stanzaunozerouno

Sentinella, quanto resta della notte?

La vendemmia, [nostalgie di Stefano Bon]

Ci sono ricordi che non muoiono, che ci restano attaccati come una seconda pelle e che ci proteggono dallo scorrere del Tempo. A volte basta guardare verso l’orizzonte, per capire che il viaggio è ancora lungo.

There are memories that do not die, that remain attached to us like a second skin and protect us from the passage of time. Sometimes it is enough to look towards the horizon, to understand that the journey is still long.

Quand’ero piccolo, e le faccende dei grandi sapevano di mistero e avventura, lo zio Riciotti partiva da Sorbara con il suo camioncino scassato e veniva sino a Milano in una tirata sola, con una tanica d’acqua per il radiatore e infinite damigiane del suo lambrusco stipate sul piano di carico.

Doveva essere il ’66 o il ’67, ed io al massimo potevo avere 7 o 8 anni.

Prima del suono del campanello sentivamo i lamenti del motore e prima di tutti li sentiva Dick, il pointer del papà, ed era un altro concerto che non vi dico.

Noi bambini ci precipitavamo fuori a frotte, perché lo sapevamo che il primo di noi che fosse arrivato a salutare lo zio Riciotti si sarebbe guadagnato il premio di quell’anno.

Non ero il più grande e nemmeno il più veloce di tutti noi cugini, ma qualcosa mi mise le ali ai piedi, non so, o forse gli altri inciamparono e persero tempo, o forse più probabilmente furono le zie a trattenere di quel tanto gli altri bimbi perché io arrivassi primo.

La polvere ci inghiottiva tutti, meno lo zio che scendeva dal predellino e si asciugava la fronte e ci sorrideva come uno di quei viaggiatori del tempo, sconosciuti e terribili e bellissimi.

Lo zio Riciotti da giovane

Lo zio Riciotti era per tutti noi una leggenda, ma proprio per questo desiderio e timore accompagnavano i nostri sogni su di lui.

Ed allora ero lì, io, davanti a tutti, e improvvisamente desideravo essere altrove, lontano dal suo sguardo e dalle spintarelle degli altri che, da dietro, mi costringevano ad avanzare verso di lui.

Si avvicinò e si chinò scompigliandomi i capelli e tranquillizzando Dick, che guaiva e saltava come un ossesso.

Io aspettai che mi facesse quella domanda, sempre la stessa, ma già sapevo che quella volta sarebbe stato diverso: – Verrai con lo zio, quando sarai grande?

– Sì – risposi senza la minima esitazione, come se la sua sola voce avesse avuto il potere di sciogliere anche l’ultimo dubbio.

Era la risposta che voleva sentire, l’unica che gli si poteva dare, ed era il passaporto per la vendemmia del prossimo settembre.

Lo zio Riciotti era il più vecchio dei suoi tanti fratelli e sorelle ed era abituato da sempre a vendemmiare con la famiglia, la vendemmia come una festa del cuore e dei ricordi, la festa di un sogno che non vuole e non deve morire.

Una festa che c’era da lavorare, tanto, e quasi tutti ormai si erano trasferiti a Milano e dintorni, ed ogni anno era più difficile raccogliere la truppa, allevare nuove reclute, rimanere uniti.

Ognuno aveva la sua vita, il lavoro in fabbrica o all’Enel, come mia mamma, e dei bambini piccoli, come si poteva più vendemmiare insieme?

Così lo zio Riciotti si accontentava di regalare a noi bambini il sogno di quella cosa che la famiglia non faceva più, e di trasformarla in realtà.

Da marzo, quando ci portava il vino da imbottigliare, a settembre il tempo non sembrava passare mai. Persino l’estate e i compiti per le vacanze e la mucca Carolina sulle spiagge – che la vincevi se acchiappavi i buoni premio che lanciavano dagli aerei – perdevano di senso, pensando alla vendemmia e allo zio Riciotti.

A settembre partii con mia mamma e il suo pancione, a novembre era in arrivo il mio terzo fratello, già lo sapevamo che se fosse stato maschio si sarebbe chiamato Paolo.

Alla stazione di Modena lo zio ci venne a prendere con un cestino pieno d’uva americana, quella che dovevi sputare la buccia ma era dolce come zucchero.

Arrivammo in cascina, in paradiso, che già tutti stavano lavorando ed ebbi appena il tempo di rinfrescarmi prima che mi facesse vedere la tinozza coi grappoli da schiacciare coi piedi e tutto il resto.

A parte il primo minuto, che mi pareva di camminare sui vermi – giuro – non credo di aver mai provato una gioia più grande, almeno fino alla scoperta dell’amore.

Durò quattro o cinque giorni, ma le macchie su piedi e gambe molto di più e così, per alcuni anni, la magia di settembre si ripetè, sempre uguale, sempre diversa.

Ora è rimasto il ricordo fatto di odori e suoni e sapori che il tempo vanamente affievolisce.

Il bambino di allora è sepolto da qualche parte dentro di me, di tanto in tanto fa capolino insieme al ricordo dello zio Riciotti, alle linee del suo viso e al suono della sua voce, e a volte – soprattutto prima di addormentarmi, lo sento ancora domandarmi: “Verrai con lo zio, quando sarai grande?

Stefano Bon @ 2019

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Circolo16

Laboratorio di Scrittura libera poesia e narrativa

stanzaunozerouno

Sentinella, quanto resta della notte?

KippleBlog

Be Weird Be Kipple

Don't Panic!

Guide, curiosità e spunti per la sopravvivenza di asociali e geek

Lorerama

Scritti dal presente e su futuri incerti

il Vortex

blog personale di Giorgio Ginelli

MARCIO - Lo Zombie's Blog

rantolando mi trascino verso la carne viva

Sendreacristina

Opere. (tell : 3403738117 )

CINEMANOMETRO

recensioni film fantascienza, horror, mostri e amenita varie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: