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Sentinella, quanto resta della notte?

L’ultima esecuzione [racconto di Maurizio Canauz]

I

Ma perché diavolo non hanno costruito queste astronavi più comode?

E poi cosa ci faccio io su questa maledetta astronave?

Due giorni terrestri fa ero al comando di un pattugliatore vicino alla zona neutra.

Finalmente comandante di una piccola astronave, tutta mia, dopo anni di servizio a zonzo per l’Universo agli ordini di capitani e ammiragli.

Quanto cavolo sono rimasto comandante…mmm…non devo pensarci neppure molto: una settimana terrestre. Poi la sfiga…una sfiga “spaziale”. Ridacchio tra me come un ebete per l’involontario gioco di parole.

Che ne sapevo io che a poche centinaia di migliaia di au un incrociatore di classe Impero provava il suo sistema di occultamento?

Mi era stato detto di perlustrare il confine e io l’ho fatto finché mi sono imbattuto in quella sagoma da balena spiaggiata che andava e veniva come la luce di una pulsar intermittente.

Forse era la mia occasione, quella che aspettavo da una vita, potevo sventare un’invasione, diventare un eroe come quelli che ho studiato sui libri di storia all’Accademia.

Merda, che ne sapevo che era un incrociatore della flotta. Nessuno mi aveva avvertito, eppure, di solito, dal Comando sono così attenti… e così, dopo gli avvertimenti di rito, come da manuale, ho fatto fare fuoco.

Diavolo che sensazione quando ho abbassato la mano e ho urlato: «Engagé».

Un unico colpo di cannoncini asmatici e di disintegratori che equipaggiano quella minchia di pattugliatore. Poco più di un peto nell’universo, un venticello veramente poco aggressivo.

Logicamente non gli ho fatto nemmeno un graffio. Tutto è rimbalzato sui suoi possenti scudi ed è finito così. Parafrasando un vecchissimo attore cult terrestre: «Quando un incrociatore di classe Impero incontra un piccolo pattugliatore, il pattugliatore è un’astronave morta».

In un amen me lo sono trovato di fronte. Un elefante di fronte a una pulce.

Un secondo dopo mi sono trovato su una navicella in rotta verso la terra, rapida e silenziosa come la mia vergogna.

«Questa è l’ultima che mi fai, idiota». Sono state le cordiali parole dell’Ammiraglio quando mi sono presentato nel suo ufficio.

«Ovunque ti mando fai solo cazzate» urlava così forte che sembrava che le vene del collo dovessero esplodergli da un momento all’altro.

«Per quanto sono sempre stato amico di tuo padre questa volta un bel trasferimento non te lo leva nessuno e ringraziami che con un calcio in culo non ti sbatto in mezzo alla strada o su qualche pianeta disabitato a censire la vegetazione».

«Domani sarai in volo. Cerca di non combinarne un’altra.»

Io lo odio l’ammiraglio. Alto, magro, con in cima alla testa radi capelli bianchi come i fili di una ragnatela. Lo odio ma non posso non ammettere che di cazzate ne ho fatte tante durante il mio servizio nella flotta.

Per questo e per il fatto che quando mi trovo di fronte a lui perdo la testa e non riesco mai a spiegarmi, a far valere le mie ragioni, non ho osato chiedergli per dove. Tanto un posto valeva un altro. I miei genitori sono morti, dell’ultima fidanzata non ricordo neppure il nome. Che importava che domani fosse Natale?

E ora eccomi qui su questo ansante trabiccolo in volo tra il nulla e il niente.

Gli ordini li ho trovati in un asettico video messaggio, di quelli di ultima generazione: tridimensionali.

Ho ascoltato distratto, finché non si è arrivati al dunque: avamposto AW 125. Come si dice: in culo alla balena.

Sono proprio considerato un appestato, uno da mandare lontano da tutto, poco prima del deserto spaziale.

‘Azzo questa volta non me la cavo facilmente. Ma non basta la lontananza, anche la missione sembra assolutamente particolare. Devo sostituire il Comandante della Colonia, morto da poco, con l’unico scopo di smantellare l’avamposto, chiudendo la piccola casa di detenzione che ancora vi sopravvive.

Un vero lavoro da becchino, insomma. Il corpo del comandante è ancora caldo e io già devo sbaraccare tutto, far evacuare l’avamposto e lasciarvi quattro androidi, che sono nella stiva del traghetto spaziale ancora da attivare, come osservatori e guardiani.

 

II

 

Ma chi li ha progettati questi duplicatori di cibo? Sbraito mentre una informe e molliccia roba che, neppure lontanamente, sembra cibo mi si è materializzata nel piatto al posto dello spezzatino con purè che avevo ordinato.

L’alieno seduto al tavolo mi guarda stupito. Probabilmente a lui il cibo piace o comunque non lo disgusta.

Lo guardo furioso. Ha un’espressione da ebete.

A pensarci bene tutti gli alieni hanno espressioni da ebeti e poi sono tutti uguali. Se non fosse per il colore della pelle e per il taglio degli occhi sarebbero davvero tutti uguali. Questo ha la pelle olivastra e gli occhi tondi come le palline dei vecchi flipper che ho visto una volta al museo sulla terra.

Su questa astronave, oltre al comandante, un umano con i capelli bianchi e radi e la pelle raggrinzita di chi è passato troppe volte vicino alle stelle, ci sono due alieni olivastri che pilotano l’astronave a turno e sei, dico sei, androidi della serie TZ 545. Androidi vecchi ma sufficientemente evoluti per i compiti che devono svolgere sull’astronave.

Nella stiva poi ci sono quattro androidi molto più sofisticati, i TZ 550, con ben tre cervelli positronici, capaci di svolgere diverse attività contemporaneamente.

Uno di quei cosi costa come 50 volte la mia retribuzione di una vita.

A dire il vero androidi di questo tipo io non li ho mai visti, troppo moderni e costosi, e un po’ sono curioso di osservarli all’opera.

Li dovrò lasciare nell’avamposto al posto dei coloni per proteggere il pianeta e la nostra frontiera scrutando quell’angolo di Universo. Doganieri dello spazio profondo, che non si distraggono mai e che avvertono ogni minimo pericolo. Il massimo della tecnologia per chi ama questo genere di cose.

L’astronave ha un sobbalzo improvviso e il vassoio mi si rovescia addosso con tutto il suo carico di schifezza.

Una bella medaglia al valore, una patacca sulla mia divisa immacolata che ero riuscito a tenere pulita per un po’ di tempo. Lancio un urlo e maledico il pilota.

L’alieno mi guarda nuovamente.

Sono stanco di questo viaggio, sono stanco di questi sguardi di compatimento, sono stanco della mia solitudine.

Ho provato ad insegnare qualche gioco ad un androide ma il suo mezzo cervello positronico è sufficiente per battere ogni volta il mio mezzo cervello umano.

Che palle perdere sempre. Per cui, alla fine, il mio unico passatempo è stato quello di guardarmi qualche vecchio filmato o leggermi dei fumetti su carta, vera rarità, che mi sono procurato in un’asta semiclandestina. Ma io sono un uomo d’azione e starmene sdraiato nella cuccetta, maledettamente corta, della mia stanza, su questo insieme di bulloni arrugginiti, mi mette addosso una depressione…

Sento ticchettare sullo scafo, un picchiettio sommesso come quello di piccoli spilli che si conficcano nella stoffa o gocce d’acqua su un vetro. Probabilmente è pulviscolo spaziale o piccoli frammenti di roccia.

Quello stupido di un alieno non deve essersene accorto e siamo finiti fuori rotta, in qualche discarica spaziale.

Mi domando perché non usi i siluri per aprirsi la strada. Probabilmente costano troppo per un viaggio come questo e allora ci dobbiamo sorbire urti e rumore, ‘azzo.

Ma il comandante cosa sta facendo? Probabilmente sonnecchia o chatta con qualche donna lontana o peggio…Dovrei andare io sul ponte. Noi umani siamo insostituibili per certe cose, come pilotare un’astronave.

Un nuovo scossone mi fa perdere l’equilibrio e mi devo attaccare al tavolo di fronte a me per non stramazzare.

Il vassoio è definitivamente perso e cade fragorosamente a terra.

Impreco. Sembra quasi che non sappia fare altro. L’alieno mi guarda insistentemente o così mi sembra. L’ho già detto, paiono tutti uguali, con la stessa espressione ebete stampata sul volto, o dovrei dire muso?

Mi irrito ancora di più. Mi deve portare rispetto. Deve portare rispetto alla mia divisa per quanto sia unta.

Se solo avessi il mio faser gli farei vedere io…ma forse se mi avvicino un po’ con lo sguardo minaccioso basterà a spaventarlo.

A guardarlo bene questo alieno è piccolo di statura ma tozzo. Non vorrei che nascondesse una forza fisica bestiale. Che ne so io di come possa essere il suo pianeta e tra quali difficoltà ambientali sia cresciuto? Magari è compatto e coeso come una testuggine marina. Ci devo pensare bene prima di aggredirlo, non vorrei fare la figura del cretino, non ho neppure ancora mangiato.

Probabilmente fiuta che non è aria per lui e si alza. «Abbassa lo sguardo» gli urlo.  Lui mi sorride o forse sono io che interpreto così la sua smorfia. Poi mi passa accanto con la coda fra le gambe o almeno a me sembra così, e esce dalla sala mensa.

Rimango solo con il vassoio a terra e la macchia sull’uniforme.

Sto per chiamare un androide per pulire – pulire è un lavoro da androidi non da umani – ma prima che lo faccia, quasi mi leggesse nel pensiero, me ne si materializza uno di fronte. Accidenti anche gli androidi sono tutti così maledettamente simili. Potrebbe essere quello con cui ho provato a giocare ma anche un altro. Almeno avessero qualche piccola imperfezione, un particolare con il quale riconoscerli. Sono identici e privi di identità…macchine interscambiabili.

Sto per ordinargli di pulire quando mi precede con la sua voce artificiale.

Ma come diavolo sono stati programmati? Prima devono ascoltare. Cerco di farglielo capire ma non si cura delle mie parole.

Mi porta il messaggio del comandante. L’astronave sta per entrare nell’orbita di AW 125.

I frammenti di roccia che abbiamo incontrato, mi informa anche se non gli ho chiesto nulla, gravitano intorno al pianeta e sono il residuo di uno scontro tra il corpo celeste e un asteroide che risale a migliaia di anni fa, ben prima della fondazione della colonia. Minchia quante cose sanno ‘sti androidi, penso.

Domani, riprende l’ammasso di ferraglia, una navicella dal pianeta verrà a prendermi. Per questo il comandante mi invita a preparare i bagagli.

Il comandante si scusa ma difficilmente potrà salutarmi di persona, perché dovrà sovraintendere alla preparazione del carico da sbarcare sul pianeta.

‘Azzo sono proprio un appestato. Nessuno mi vuole vicino neppure il comandante di questa lurida nave.

L’androide ha finito. Rimane zitto e mi pare che anche lui mi fissi.

«Bella medaglia sulla divisa» mi dice.

Ci mancavano anche gli androidi burloni.

Gli staccherei la testa ma è tardi, meglio che vada a dormire. Domani sarà un giorno faticoso, così mi volto e mi incammino verso il mio alloggio.

III

 

Il viaggio fino ad ora è stato uno schifo ma devo dire che l’accoglienza sul pianeta e il pianeta stesso, sono migliori di quanto mi aspettassi.

Al mio arrivo non c’è a ricevermi l’Ufficiale, che ha sostituito il comandante dopo la sua morte, come vorrebbe il protocollo, ma una giovane sottoufficiale di nome Sabrina e qualche cos’altro che non capisco.

Certo dovrei sentirmi offeso ma io sono un pragmatico e ad un uomo di mezza età preferisco, sicuramente, una donna giovane e belloccia.

La sua divisa attillata è composta da una maglietta senza maniche che accentua il suo seno prosperoso e da una gonna piuttosto corta.

Io inizio subito con una figura da fesso. Infatti mi faccio beccare a guardarle le gambe. Lei sembra non badarci, come se ci fosse abituata. In fondo lavora in un pianeta conosciuto per la sua Colonia Penale di massima sicurezza.

Poi sembra ripensarci e mi sorride maliziosa. Direi che è contenta e io mi inorgoglisco, anche se di cosa esattamente non so.

Poi inizia a parlare. Ha un accento vagamente esotico. Mi informa di qualcosa, ma mi sento improvvisamente stanco. Mi gira la testa e mentre lei mi indica qualcosa con il dito, forse una montagna, iniziano a fischiarmi le orecchie.

Cerco di capire cosa mi sta succedendo, ma le immagini dinnanzi agli occhi si sfuocano velocemente.

Sento le gambe piegarsi come si sciogliessero e …

 

Mi sento appiccicato e ho la faccia unta e sudata, come se avessi dormito.

Forse sto ancora sognando e sono nel bel mezzo di un incubo.

Cerco di aprire gli occhi ma faccio fatica quasi qualcuno me li avesse cuciti ben benino.

Poi con uno sforzo supremo riesco ad aprire quello destro e vedo un soffitto bianco.

Dove sono finito? Non riesco neppure a parlare, ho le labbra secche e la bocca che mi sembra murata da un blocco di calcestruzzo.

Devo essermi addormentato e non me lo ricordo.

Probabilmente, anche se non me ne sono accorto, ho parlato a voce alta perché, con mia grande sorpresa, mi arriva una risposta: «No, non si è addormentato, è svenuto» dice una voce che mi pare angelica e che attribuisco a Sabrina.

Ora riesco finalmente ad aprire entrambi gli occhi e oltre alla giovane donna vedo nella stanza un uomo anziano e un altro più giovane.

«Non si preoccupi, nulla di grave…il pianeta è molto caldo …e lei non ha attivato la sua divisa termica.» Sabrina lo dice senza ironia, come fosse una modesta svista.

Merda, che figura da imbecille…eppure quando ce l’hanno date in dotazione ci avevano avvertiti di verificare sempre, prima di sbarcare su un nuovo pianeta, che fosse in funzione. Insomma dovevo attivarla schiacciando un semplice bottone e me ne sono dimenticato. Imbecille.

L’uomo più anziano si avvicina. Deve essere un medico perché con un apparecchio inizia a monitorare il mio stato di salute.

Mi sorride premuroso, quasi volesse rassicurarmi ulteriormente sulla mia condizione fisica. «Un colpo di caldo, forse una congestione… ma ora tutti i parametri sono nella norma» e così dicendo mi inietta qualcosa nel braccio.

Non mi sono mai piaciute le medicine qualunque sia la modalità di accesso nel mio corpo. Certo la tecnologia medica ha fatto passi da gigante se penso che una volta ti iniettavano degli aghi mi viene la pelle d’oca.

«Oggi – continua il medico – sarebbe meglio se riposasse un po’, la visita del pianeta dovrebbe rimandarla a domani. Certo il mio è solo un consiglio, non certo un ordine.»

Mi piace che mi porti rispetto. Ma con chi crede di avere a che fare?

Balzo giù dal lettino per dimostrare che è tutto passato.

Minchia, appena sono in piedi tutto inizia nuovamente a girare come in un simulatore di volo.

Svenire nuovamente è un’opzione da scartare, la mia autorità ne sarebbe minata irrimediabilmente.

Cerco qualcosa per appoggiarmi e trovo il corpo del dottore o quello di Sabrina.

Per quanto sia confuso la scelta è ovvia. Mi appoggio a Sabrina. Soda la ragazza. Lei non si tira indietro e mi sorregge. Mi guarda, piega in su gli angoli della bocca, quasi volesse sorridermi.

Il medico mi rassicura nuovamente e mi invita a non fare movimenti bruschi. Mi trattano un po’ come un bambino con cui bisogna portare pazienza.

Lascio Sabrina e faccio qualche passo, poi mi siedo. Per oggi penso sarà meglio accontentarsi di fare poche cose. Se riesco un rapido giro e magari una visita alla prigione, che dicono sia unica perché incastonata nella montagna che, quasi, la nasconde.

Chiedo qualcosa da bere per scacciare l’arsura che ho in bocca. Mi viene semplice ripensare allo spezzatino della sera prima e mi è facile ipotizzare che sia quell’insieme di materia immangiabile, il colpevole del mio stato di salute. Mi hanno avvelenato, involontariamente, ma mi hanno avvelenato.

Ora la stanza si è fermata, non gira più.

Tiro un sospiro di sollievo e chiedo di essere accompagnato nel mio alloggio. Prima però insisto che, almeno da lontano, mi venga fatto vedere l’edificio penitenziario.

Così, sia pur a fatica, ma con la divisa finalmente funzionante che mi rinfresca a dovere, seguendo come un cagnolino Sabrina giungo ai piedi di una montagnola piuttosto ripida.

Sabrina si ferma e mi indica con la sua mano graziosa una costruzione perfettamente mimetizzata nella montagna.

Minchia … riesco a dire mostrando una scarsa propensione ai discorsi articolati.

Lei, quasi il mio commento fosse stato un invito a parlare, inizia a snocciolare una lezione imparata a memoria.

«La prigione è considerata inespugnabile e sicura. Assolutamente antievasione, resistente ad ogni possibile tentativo di fuga è situata al riparo di una grotta naturale su una parete di roccia alta 250 metri. È stata costruita, come avamposto di difesa al confine con lo spazio ignoto, circa trecento anni fa dal famoso ammiraglio ed esploratore Erasmo Dockville.

Con il tempo è stata trasformata in una prigione di massima sicurezza.

L’aspetto attuale della prigione è dovuto, per la maggior parte, alle edificazioni effettuate dal vecchio comandante, come gli ascensori ultrarapidi, successivamente al periodo di Erasmo.

La prigione nasconde l’ingresso ad un vasto sistema di grotte che si snoda nel sottosuolo su più livelli ed al cui interno si trovano e trovavano armamenti per respingere un eventuale invasione degli alieni, nonché riserve di cibo e acqua per resistere ad un assedio. Per quanto la prigione e tutta la Colonia Penale non abbiano più avuto scopi militari, il vecchio comandante non ha voluto smantellare quei magazzini e anzi ha continuato a tenerli in perfetto ordine».

Minchia…ripeto, quasi fossi un automa inceppato.

«Attraverso le grotte è possibile passare dall’altra parte dell’altura e ciò, in caso di pericolo, consente una possibile via di fuga.»

«Quanti prigionieri ci sono attualmente?» Chiedo per darmi un tono, mentre la osservo con la coda dell’occhio e sento aumentare il desiderio di stringerla a me.

«Oggi non sono più di una quindicina quasi tutti alieni ma, un tempo, ce ne sono stati anche duecento compreso il famoso pirata dello spazio Hether von Norman».

Già, famosissimo, penso non senza un po’ di sana ironia, ma chi l’ha mai sentito nominare?

Ma certo non glielo faccio notare, ad un angelo come lei non si può certo dare una delusione.

Devo dire, comunque, che quella prigione impressiona e anche come avamposto contro gli alieni ha un suo fascino. Che senso ha mettere al posto di umani degli androidi per quanto sofisticatissimi? Le solite scelte incomprensibili dell’Alto Comando che ha poca fiducia negli umani e molta di più nella tecnologia.

D’improvviso sento il sangue pulsarmi nelle vene della testa come un tamburo impazzito.

Possibile che non mi sia ancora ripreso?

Con la divisa termica in funzione, anche se ci sono cinquanta fottuti gradi all’ombra, non dovrei neppure sudare. Boh…non so spiegare cosa mi stia succedendo, sarà quel maledetto spezzatino, ma a scanso d’equivoci chiedo a Sabrina di accompagnarmi al mio alloggio. Per fare del turismo per il pianeta o per iniziare lo sgombero ci sarà tempo anche domani.

Così ci incamminiamo lungo un viale lungo.

Lungo, lungo o così a me sembra. Trascino i piedi come un vecchio e non vedo l’ora di stendermi.

Camminiamo costeggiando caseggiati tutti uguali con numeri semicancellati o addirittura inesistenti, sotto minuscole lampadine.

Non c’è quasi nessuno, solo qualche militare che aspetta il suo turno di servizio e un paio di donne che portano delle borse.

Poi svoltiamo e di fronte troviamo delle villette dallo stile architettonico un po’ antiquato.

«Queste sono le abitazioni degli ufficiali. La sua è la seconda sulla destra. È da un po’ che non ci abita più nessuno ma l’Ufficiale in Comando l’ha fatta mettere in ordine. Penso si troverà bene. Ha tutti i confort, se comunque ha bisogno di qualcosa non esiti a chiamarmi».

Di qualcosa avrei bisogno ma non so se lei sarebbe disposta …

Meglio non pensarci e farsi una bella doccia ghiacciata.

Ci salutiamo sulla porta con un gesto molto militare e mentre lei si allontana io entro nella mia nuova abitazione.

 

IV

 

La prima notte sul pianeta e non ho sonno.

Sarà la novità, l’arrivo sul pianeta, lo svenimento oppure la donna che mi ha accolto e che non riesco a togliermi dalla mente ma continuo a girarmi nel letto cercando una posizione comoda che non trovo. Mi metto seduto e bevo un sorso d’acqua. Sento dolore al ginocchio e al fianco che ho sbattuto quando sono svenuto stamattina. Ma che ne sapevo io di non aver attivato il termostato regolatore della mia divisa?

Sicuramente qualcuno me lo avrà anche spiegato il funzionamento prima di partire ma un conto è stare in classe all’accademia e un conto è essere in missione sperduti nell’Universo.

Quando sei in missione hai tante cose a cui pensare e qualcosa può anche sfuggirti, non siamo mica androidi.

Poi è stato tutto così rapido, l’arrivo della navetta, il trasbordo. Già, rapido e nessuno mi ha avvertito che su questo pianeta fa così caldo. Forse nelle istruzioni, ma non ricordo.

Inutile recriminare, ma se quel fesso del capitano dell’astronave fosse venuto a salutarmi, come doveva, avrebbe potuto avvisarmi.

E se fosse stato, invece, lo spezzatino? Questa idea proprio non mi abbandona.

Mangia la sbobba dei replicatori di quel cargo bestiame un giorno, mangiala un altro e poi ecco i risultati.

Meglio pensare ad altro. Con il comando vocale aziono la sveglia. È l’una locale. Merda! Mi si preannuncia una notte lunga a fissare il soffitto con gli occhi spalancati come quelli di un gufo.

Mi alzo in piedi e sento le ossa scricchiolare. Mamma mia sono davvero fuori forma, dovrei allenarmi un po’, un ufficiale dovrebbe essere sempre pronto all’azione.

Mi avvicino alla parete e azionando il comando ne rendo trasparente una parte. So che si vede solo da dentro a fuori altrimenti non mi sarei certo reso visibile con la mia tenuta da notte, ho una dignità da difendere.

Fuori è tutto tranquillo. Fin troppo tranquillo. Due guardie stazionano davanti al mio alloggio. Parlano piano. Ho deciso, mi vesto e esco a fare un giro. Forse facendo due passi mi viene sonno o almeno mi distendo i nervi. Questa volta sto attento e attivo il termoregolatore della mia divisa perché non so che temperatura potrà esserci di notte su questo cavolo di pianeta e prendo il faser, a scanso di equivoci.

Esco e subito le due guardie appostate mi vengono incontro.

Mi dicono che hanno l’ordine di proteggermi, perché un pericolo in questi luoghi è sempre possibile. Per non suggestionarmi non gli chiedo di essere più precisi. Ma i pericoli, loro non lo sanno, sono il mio pane.

Mi pregano, anzi, di tornare nel mio appartamento e aspettare domani per fare una passeggiata, con la luce è tutto più sicuro.

Per quanto nelle loro parole ci sia un fondo di verità, non mi piace proprio che qualcuno mi faccia da baby sitter o badante. E che cavolo, sono o non sono il comandante?

Probabilmente notano il mio volto rabbuiato per cui cambiano atteggiamento.

«Se vuole fare due passi noi la scortiamo Dove vuole andare?».

Già bella domanda, dove voglio andare? Ci penso un attimo. In realtà non conoscendo nulla del pianeta un posto vale l’altro.

Per darmi un tono dico il primo luogo che mi viene in mente.

«Vorrei andare verso il paese e vedere il mausoleo in costruzione del vecchio comandante».

Dopo aver ascoltato le mie parole i due gendarmi mi guardano perplessi.

Poi quello più tozzo mi indica con un gesto vago la strada.

«Sarà meglio che percorra il viale principale poi, superata la cintura di alberi, vedrà di fronte il villaggio. Nella piazza principale troverà il monumento del vecchio comandante. Non può sbagliare…».

Ma con chi crede di parlare? Io che non mi sono perso nemmeno nella Via Lattea posso perdermi su questo sperduto avamposto?

«Noi la seguiremo a qualche decina di metri per non disturbarla».

‘Azzo mi credono proprio un novellino malmostoso che si può perdere da un momento all’altro.

Non posso infierire su di loro, certamente avranno ricevuto un ordine da qualcuno, forse dall’ufficiale in persona.

Quello che è certo è che con la scorta e l’aria frizzante del pianeta difficilmente riuscirò a distendere i nervi.

Inizio a camminare a passo sostenuto e mi viene in mente di fare un bello scherzetto ai due soldati. Appeno raggiungerò la cinta alberata accelererò e scarterò fuori dalla strada. Sarà un gioco da ragazzi seminarli.

Un gioco da ragazzi per me che sono stato piccolo esploratore spaziale.

Eccomi in prossimità del boschetto. Allungo il passo e poi via deciso tra gli alberi.

Sento una imprecazione di uno dei soldati, poi il rumore dei loro passi più rapido ma anche più lontano fino a quando non sento più nulla.

Non pensavo sarebbe stato così facile anche se, a dire il vero, non so esattamene dove sono finito.

Il mio proverbiale senso dell’orientamento mi farà presto ritrovare la via.

Mi accorgo solo adesso di quanto il pianeta sia buio di notte.

Pur avendo due piccolissime lune queste non sembrano sufficienti per riflettere la luce della stella sul pianeta.

Sento dei fruscii e dei lamenti alle mie spalle. Potrebbe essere solo suggestione. Porto la mano alla tasca e sento il faser, che mi dà sicurezza.

Posso estrarlo alla bisogna e scaricarlo contro belve minacciose o altri pericoli. Caspita, non ho neppure pensato di chiedere ai miei solerti guardiani se sul pianeta ci siano animali pericolosi o peggio insetti giganti o piante carnivore…Una sola volta ho avuto la sfortuna di trovare una maledetta pianta carnivora che si era fissata di divorarmi.

Erano gli anni felici dell’accademia ed ero andato su un pianeta a fare una gita con dei compagni di corso. Mi ero attardato per guardare il culo ondeggiante di una cadetta quando dal ciglio della strada balzò fuori una specie di proboscide di un vegetale. Una proboscide composta da foglie che cercavano d’intrappolarmi per divorarmi e digerirmi attraverso chissà quali enzimi.

Quando chiuse le sue fauci a pochi centimetri dalla mia testa mi sembrò quasi di sentire lo schiocco delle mascelle, quasi fosse un predatore. Urlai a squarciagola non proprio come un uomo con i nervi d’acciaio: «Aiuto, aiuto, una pianta carnivora».

La proboscide, intanto, si era ritratta per cercare di allungarsi ancora di più.

Ebbi l’accortezza di estrarre la mia piccola arma d’ordinanza e gli centrai le foglie a mezz’aria.

Un colpo, poi un secondo e un terzo. A quel punto i miei compagni d’accademia arrivarono e guardandomi sudato e paonazzo si misero a ridere.

«Voi due figli di puttana – sbraitai – siete matti. Io rischio la vita e voi ridete?»

Li avrei presi a cazzotti tutt’e due ma c’era il rischio che ci fosse ancora qualche pianta carnivora nelle vicinanze e poi la cadetta mi stava osservando con i suoi dolci occhi da cerva.

Comunque tornando all’accademia non sarò stato uno studente brillante ma a sparare…ero un vero mago. Se non fosse stato per Loredana Baiocchi, una donna coi controcoglioni, sarei stato il primo del mio Corso.

Sento ancora bruciarmi dentro quella sconfitta. Con una donna poi…

Il rumore alle mie spalle si fa più intenso.

Saranno i miei guardiani che mi hanno raggiunto. Mi volto e vedo un alieno con un’arma in mano.

Gli alieni sono proprio tutti uguali con quell’espressione da ebeti, anche quando stanno per ammazzarti.

Urla qualcosa poi si piega in avanti e spara.

Faccio un passo indietro e urto contro una specie di radice gigante finendo a terra.

Poi c’è qualcuno che dice che la fortuna non esiste, che tutto l’Universo è dominato dai numeri, da un meccanismo di causa ed effetto dove tutto è previsto e prevedibile.

Ma io me ne frego di cosa dicono questi soloni, io ho avuto FORTUNA, una dannata fortuna, altrimenti sarei una braciola fumante.

Non so cosa fare, se rimango a terra mi raggiunge e mi uccide, se mi alzo idem.

Cerco di estrarre il faser ma da sdraiato non è facile e poi come faccio a sparare?

Morire su questo pianeta, in questo modo non è certo il mio sogno. Se proprio devo morire mi sarebbe piaciuto farlo combattendo…salvando la Terra da una invasione. Non certo in un boschetto di un pianeta sconosciuto ucciso da un alieno.

Sento i passi dell’alieno più vicini a me e anche il suo ansimare, oltre al suo puzzo.

Sono riuscito ad estrarre il faser e sparo un colpo verso l’alto.

Nessuna pretesa di colpirlo, ma solo il tentativo di spaventarlo magari facendolo indietreggiare.

Il colpo finisce contro un albero e recide un ramo che si separa dal fusto cadendo a terra.

Fortuna doppia. E poi dicono che la fortuna non esiste.

Il ramo di un certo spessore cade e colpisce l’alieno. Sarebbe il momento di agire me io sono bloccato dalla paura.

Grazie alla mia buona stella, i due soldati che mi seguivano spuntano da dietro la vegetazione probabilmente richiamati dai colpi sparati e dal ramo caduto.

Ora, i miei due badanti non mi sembrano più un impiccio ma un dono del cielo. Se potessi li bacerei.

In un attimo fanno prigioniero l’alieno venendo in mio aiuto. Efficienti i ragazzi, non c’è che dire.

«Comandante sta bene?» Mi chiedono in coro.

«Certo ragazzi» rispondo con il filo di voce che mi è rimasto in gola e nei polmoni.

Mi alzo e mi avvicino al prigioniero che è seduto a terra… «Ma cosa credevi di fare?» Gli urlo addosso e lo colpisco con un calcio al costato…

«Sai chi sono?» E bum un altro calcio. Certo colpire un essere con le mani legate non è da eroi ma nemmeno sparare alle spalle di un povero diavolo che sta facendo una passeggiata. Siamo pari. E bum un altro calcio dritto su quel suo muso ebete.

«Perché mi hai sparato? Chi ti ha mandato?».

Mi guarda con i suoi occhi ebeti incastonati su una faccia ebete. Ma perché gli alieni sono così?

Grugnisce, mugugna, insomma fa un verso, difficilmente interpretabile.

I due soldati intervengono. Bum un altro calcio forte sul costato, che gli toglie il respiro.

«Lo lasci a noi. Lo portiamo subito dall’ufficiale che lo farà parlare o comunque farà giustizia».

Vorrei interrogarlo io ma le gambe mi tremano ancora.

Meglio tornare e lasciare che se la sbrighino loro.

«Va bene – dico – ma poi domani fatemi rapporto. Voglio sapere perché stavo per diventare cenere…».

Così ci dividiamo. Un soldato porta il prigioniero dall’Ufficiale mentre l’altro mi riaccompagna alla mia abitazione.

Il sonno è definitivamente svanito, ho fatto proprio una bella pensata, ma purtroppo, a rifletterci bene, non è la prima volta.

 

V

 

L’ufficiale mi pianta i suoi occhi neri e furbi addosso. Poi inizia a parlare con la sua voce flebile e stridula.

«E’ una macchina veramente curiosa, voluta, progettata e fatta costruire dal vecchio comandante. Un vero gioiello della tecnologia».

Devo dire che il mio interesse per l’esecuzione di chi ha attentato alla mia vita non è eccessivo. Non sono un tipo vendicativo. Se voleva uccidermi senza conoscermi o è pazzo e allora non ha senso ucciderlo o avrà avuto le sue buone ragioni e forse sarebbe più utile capire quali siano. Ma l’ufficiale ha tanto insistito. «Bisogna dare l’esempio, questa è una Colonia Penale e non possiamo mostrarci deboli» ha ripetuto più volte e per farlo tacere ho accondisceso all’esecuzione.

Anche gli abitanti del pianeta non sono troppo interessati, forse ne hanno viste troppe. Così siamo in sei, sette con il condannato, l’alieno dallo sguardo perso e dalla bocca larga.

Accanto a lui due guardie che lo tengono con un comando elettronico che aziona alla bisogna dei marchingegni posti alle caviglie, ai polsi e al collo del condannato.

Inizio ad annoiarmi e mi metto a camminare avanti e indietro mentre l’Ufficiale compie gli ultimi preparativi, armeggiando intorno alla macchina.

Mi domando se quei lavori spettino davvero a lui o potrebbero essere demandati ad un meccanico, ma è tanta la foga che ci mette che credo sia un suo piacere controllare ed aggiustare quella macchina che, se ho capito bene, è il vanto della colonia.

Sbuffo e quasi istintivamente mi metto a cercare le gambe della giovane donna che mi ha accolto sul pianeta.

Lei si è seduta in prima fila e con gesto malizioso accavalla le gambe mostrando le cosce abbronzate che sembrano di cioccolata.

Al diavolo l’esecuzione, ci sarebbe ben altro da fare su ‘sto pianeta.

Sto iniziando a fantasticare quando l’Ufficiale con un gridolino di soddisfazione dice: «Ora è tutto pronto!».

È visibilmente eccitato e tutto sudato.

A parziale giustificazione del suo stato si lamenta delle uniformi che sono troppo pesanti per quel pianeta. «Sa quante volte il vecchio comandante si è lamentato? Avrà inoltrato decine di proteste ufficiali ma dal comando nulla. Difficile capire che in un pianeta come questo con almeno 40 gradi celsius di media le divise devono essere, se non termoregolate come la sua, almeno di un tessuto leggero e traspirante? Certo per un burocrate che sta sulla terra e lavora in un ambiente climatizzato le nostre richieste potranno sembrare ridicole…ma ora che lei ha provato sulla sua pelle – e fa un risolino ammiccante che non mi piace per nulla – saprà farsi ascoltare».

Lo guardo stupito. Farmi ascoltare? Ma se sono qui per sbaraccare…mah forse non ha ancora capito o peggio non vuole capire.

Insomma tutto sembra pronto. «Prima di iniziare, se non le dispiace, vorrei spiegarle come funziona l’apparecchio. Solo così, infatti, potrà comprendere il senso dell’esecuzione e in generale dell’organizzazione dell’intera Colonia. Tutto qui è stato pensato dal vecchio comandante che lo ha realizzato con l’aiuto di amici fidati – breve pausa per enfatizzare le parole – come me».

Fortunatamente la divisa termoregolata questa volta funziona e ho una bella vista su cui concentrarmi, ma di quello che mi sta raccontando non me ne frega nulla.

Anzi tutta quella eccitazione per l’uccisione di un uomo mi disturba. Un conto è un bello scontro a colpi di faser contro un nemico armato, un conto sedere al macello. Tuttavia non so proprio come arrestare quel rito sadico.

«La macchina è semplice ed efficace e soprattutto educativa. Il condannato viene introdotto nel cilindro trasparente. Dal quadro comando viene inserita la sua punizione, che è collegata al reato e un laser sottile, ma potentissimo, incide l’arto indicato fino a staccarlo dal resto del corpo. Poi un soffio gelido cicatrizza criogenicamente la ferita e il laser passa ad incidere un’altra parte del corpo. Questo finché un pungolo scatta e si infila alla base del collo uccidendo all’istante il prigioniero».

Rabbrividisco solo ad immaginare questa barbarie.

Ma non è finita. L’ufficiale riprende snocciolando la sua spiegazione con un gusto crudele che mi impressiona.

«Alla fine dell’esecuzione la parte inferiore del cilindro si apre e quello che resta del condannato cade nel sottosuolo dove viene inserito in una capsula e smaltito – e qui l’ufficiale sogghigna – nello spazio».

Penso all’operazione nel suo complesso e domando distrattamente. «Ma quante esecuzioni vengono fatte in un anno?».

«Difficile dirlo, ma negli anni d’oro ve ne erano almeno una al mese. Sapesse quanta gente assisteva. Vi erano così tanti spettatori che i posti nella sala non bastavano e bisognava prenotarsi con molto anticipo.

Erano quasi tutti alieni. Per i terrestri ci vuole un permesso speciale a meno che siano stati colti in fragranza di reato. Da un po’ di tempo, purtroppo, le esecuzioni si sono diradate e anche la gente ha perso l’interesse…»

Così dicendo guarda con tristezza le sedie vuote intorno alla macchina.

Le guardie si sono distratte e sembrano sonnecchiare senza curarsi di nulla. L’alieno invece pare seguire i discorsi dell’Ufficiale anche se non credo ne comprenda il significato.

Forse non parla neppure la nostra lingua e non ha capito cosa gli sta per accadere.

Così butto lì una domanda tanto per far vedere che ho ascoltato e che non sono proprio tonto.

«Ma il condannato è stato processato e sa della sua punizione?»

«Ovviamente no». Mi risponde l’ufficiale con un tono di sufficienza che mi irrita.

«Non conosce la sua condanna?» sbotto meravigliato.

«No» dice ancora l’Ufficiale. «E’ un alieno, inutile comunicargliela.»

«Ma…il processo…la sua difesa…i suoi diritti?»

L’ufficiale scoppia a ridere e così fa Sabrina che si è avvicinata a noi.

Arrossisco non so se per la collera o la vergogna di aver detto, senza volerlo, qualcosa di apparentemente divertente.

«Qui nella Colonia Penale non si applicano le leggi terrestri» riprende l’Ufficiale «Giudice, accusa e difesa sono rappresentate dalla stessa persona: il Comandante. Prima era il vecchio comandante, nella sua infinita saggezza a giudicare tenendo conto della giustizia e del bene della Colonia e un domani, se resterà, sarà lei l’unico giudice».

E dai, questo proprio non ha capito. Devo chiudere questa Colonia, non posso fallire anche questa missione. Poi questo non è di sicuro un posto per me, non sono entrato certo nella flotta astrale per fare il secondino o il giudice, ma se faccio qualche altro pasticcio mi sa che finisco davvero su qualche pianeta spazzatura a censire la vegetazione.

Il condannato mi guarda spaesato. Anzi sembra incuriosito e cerca di avvicinarsi a noi tre, per sentire meglio. Sentire cosa se non capisce nulla? Comunque sia avanza e questo non sembra una mossa molto furba. Ma da un alieno, in fondo, cosa ci si può aspettare?

L’Ufficiale sembra non accorgersene fin quando quel mostriciattolo spaziale non arriva quasi ad alitarci addosso.

Poi sorpreso, per quello che non capisce sia coraggio o stupidità, lancia un ordine alle due guardie che si sono distratte e che, rapide, azionano il dispositivo che lo elettrizza facendolo cadere tramortito a terra.

«Rialzatelo!» grida quasi subito l’Ufficiale. Dubito che sia per umanità. Forse pensa che il condannato con il suo comportamento mi stia distraendo troppo.

«Trattalo con rispetto» urla ancora l’Ufficiale. Quindi gira di corsa intorno alla macchina, afferra il condannato sotto le ascelle e, con l’aiuto dei soldati, dopo non pochi tentativi lo rimette in piedi. Infine torna verso di me.

«Credo ora sia tutto pronto» mi dice sorridendomi. Così ordina che il prigioniero venga inserito nel cilindro.

 

VI

 

Mentre stanno legando il prigioniero mi sento piuttosto male, mi sembra quasi di barcollare anche se sono seduto e quindi non posso oscillare più di tanto.

Merda, potrei alzarmi e andarmene lasciando questi pervertiti ai loro giochi di morte, ma non voglio entrare in collisione con loro e le loro usanze. Mi possono sempre servire per rendere l’evacuazione più veloce e indolore.

L’alieno prima di essere legato è stato denudato e questo sembra averlo imbarazzato.

Non è imbarazzata invece Sabrina che guarda con avidità ciò che sta avvenendo, quasi godesse di quello spettacolo e questo me la rende meno angelica.

«Abbiamo dato troppo spazio a questi alieni» mi dice l’Ufficiale.

«Ma non qui, non in questo luogo, grazie agli insegnamenti del vecchio comandante, lui si che sapeva come trattarli». Sabrina annuisce, mentre altri due spettatori, un uomo e una donna di mezza età, prendono posto.

Mentre stanno per fissare l’alieno nel cilindro una cinghia all’improvviso si rompe.

L’ufficiale balza rapido in piedi e corre a cambiare il pezzo rotto, poi dopo aver eseguito con rapidità l’operazione torna verso di me.

«I mezzi per la manutenzione dell’apparecchio sono ora molto limitati. Al tempo del vecchio comandante, disponevo liberamente di fondi destinati a quest’unico scopo. C’era un magazzino in cui si conservavamo tutti i possibili pezzi di ricambio. Confesso che quasi ne facevo spreco, intendo dire prima, ora con i tagli che ci sono stati…i pezzi scarseggiano a tal punto che temo, ogni volta, che non si potrà compiere l’esecuzione. A nessuno sembra interessare più come mantenere l’ordine e la giustizia in questa Colonia».

Per quanto trovi grottesco quanto stia avvenendo non mi sembra il caso di intervenire. L’Ufficiale potrebbe, infatti, facilmente obiettare che sono da troppo poco tempo sul pianeta per capire gli usi di quella Colonia e forse non avrebbe neppure torto.

L’Ufficiale allora, non pago di quanto dettomi, riprende a parlare. «Una volta nei piani alti, nel Comando della flotta e in quello dell’Unione vi erano molti sostenitori delle idee e dei metodi del vecchio comandante ma ora, ora…si sono tutti nascosti, lo hanno rinnegato o fingono di farlo perché non è considerato opportuno e utile per la carriera essere un suo aperto sostenitore. Traditori… Tra i pochi che non lo lo rinnegano ci sono io…l’unico vero erede del vecchio comandante e del suo insegnamento di cui questa macchina è il tangibile esempio. Ma ora quei mollaccioni di burocrati hanno deciso di seppellire tutto come se fosse stato solo un piccolo errore, una macchia su una tovaglia bianca e ogni suo ricordo deve essere cancellato».

Bum penso. Un’orazione funebre in piena regola con tanta retorica e poca praticità. Se quel macchinario tritura alieni è la sua opera principale non credo proprio siano in molti a volerlo ricordare soprattutto ora che spira un vento di pace e di ipocrita fratellanza.

«E poi diciamocelo, anche il suo invio sul nostro pianeta, sta a mortificarmi. Se lei è qui vuol dire che non si fidano di me, temono o che non obbedisca o che non sia in grado di obbedire. Comunque, alla base, c’è sempre un giudizio negativo sul mio operato».

‘Azzo un ragionamento filante, come certe scie degli incrociatori spaziali. Certo che, se sapesse come sono considerato al Comando e perché sono qui, si avvilirebbe ancora di più. Pover’uomo, presti servizio per una vita e poi arriva un cazzone come me e ti distrugge un sogno…

«So bene che lei non è nemico delle nostre tradizioni ma chissà cosa le avranno detto al comando, come l’avranno influenzata per condannare il nostro modo di fare giustizia. Forse sarà bastata una sola parola, un accenno al nostro essere barbari e lei sarà giunto qui inconsciamente prevenuto.»

Io prevenuto? Mi fa ancora più tristezza ascoltarlo. Si illude, che al comando qualcuno conosca cosa avviene in questo avamposto o si ricordi del vecchio comandante e dei suoi insegnamenti…Tutto ciò è assurdo come lo sono le sue parole. Cerco di guardarmi in giro per non incrociare il suo sguardo e i miei occhi si posano, metaforicamente, sulle tette di Sabrina. Giusto uno sguardo per evitare di essere beccato nuovamente a guardarle il corpo.

Poi di nuovo a zonzo per la stanza.

Così non mi sono accorto che l’Ufficiale ha smesso di parlare ed è schizzato al quadro di comando della macchina e sta iniziando a programmarla.

Sabrina si piega su di me per vedere meglio l’operazione e sento il suo odore dolciastro. Sento anche la curva del suo seno sulla spalla e mi agito un po’. Lei non sembra avvertirlo interessata a quanto sta facendo l’Ufficiale.

Appena finita la programmazione il cilindro si illumina e il laser inizia a roteare con eleganti movimenti del braccio di sostegno. L’alieno sembra avvertire il pericolo e mostra un po’ di preoccupazione per quanto sta accadendo.

Ottuso si, ma fino ad un certo punto.

L’ufficiale è già nuovamente vicino a me.

«Vede – mi dice con voce melensa – se solo lei volesse, potrebbe salvare l’eredità del vecchio comandante.»

Lo guardo stupito.

«Basterebbe che facesse rapporto al Comando. Un rapporto nel quale descrive oggettivamente le nostre attività e ne dia un giudizio lusinghiero».

«Lei esagera la mia influenza. Il mio giudizio non è certo tenuto molto in considerazione al comando della flotta e io non sono proprio un esperto di procedimenti giudiziari. Se anche volessi esprimere un’opinione, questa varrebbe meno di quella di un osservatore capitato per caso sul pianeta.

Comunque sia non mi sento di essere complice di questo tipo di esecuzione neppure nei confronti degli alieni e nessuno che mi conosce, anche solo superficialmente, può affermare che provo simpatia per queste creature. Nessuno».

L’Ufficiale, quasi pensi di potermi convincere altrimenti mi afferra per le braccia e mi fissa ansimando.

Non mi piace affatto che qualcuno, che non sia una bella donna, mi tocchi, per cui lo guardo torvo. Penso un po’ a cosa dirgli per togliergli ogni illusione.

Non voglio umiliarlo ma io non sono proprio un sostenitore delle esecuzioni. L’ho già detto, uccidere in battaglia è passabile ma uccidere un uomo inerme o anche solo uno stupido alieno proprio non mi convince. Ucciderlo poi torturandolo mi convince ancora meno.

Mi compiaccio per i miei ragionamenti. Io sono sempre stato un uomo d’azione ma, minchia, se voglio so anche pensare.

«Sono sicuro che nessuno al comando mi ascolterebbe ma, a ben vedere, sono un nemico di questa procedura e di qualsiasi procedura simile».

L’Ufficiale batte più volte, rapidamente, le palpebre, continuando a fissarmi. Sembra non voglia credere alle sue orecchie o non possa.

«Dunque la procedura e la mie spiegazioni non l’hanno convinta» dice tra sé con un sorriso, come un vecchio sorride delle sciocchezze di un bambino, pur continuando, dietro il suo sorriso, a seguire i suoi pensieri.

Poi visto che non recedo dal mio giudizio poco lusinghiero su questo metodo assassino lascia le mie braccia e si avvicina alla macchina. Con assoluta perizia la reimposta, anche se non capisco il fine dell’operazione. Infine ordina alle guardie di liberare il prigioniero.

Lo tolgono a forza dalla macchina e cercano di coprirlo offrendogli i suoi vestiti strappati.

L’alieno è confuso e quasi sembra non voler abbandonare il congegno di morte che gli deve apparire come un guscio protettivo. Stupidità degli alieni, non ci sono parole.

Comunque l’ufficiale ha preso il suo posto. Ora non sembra più curarsi di niente e nessuno e si concentra su quella che può essere la sua ultima missione.

Merda, un finale tragico ad una giornata che già non prometteva nulla di buono. Nulla.

Le mie parole devono essergli apparse come una condanna, sua e soprattutto dell’operato del suo comandante.

Certo che la fine della Colonia Penale, a cui ha dedicato tutta la vita, non può non averlo sconvolto, ma arrivare fino a questo punto…

Devo cercare di fermarlo. Mi alzo in piedi per avvicinarmi alla macchina ma ormai è tardi, ha già iniziato il suo sporco lavoro.

Un ronzio si spande nella stanza. Urlo alle guardie di staccare la fonte di energia, mentre io mi avvicino al quadro comando.

Inizialmente sembrano tutti inebetiti, poi cercarono di fare qualcosa ma è evidente la loro inettitudine.

Non resta che il mio intervento sui comandi. Facile a dirsi. Cerco di interpretare il quadro pieno di luci e pulsanti ma tutto mi pare altamente confuso. Il comandante sarà pure stato un uomo straordinario, ma avrebbe potuto realizzare una consolle un po’ più intuitiva.

Ho pilotato delle astronavi da guerra, non sbaglierò mica adesso.

Guardo con attenzione. Scarto un po’ di pulsanti e me ne rimangono solo due.

La macchina intanto ha iniziato l’operato e non mi rimane più molto tempo per decidere.

Sapendo di essere un tipo sfortunato opto di fare ciò che mi sembra meno probabile o intuitivo.

Pigio…

 

IX

 

Che ne potevo sapere io che quello era il tasto sbagliato?

Non riesco neppure a pensare al macello che è successo. La macchina è letteralmente impazzita e non c’è stato modo di evitare all’Ufficiale una morte orribile.

Poi tutto è esploso e siamo riusciti appena a metterci in salvo.

Se dovevo cancellare la memoria del vecchio comandante ci sono riuscito appieno.

Comunque, dopo questo malaugurato incidente, le cose sono andate abbastanza bene.

A conti fatti ci sono voluti più di due mesi terrestri per sgomberare questo cesso di pianeta. Due mesi e non l’ho svuotato neppure tutto.

C’è sempre qualche str…refrattario che si oppone al progresso e al cambiamento, soprattutto chi, come i primi coloni, considerano questo luogo la loro unica vera casa.

Potevo obbligarli ma non ho avuto il coraggio di usare la forza, in fondo rischiano la loro vita a rimanere su questo pianeta…insomma affaracci loro.

Io sul rapporto segnerò che se ne sono andati tutti…chi mai controllerà? Poi posso sempre dire che sono tornati, di nascosto.

Gli altri, compresi i pochi prigionieri quasi tutti alieni, che erano rimasti sono partiti con le navi cargo verso altri pianeti.

Solo pochi coloni hanno voluto tornare sulla terra. Tra questi Sabrina.

Già Sabrina. Sabrina non l’ho più vista dopo quello sfortunato giorno dell’esecuzione.

L’ho cercata ma si è come volatilizzata. Nemmeno un saluto, un addio. Dopo l’incidente me la ricordo mentre la medicavano e mi è parso che mi guardasse con occhi cattivi…ma ero così intontito…certo adesso che ci ripenso sento un dolore che mi prende lo stomaco e si diffonde per tutto il corpo…potrebbe essere malinconia o rimpianto ma non sono sentimenti che si addicono ad un uomo vero.

Mi sforzo di pensare ad altro.

Io come ufficiale in comando sono stato l’ultimo a lasciare il pianeta.

L’ho fatto in un silenzio quasi surreale mentre immaginavo come la natura si riprenderà, in poco tempo, quello che l’uomo gli ha portato via.

Chissà, forse chi è rimasto riuscirà a mantenere una presenza sul pianeta oppure diverrà un luogo di archeologia spaziale, come ce ne sono ormai tanti nell’Universo.

Prima di andarmene su una roccia bella piatta ho lasciato la mia firma con la data di quando sono arrivato sul pianeta e di quando sono ripartito.

Una memoria per i posteri…lo so che è contro il regolamento, ma anche mettersi le dita nel naso è contro l’educazione ma da millenni i terrestri lo fanno.

E poi è un premio che mi sono dato perché, questa volta, ho lavorato bene.

Anche l’Ammiraglio dovrà ammetterlo. Immagino già la sua faccia contrariata quando dovrà accettarlo assegnandomi un nuovo incarico.

Sto blaterando ma mi viene un dubbio.

Ricordo che ho usato il faser per lasciare traccia del mio passaggio sul pianeta ma non se ho attivato gli androidi.

Cavolo come comandante sono l’unico ad avere i codici…Inizio a sudare freddo…non posso essere stato così distratto…non posso.

I sogni di un nuovo incarico, un po’ più prestigioso, svaniscono rapidamente. Dai non è possibile neppure per me.

Mi tranquillizzo un po’ quando, improvvisamente, l’interfono inizia a gracchiare.

«Comandante – mi dice una voce seccata – venga immediatamente sul ponte. L’ammiraglio vuole parlarle, c’è un fottuto problema…».

 

MAURIZIO CANAUZ@2018

 

 

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