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Il paese dei ciechi, ovvero interpretando H.G. Wells con Platone

The Country of the Blind” is a short story written by H. G. Wells. It was first published in April 1904 issued of The Strand Magazine and included in a collection of Wells’ short stories (1911): The Country of the Blind and Other Stories. It is one of Wells’ best-known short stories, and features prominently in literature dealing with blindness. The purpose of this paper is re-reading Well’s tale interpreting it according Plato’s philosophy.

Il Paese dei ciechi è un racconto breve scritto da H. G Wells. Esso fu pubblicato inizialmente, nell’aprile del 1904, nella rivista The Strand Magazine e nel 1911 nella raccolta di storie di Wells dal titolo: The Country of the Blind and Other Stories. Il breve racconto è uno dei più conosciuti, di questo genere, di Wells e uno scritto assai rilevante nella letteratura riguardante i ciechi e la cecità. La proposta fatta da questo articolo è rileggere il racconto di Wells, interpretandolo con riguardo alla filosofia di Platone.

Può esistere sulla terra un luogo misterioso, leggendario come Atlantide dove vive un popolo del tutto particolare?

Molti studiosi, scienziati, scrittori tra ottocento e novecento crederono e sperarono di poter dare una risposta affermativa sull’onda dell’ottimismo nella scienza, nel progresso e nell’uomo che ispirava la cultura dell’epoca.

A questa speranza si ispira ciò che narra il celebre H. G. Wells (spesso oggetto di rivisitazioni in questo sito) nel suo breve racconto Il paese dei ciechi.

Wells colloca questa civiltà in un luogo misterioso, in una valle montana, completamente segregata dal mondo, che si apre «nella parte più deserta e selvaggia delle Ande ecuadoriane, ad oltre quattrocentocinquanta chilometri da Chimborazo, a centocinquanta dalle nevi di Cotopaxi» (H. G. Wells, Il paese dei ciechi, Adelphi, Milano 2008 – ma ve ne sono anche ottime traduzioni in pdf in internet).

Rimasta isolata dal resto del mondo abitato in seguito a una terribile eruzione vulcanica, questa valle offre alla gente che ancora vi abita e vi lavora: «tutto ciò che un uomo può desiderare di meglio: acqua dolce, pascoli, un clima uniforme, pendii di terra scura e fertile, con macchioni di un arbusto che produceva un ottimo frutto».

Non tutto però può essere sempre positivo e magnifico.

Col passare degli anni, infatti, un evento drammatico si abbatte su questa popolazione privilegiata.

Le nuove generazioni vengono colpite da una strana malattia che danneggia la loro vista rendendoli, infine, ciechi.

Spaventati e impreparati ad un tale evento pensano, sconfessando ogni forma di scientismo, più ad una punizione divina che a un morbo.

«In quei giorni, in casi simili, gli uomini non pensavano a germi e infezioni, ma a peccati, e a lui sembrava che la ragione di quel tormento dovesse trovarsi nella negligenza di quei migranti senza un prete che avevano mancato di erigere un santuario non appena erano entrati nella valle».

Per questo un abitante decide di andare nel mondo giù in basso per cercare un antidoto o un talismano contro questa piaga.

Per sua sfortuna, al suo ritorno verso la valle scopre che una valanga ha reso inaccessibile la strada ed è costretto a restare a vivere al di là della valle, nel “resto” del mondo.

Passano i secoli, e nella remota vallata andina, con il susseguirsi delle generazioni, la popolazione è diventata irrimediabilmente cieca: «I più vecchi divennero capaci di muoversi solo a tastoni, i giovani vedevano ma debolmente, e i bambini che erano nati loro, non vedevano».

Il piccolo mondo dei ciechi rimane così a lungo isolato finché uno scalatore locale, vittima di un incidente, non vi giunge, totalmente per caso.

«Fu allora che un uomo arrivò in questa comunità dal mondo esterno. E questa è la storia di quell’uomo. Era un montanaro della campagna intorno a Quito, un uomo che aveva visto il mare e che conosceva il mondo, un lettore di libri non pedissequo, un uomo acuto e intraprendente. Fu assunto da un gruppo di inglesi, venuti in Ecuador per scalare le montagne, per rimpiazzare una delle loro tre guide svizzere che si era ammalata».

Il mondo che l’uomo, scampato fortunosamente alla caduta grazie a un cumulo di neve che ne ha attutito l’impatto e che di nome fa Nuñez, si trova di fronte è costruito non secondo la logica a cui è abituato ma a misura di non vedenti: i sentieri sono tutti fiancheggiati da un cordone, e si diramano ordinatamente nelle diverse direzioni, le case non sono disposte alla rinfusa, ma perfettamente allineate, non una sola finestra si apre su quei muri, intonacati nei colori più vari e pazzeschi.

«Ciò dava un aspetto curiosamente urbano a questo luogo isolato, un aspetto che era fortemente accentuato dai molti sentieri pavimentati con pietre bianche e nere, ciascuno con un curioso piccolo cordolo a lato, che correvano da un punto all’altro in maniera ordinata. Le case del villaggio centrale erano piuttosto diverse dagli agglomerati disordinati, uniti alla rinfusa, dei villaggi di montagna che egli conosceva; erano disposte in una fila continua su ognuno dei due lati di una strada centrale di stupefacente pulizia; qui e là nelle loro facciate multicolori si apriva una porta e non un una singola finestra interrompeva la loro superficie piana. Erano multicolori in un modo straordinariamente irregolare, macchiate con una sorta di intonaco che era qui grigio, lì verdastro, lì color ardesia o marrone scuro; e fu la vista di queste intonacature caotiche che per prima introdusse la parola «cieco» tra i pensieri dell’esploratore. «L’uomo che ha fatto questo lavoro», pensò, «doveva essere cieco come una talpa».

Ogni dubbio e incertezza di dove sia giunto viene superato quando, infine, incontra alcuni indigeni: quello è il paese dei ciechi di cui ha sentito spesso favoleggiare. Gli torna in mente allora un vecchio proverbio, che lo accompagnerà a lungo e incessantemente, secondo cui: «Tra i ciechi, l’orbo d’un occhio è re».

Mi si consenta una digressione. Qui Wells sembra richiamare, senza neppure troppa originalità, una locuzione latina “Beati monoculi in terra caecorum” che letteralmente significa: “Beati i monòcoli nel paese dei ciechi” laddove per “monòcolo” si può intendere sia “chi ha un occhio solo” sia, e forse meglio, “chi ci vede da un occhio solo (chi è cieco da un occhio)“.

Tornando al racconto, l’iniziale speranza di Nuñez di emergere in quella società viene abbastanza rapidamente smorzata così come la sua volontà di spiegare cosa sia la vista.

Anzi si ritrova ad affrontare una mentalità chiusa, a tratti gretta e completamente estranea a concetti quali “cecità”, “vista”, “colore”, “luce e ombra” e simili. Il lungo periodo di isolamento ha creato una società sviluppata ma tetragona ad ogni cambiamento e incapace di accettare il “diverso”.

Più si accanisce più viene trattato come un demente.

Particolarmente sgradite ai ciechi e motivo di scandalo, sono le sue affermazioni circa l’esistenza del cielo e di un mondo, che ha avuto una sua storia, al di là dei limiti della valle: per loro, la presenza, sopra le loro teste, di una volta di roccia ed il fatto che, al di là dei monti, non esista nulla rappresentano dogmi indiscutibili.

Anche il suo tentativo di imporsi con la forza facendo leva sulla vista che lo rende, a suo parere, avvantaggiato finisce malamente.

Da conquistatore si ritrova servo, ai margini della società e trattato come un bambino di scarso comprendonio.

«C’era Yacob, il suo padrone, un uomo benevolo quando non era arrabbiato; c’era Pedro, il nipote di Yacob; e c’era Medinasaroté, che era la figlia più giovane di

Yacob. Era tenuta in scarsa considerazione nel mondo dei ciechi, perché aveva un viso dai lineamenti marcati e la sua pelle non era liscia in quel modo piacevole, vellutato che costituisce l’ideale della bellezza femminile per un uomo cieco; ma Nuñez l’aveva subito trovata bella, e di lì a poco ella divenne per lui la cosa più bella dell’intera creazione».

Tra i due nasce l’amore e Nuñez sente finalmente di poter essere felice anche in mezzo all’oscurità.

Illusione. Quando, infatti, il padre della ragazza viene a sapere da una sorella che i due hanno intenzione di sposarsi finisce l’incanto.

Medina-saroté, per quanto poco considerata all’interno della comunità, non può certo sposarsi con un essere inferiore che delira di stelle e tramonti.

Il matrimonio non è assolutamente possibile…

A meno che la sua demenza non venga curata. Così il padre della ragazza si rivolge agli anziani per trovare una possibile soluzione e per non far soffrire la figlia.

«Poi uno degli anziani, un uomo dai pensieri profondi, ebbe un’idea. Era tra quella gente un grande dottore, il loro sciamano, e aveva una mente molto filosofica e inventiva, e l’idea di curare Nuñez dalle sue peculiarità lo attraeva. Un giorno, alla presenza di Yacob, tornò sull’argomento di Nuñez. «Ho esaminato Nuñez», disse, «e il caso mi è più chiaro. Ritengo che molto probabilmente possa essere curato». «È ciò che ho sempre sperato», disse il vecchio Yacob.

«Il suo cervello subisce un’influenza negativa», disse il dottore cieco.

Gli anziani assentirono in un mormorio. «Ora, cosa lo influenza negativamente?» «Ah!», disse il vecchio Yacob. «Questo», disse il dottore, rispondendo alla propria domanda. «Quelle cose bizzarre che vengono chiamate “occhi” e che servono a creare una piacevole depressione nel viso, sono malati, nel caso di Nuñez, in un modo tale che influenza negativamente il cervello. Sono molto distesi, egli ha le ciglia e le sue palpebre si muovono, e conseguentemente il suo cervello è in uno stato di costante irritazione e distrazione». «Sì?», disse il vecchio Yacob. «Sì?»

«E io penso di poter dire con ragionevole sicurezza che, per curarlo completamente, tutto quello che dobbiamo fare è un’operazione chirurgica semplice e agevole – cioè, rimuovere quei corpi irritanti».

«E poi sarà sano?»

«Poi sarà perfettamente sano, e un cittadino assolutamente ammirevole».

«Sia ringraziato il cielo per averci dato la scienza!», disse il vecchio Yacob, e corse subito da Nuñez per comunicargli le sue felici speranze».

Ma Nuñez sembra refrattario a questa soluzione.

E questo anche se Medinasaroté pensa che sia meglio l’operazione per porre a freno la fantasia dell’amato e superare così ogni impedimento al loro matrimonio.

Nuñez fatica ad accettare questa totale assimilazione che passa per il sacrificio della sua essenza che gli consentirebbe certo di entrare a tutti gli effetti nella società dei ciechi ma a costo della perdita definitiva della sua particolarità.

Una assimilazione e non un’inclusione nella società di cui è ospite attraverso una normalizzazione cruenta.

Non voglio svelare la fine del racconto lasciando Nuñez con il suo dubbio amletico. Perdere gli occhi o l’amore?

Mi accingo invece a cercare di dare un senso a questo racconto che vada oltre al piacere della lettura, alla fruizione meramente estetica, che tuttavia per alcuni potrebbe essere, al contrario, sufficiente. Un quadro, una scultura, un codice antico, un bassorilievo hanno una indiscutibile fisicità. Ma ciò che, tuttavia, può rendere universale ed eterna la loro dimensione materiale (che altrimenti sarebbe locale, limitata e precaria) è il senso e il significato ulteriore cui essa rimanda, il messaggio che essa veicola, la possibilità interpretativa che consente: in altre parole, la dimensione intangibile che essa evoca.

Personalmente leggo la storia di Wells come un’allegoria o una metafora, in quanto non credo abbia per oggetto il vero e proprio deficit fisico e il rapporto disabilità – normalità.

Credo invece si riferisca all’incapacità dell’uomo di vedere al di fuori dei propri convincimenti e di essere incapace di affrontare la verità. Nella lingua greca verità vuol dire letteralmente “ciò che non è nascosto”. Qui si forma il pensiero moderno, la certezza si basa su ciò che vediamo, sulla luce e sull’evidenza, la quale si basa sull’individuo. L’uomo non vedente, privo di luce è colui il quale è lontano dalla verità.

Seguendo questa interpretazione se si vuole cercare un riferimento a questa narrazione si potrebbe risalire fino a Platone e al Mito della Caverna.

Si tratta di un passo della Repubblica, all’inizio del libro VII, nel quale Platone propone la celebre immagine della caverna come rappresentazione della condizione umana. Vi sono raffigurati gli uomini come prigionieri in un antro oscuro, costretti a guardare le ombre proiettate sulla parete di fondo dalle cose reali e dagli uomini che passano davanti all’entrata, illuminati da dietro da un gran fuoco. I prigionieri non hanno altro che ombre e voci per ragionare sulla realtà, e non hanno la minima idea di come siano fatte veramente le cose rimanendo legati alle apparenze così come fanno gli uomini che pensano per impressioni fugaci e per sentito dire, e così come fanno i ciechi di Wells che si sono creati un proprio mondo, una propria cosmologia e non credono ad altro se non alle proprie creazioni.

Solo un personaggio esterno (nel racconto Nuñez) avrebbe un’idea completa della situazione; i prigionieri, non conoscendo cosa accada realmente alle proprie spalle e non avendo esperienza del mondo esterno (incatenati fin dall’infanzia come i nativi del racconto che sono costretti, da ormai un tempo immemore, a vivere nella cittadina lontano dal mondo), sarebbero portati ad interpretare le ombre “parlanti” come oggetti, animali, piante e persone reali.

Platone prosegue la sua allegoria descrivendo un evento eccezionale: uno dei prigionieri, riuscito a liberarsi, getta lo sguardo fuori dalla caverna e vede il mondo reale, illuminato dal Sole.

Non dimentico dei suoi compagni di sventura torna a liberare i prigionieri delle ombre ma, non viene creduto e viene ucciso.

A mio giudizio non mancano somiglianze tra quest’uomo, altruista e sfortunato, e Nuñez che cerca di convincere i ciechi del villaggio perduto che esiste un intero mondo reale al di fuori della loro valle. Così come cerca di convincerli dell’esistenza del cielo che dovrebbe scardinare il loro angusto e claustrofobico universo con il tetto di roccia levigata, ma lo fa senza alcun successo.

Anzi ogni suo sforzo lo porta ad essere condannato al discredito, all’emarginazione e alla cecità, che può essere considerata, nel suo caso, come la morte.

Al centro dell’allegoria platoniana e del racconto di Wells troviamo il cambiamento radicale di prospettiva che separa il primo tipo di conoscenza dal secondo; nel prigioniero liberato vediamo il filosofo, l’uomo saggio, l’artista che giunge con il pensiero alle verità, ma non riesce a comunicare con chi giudica solo attraverso la sensibilità (nel caso del racconto i nativi che utilizzano al meglio tutti gli altri sensi ma non, ovviamente, la vista).

Un richiamo a Platone, sia pur minore, si ritrova a mio avviso anche nel motivo che ha portato o almeno gli abitanti pensano abbai portato, la cecità: la dimenticanza o il rifiuto della divinità

Se si torna con il pensiero al Timeo (e al Crizia) platonico si troverà il mito di Atlantide punita da Zeus per la sua arroganza di poter vivere anche senza dei.

Non vi è dubbio che molti di questi spunti platonici possano essere arrivati a Wells dalla lettura giovanile di Platone rinforzata in vista della composizione e pubblicazione di Anticipazioni datata 1905 (ma composta da saggi scritti negli anni precedenti).

Anticipazioni, libro accolto con entusiasmo (8 ristampe nel primo anno) evidenzia il convincimento di Wells (derivato dal Comte) che nessuna opera di rifondazione societaria sia possibile senza procedere prima a un rinnovamento intellettuale dell’uomo.

Nei saggi che lo compongono, come ricordano Catia Righi e Paolo Alberti: «Troviamo quindi i “New republicans” – di cui Wells fa parte – (la Repubblica di Platone è un evidente modello per Wells in questa fase) come araldi di quello statalismo elitario che sarà spesso prevalente e in cui si ritrova la concezione nietzschiana della tendenza superomistica».

Tendenza superomistica o oltreomistica come dir si voglia che si contrappone alla “mediocrità” borghese, al suo immobilismo e alla sua incapacità di incidere sulla realtà.

Se si considerano, allora, i ciechi del racconto come dei buoni borghesi, chiusi nel loro piccolo mondo creato su misura (pur con delle storture evidenti come gli intonaci delle case del Paese) e il vedente come il riformatore – utopico, la storia assume nuovamente il significato dell’impossibilità per i più meritevoli di far migliorare la società.

Chi vi prova rischia, se è fortunato, di essere normalizzato, in un modo o nell’altro, o di essere espulso e messo al bando da essa.

Termino questa mia riflessione con due citazioni.

La prima richiama il pensiero di Aristotele. Il punto di partenza è la famosa frase: «L’uomo è per natura un animale politico»; Aristotele dice che non sono politici né gli animali né gli dei: solo l’uomo lo è.

Nel caso del racconto di Wells sono politici gli abitanti ciechi ma non l’uomo vedente che per la sua differente capacità rientra, a seconda delle opinioni, in una delle altre due categorie: o dio o animale.

La seconda invece è tratta dal pensiero di uno dei pochi che hanno cercato di interpretare questo racconto: Alfred J. Ayer.

Il filosofo inglese, nel suo scritto Bilancio filosofico (Laterza, Bari 1973, p. 8), cita «Il Paese dei Ciechi» in relazione alla pretesa, che taluni avanzano, di provare esperienze “mistiche“, cioè di vedere, dietro alle apparenze, una “realtà ulteriore“, “oltremondana“, “iperurania” e simili. Costoro potrebbero trovarsi nella medesima situazione del personaggio di Wells: gli unici in grado di vedere “cose mistiche” in un mondo di persone (atei, laici…) affette da “cecità mistica“.

«C’è un racconto di H. G. Wells – scrive Ayer -, intitolato «The Country of the Blind», in cui si narra di un uomo che arriva in un remoto villaggio i cui abitanti non solo sono tutti ciechi, ma ignorano la possibilità stessa del vedere. Ricordando l’adagio secondo cui nel paese dei ciechi un orbo è re, il nostro eroe si aspetta di dominarli; ma si trova invece trattato da sciocco perché non possiede la loro finezza di udito e di tatto. E quando si sforza di convincerli della potenza della propria capacità di vedere, quelli pensano che racconti frottole. Non potrebbe essere che il mistico si trovi, rispetto a tutti noi, nella posizione dell’unico capace di vedere nel paese dei ciechi?».

Senza entrare nella questione di chi e cos’è un mistico, tuttavia mi sembra che Ayer indichi la possibilità che effettivamente il vedente sia più lungimirante, più meritevole ma ribadisca e convalidi, quanto affermato in precedenza: la società per Wells non in grado di apprezzare davvero chi è migliore e quindi diverso soprattutto se ciò che dice e come si comporta confligge con la tradizione e con la mediocre pace sociale.

Maurizio Canauz @ 2019

 

 

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