individuali fondamentali che non possono essere limitati dal potere come quello della libertà personale.

La protezione è invece un valore che discende soprattutto da Hobbes.

Il filosofo inglese, infatti, ipotizzava nelle sue riflessioni uno stato di natura (concetto e non realtà storica) nel quale ogni uomo cerca di sopraffare l’altro.

Proprio per uscire da questo stato di continua sopraffazione e violenza, e quindi di incertezza gli uomini non possono che, attraverso il contratto sociale, privarsi di tutti i loro diritti cedendoli al sovrano. Compito, anzi dovere, del sovrano è quello di dare sicurezza, qualora non sia in grado di farlo è possibile rimuoverlo.

Queste visioni contrapposte, libertaria e assolutistica, hanno oscillato per secoli alternando la predominanza dell’una sull’altra. A tale proposito valgano le riflessioni di Giorgio Agamben, secondo il quale la storia costituzionale ci dimostra con tutta evidenza come la “rottura” della tutela costituzionale dei diritti e delle libertà in nome della difesa della sicurezza sia una costante ovunque e in ogni tempo (G. Agamben, Stato di eccezione, Bollati Boringhieri, Torino, 2003).

Durante il predominio degli Stati cosiddetti liberali è indubbio che si sia privilegiata la tutela delle libertà, mentre con l’avvento dei totalitarismi la sicurezza e l’ordine (sul tipo di ordine e sul suo contenuto si potrebbe discutere a lungo) hanno avuto il sopravvento.

Venendo all’Italia, con la Costituzione gli aspetti dei diritti e della privacy, anche come reazione ad un precedente periodo oscuro in questo senso, sono stati particolarmente tutelati.

A questi principi si sono poi aggiunte molte disposizioni di legge che hanno garantito i diritti individuali fino al diritto all’oblio, all’essere dimenticato (si veda da ultimo la causa di Antonello Venditti contro la Rai; Corte di Cassazione, ordinanza numero 6919 del 20 marzo 2018).

Tuttavia, al contrario del sopra citato indirizzo legislativo e giurisprudenziale, il timore per la sicurezza, soprattutto fisica, è decisamente aumentato.

I fatti di terrorismo internazionale di matrice fondamentalista-religiosa legati alla cosiddetta Jihād, realizzati in Occidente a partire dall’11 settembre 2011, hanno, infatti, esasperato fortemente una “questione sicurezza”, riproponendo in termini drammatici la difficoltà di definizione del rapporto (naturalmente dialettico) tra diritti fondamentali e poteri pubblici nella cornice dello Stato costituzionale di diritto, democratico e pluralista.

Come scrive Francesco Famiglietti sulla rivista on line Dirittifondamentali.it: «A fronte di “no-escape attacks”, che addirittura contemplano, come momento esecutivo, il “sacrificio” della vita dell’autore del fatto micidiale, non può che essere condivisa la necessità di una rinnovata “strategia della prevenzione”. Questa, tuttavia, ove non adeguatamente intesa e ponderata, rischia di rendere ancora più stridente la contrapposizione tra i principi propri dello Stato costituzionale di diritto (o Rechtsstaat) e le dinamiche dello Stato di prevenzione (o Präventions-Staat o, per dirlo con i politologi americani, Security State), archetipi che, almeno in astratto, palesano presupposti e canoni che tendono a porsi su un parallelismo tendenzialmente non convergente e conciliabile.»

Oggi per garantire la vita associata sembra possibile rinunciare alla libertà individuale o a parte di essa per proteggersi dai rischi che investono la società.

Si tratta di una questione, in un certo senso, nuova perché legata ai pericoli connessi alla tecnologia.

La tecnologia ha, infatti, innalzato il livello dei rischi sociali sia come arma da parte dei terroristi sia attraverso la risposta dei sistemi di protezione.

La libertà individuale e la sicurezza collettiva rischiano, come si è detto, di diventare sempre più valore antinomici.

La domanda che ci si deve porre è, dunque, la seguente: in nome della sicurezza collettiva minacciata dal terrorismo si può utilizzare una tecnologia di controllo capace di annullare le moderne libertà dei cittadini?

Tornando a The Circle la risposta sembra affermativa.

Il film, infatti, per quanto mostri come l’invasività degli strumenti informatici sia pericolosa soprattutto se gestita da soggetti poco affidabili, sembra, al contrario, ammettere anzi auspicare un controllo totale, una forma di trasparenza con telecamere che riprendono costantemente il soggetto e trasmettono le immagini su un social network dove utenti connessi possono osservare e interagire in tempo reale. Nel film il controllo è effettuato da un’azienda privata ma è probabile che, almeno per quanto riguardi la sicurezza, il controllo diverrà compito di organismi specializzati, le attuali ‘’agenzie’’, basate su logiche tecnocratiche e non democratiche perché al difuori di ogni responsabilità politico istituzionale.

In altre parole queste agenzie non saranno né nominate ne controllate dai cittadini e oltre a questo la loro priorità sarà l’efficienza e quindi dovranno controllare tutti al meglio senza, a volte, rispettare nessun limite.

Secondo Thomas Nagel i crimini pubblici (quindi anche quelli delle Agenzie) non vengono mai o quasi attribuiti all’individuo che li compie, che rimane protetto dal ruolo che ha. Questo vale sia per il soldato, il bombardiere, l’agente segreto, ma anche per i ministri o comunque gli alti funzionari.

In tutti questi casi gli individui ricoprono una carica pubblica, sono dunque funzionari, e come persone sono separate da quello che fanno, sono de-responsabilizzate, isolate sia dal loro punto di vista sia da quello di molti osservatori. (T. Nagel, Questioni mortali: La spietatezza nella vita pubblica, Il saggiatore, Milano 2015).

Il potere invasivo della privacy del cittadino diventa così superiore a quello mai realizzato, in precedenza, in uno stato di diritto.

Un tempo Marcuse aveva sostenuto che i cittadini avessero barattato la libertà con il benessere, attualmente ci si deve domandare se i cittadini intendono barattare la libertà con la sicurezza.

Il timore è quello che l’abitudine dei cittadini ad accettare l’operato del potere li porti ad accogliere (o a non considerare rilevanti) anche le prassi tecnocratiche.

Prassi tecnocratiche di cui, solo in colpevole ritardo, saranno in grado di comprendere la pericolosità accorgendosi di quanto siano lesive per la libertà dell’individuo.

In realtà il quadro potrebbe essere anche peggiore. Il non vedere potrebbe essere un non voler vedere.

Come ha osservato Bauman (Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma – Bari, 2003) in una versione apocrifa del famoso episodio tratto dall’Odissea (Odysseus und die Schweine: Das Unbehagen an der Kultur, Odisseo e i maiali, Nottetempo, Milano 2012), Lion Feuchtwanger sostenne che i marinai ammaliati dalla maga Circe e trasformati in maiali trovarono eccezionalmente soddisfacente la loro nuova condizione e si opposero disperatamente ai tentativi di Ulisse di ridare loro sembianze umane.

Quando Ulisse disse loro di aver trovato delle erbe magiche in grado di spezzare l’incantesimo che li imprigionava e che essi sarebbero presto tornati nuovamente uomini, i marinai/maiali fuggirono rapidamente.

Con difficoltà Ulisse riuscì a prenderne uno e a strofinargli l’erba magica sul dorso facendo così spuntare fuori dal corpo setoloso dell’animale Elpenoro. Tuttavia Elpnoro non fu affatto contento di essere stato liberato ed anzi si rivolse ad Ulisse con parole sprezzanti: «E così sei tornato, farabutto, ficcanaso che non sei altro? Vuoi tornare ad affliggerci e tormentarci, desideri ancora esporre i nostri corpi ai pericoli e costringere i nostri cuori a prendere sempre nuove decisioni? Com’ero felice; potevo sguazzare nel fango e crogiolarmi al sole; potevo trangugiare e ingozzarmi, grugnire e stridere, ed ero libero da pensieri e dubbi: “Che devo fare, questo o quello?” Perché sei tornato? Per rigettarmi nell’odiosa vita che conducevo prima?».

Bauman commentando questo brano si chiede: «La liberazione è una benedizione o una maledizione?».

L’uomo, in altre parole, e soprattutto i giovani desiderano veramente essere liberi o preferiscono essere una parte di un tutto che li rassicura e che toglie loro la libertà ma anche i dubbi, i pensieri e soprattutto la fatica di scegliere?

In un suo scritto di qualche tempo fa, Carlo Tullio – Altan sostiene che i giovani dopo pochi anni dalle grandi contestazioni apparivano tutt’altro che rivoluzionari e addirittura conformisti (C. Tullio – Altan, La nostra Italia, Egea, Milano 2000).

Rimane perciò da chiedersi quanto la voglia di potere assoluto di alcuni, le nuove tecnologie e la tendenza dell’uomo a farsi massa possano facilmente limitare la libertà.

Domanda che sotto varie formulazioni ha sollecitato i pensatori per gran parte dell’era moderna una volta diventato chiaro che la libertà tardava a giungere e che i suoi destinatari erano ben lungi dall’attenderla a braccia aperte. Le stesse domande che ci sono ancora oggi: ma la libertà è un valore supremo?

Nel tempo sono state date principalmente due risposte.

La prima si basa sulla convinzione che la “gente comune” non sia pronta per la libertà. Come ha sostenuto lo scrittore e giornalista statunitense Herbert Sebastian Agar: «La verità che permette agli uomini di essere liberi è in una buona misura una verità che gli uomini preferiscono non sentire».  Tali risposte, come nota Baumann, suscitano, a seconda dei casi: «pietà per la “gente” ingannata, indotta con la frode a rinunciare alla propria chance di conquistare la libertà, oppure disprezzo e rabbia contro la “massa” refrattaria ad assumersi i rischi e le responsabilità che sempre accompagnano ogni forma reale di autonomia».

La seconda tende ad accettare il fatto che gli uomini abbiano dei buoni motivi per avere dubbi sui vantaggi derivanti dalle libertà acquisibili.

Scrive sempre Bauman: «Si tratta della stessa intuizione hobbesiana sviluppata da Emile Durkheim in una coerente filosofia sociale secondo la quale è la “norma” – basata sul livello medio o più comune e corroborata da severe sanzioni punitive – che realmente libera l’uomo dal genere di schiavitù più terrificante e temuto, quello che non si manifesta in una qualsiasi pressione esterna ma che cova dentro di noi, nella natura presociale e asociale dell’uomo. La coercizione sociale è, secondo questa filosofia, la forza emancipatrice e la sola speranza di libertà che un essere umano può ragionevolmente nutrire».

L’individuo si sottomette alla società e tale sottomissione è la condizione della sua liberazione. Per l’uomo, la libertà consiste nell’affrancarsi da forze fisiche cieche, irrazionali; egli conquista cioè opponendo a tali forze la grande e razionale forza della società, sotto le cui ali trova il riparo. Mettendosi sotto l’ala protettrice della società, egli si rende anche, in certa misura, dipendente da essa. Ma si tratta di una dipendenza liberatrice; non c’è alcuna contraddizione in ciò.

Qui si innesta il tema centrale del film, al quale in conclusione ritorno e al quale ho già in precedenza accennato.

Mae (interpretata da Emma Watson, divenuta celebre come attrice grazie ai romanzi del maghetto più amato del Duemila, l’occhialuto Harry Potter) su proposta di Bailey diventa la prima persona “trasparente” al mondo. Indossa una microcamera SeeChange attivata per seguirla, h24, in ogni suo spostamento, in ogni sua conversazione, in ogni momento della sua giornata, anche i più intimi.

Da qui, ritorna la domanda iniziale: è possibile bilanciare gli ipotetici benefici di una società totalmente trasparente con la necessità delle persone di mantenere la propria privacy?

Nel film (e non so quanto distante sia il pensiero di regista e sceneggiatori sempre in bilico tra le due soluzioni) la privacy dal magnate della tecnologia è spacciata come un male, un segreto per gente che ha cose da nascondere. La “trasparenza” e quindi la più totale controllabilità sono il fine ultimo a cui aspira Bailey e il massimo risultato possibile (salvo poi essere smascherato avendo lui stesso dei segreti che non vuole o non può condividere).

Ma la trasparenza è un bene anche per la ragazza che lo sostituirà (o così sembra) alla guida dell’azienda che, al grido «La privacy è un furto» e «I segreti sono bugie», continuerà il progetto di trasparenza totale, che pure porta a incidenti e controindicazioni gravi, convinta che la trasparenza consentirà di superare i tanti mali sociali (dalla corruzione, ai complotti, dai furti alla solitudine.)

Personalmente questa nuova società di vetro non mi convince. Avrò la sindrome da pesce nell’acquario ma non mi fido di un mondo fatto soprattutto da spioni, nel quale si può facilmente creare una situazione di disparità di informazioni assai pericolosa perché, come afferma nel film il co – creatore (poi pentitosi) di The Circle, Kalden (John Boyega): «Ciò che è registrato viene conservato e analizzato qui! Possono usarlo come meglio credono, hanno in mano la nostra vita. Non immagini di cosa sono capaci queste persone!».

No, credo proprio non lo sappiamo, né l’immaginiamo…

 

Maurizio Canauz @ 2018

 

 

 

 

 

 

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