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Sentinella, quanto resta della notte?

Viaggiando per la città nel Tempo e nello Spazio: il Flâneur

Un breve saggio che racconta di una passeggiata nella città sulle orme del flâneur. Per capirne i segreti e creare un ponte tra passato e presente. E soprattutto per opporre la lentezza alla velocità, unico vero principio che domina la modernità.

A short essay that tells of a walk in the city in the footsteps of flâneur.To understand its secrets and create a bridge between past and present. And above all to oppose slowness to speed, the only true principle that dominates modernity.

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B. e S.

Prima Introduzione

Ognuno di noi sarà stato, almeno una volta, in un museo o in un sito archeologico. Di fronte a un capolavoro artistico c’è chi rimane a lungo ad osservare cercando di scoprire anche i particolari più nascosti e chi, al contrario, passa da un’opera ad un’altra, da un monumento all’altro come spinto da una forza divoratrice che gli impone di riempiersi gli occhi e il cervello continuamente di immagini a una velocità sempre più folle.

Scrivevano i futuristi nel loro Manifesto «La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.»

Questa idea di movimento e velocità unitasi alla “febbre” della modernità e della tecnologia sembra oggi prevalere e guidare i nostri giorni.

Tuttavia i due atteggiamenti, ancora oggi convivono, anche se in percentuali diverse e sono quelli che guidano il nostro modo di osservare ciò che ci circonda, di attraversare i luoghi esotici ma anche quelli consueti come la città in cui viviamo, di essere semplici turisti che vogliono ficcare nelle loro valigie quanto più possibile o osservatori attenti che cercano nei particolari piccoli pertugi per capire o solo per viaggiare nel tempo, per tornare a ciò che era e, purtroppo, non è più.

Seconda introduzione

Solitamente in questo blog quando si affronta il tema dei viaggi si pensa a avventure interplanetarie, a salti spaziali, a viaggi nel tempo. Viaggi che le astronavi possono percorrere a velocità diverse procedendo con i motori ad impulso, a curvature o a spore saltando da una parte all’altra dell’universo apparendo e scomparendo in un istante.

Quello che proporrò è, invece, un viaggio molto più breve per le distanze percorse ma non per questo, penso e spero, interessante.

Un percorso che riguarda sia il tempo sia lo spazio ma tutto interno alla città. Quali città? Ne prenderemo a riferimento principale tre in questo viaggio nel viaggio: Parigi, Londra e Berlino.

Iniziamo il nostro cammino con una definizione.

Tanto, ma tanto, tempo fa si usava un modo di dire: «far flanella».

Si usava per indicare chi stava in ozio, chi bighellonava senza far niente.

In realtà, un po’ pruriginosamente, indicava chi andava nei casini solo per guardare e per godersi un po’ il caldo e la compagnia, senza fare altro. In altre parole coloro che non “consumavano” ma appunto perdevano il loro tempo conversando con la tenutaria e le prostitute, anche nella speranza di ottenere prestazioni gratuite. Così riporta il vocabolario toscano: «L’è quando, pe modo di dire, faccio qui l’esempio, no: uno entra ’n un locale, come può essere un barre, eh, e non consuma, e’ vien pe fà flanella, si dice. Oppure alla sala (c)orse, uno e’ viene lì, sta a i’ cardo e non gio(c)a, si dice viene pe fà flanella. (R.: Si dice anche per altro?) No, pe queste cose che qui: si fa flanella. Si dice anche pe modo di dire, dice: Chiacchiera, chiacchiera, e non fa nulla! Vien pe fà flanella! In tutti’ posti, capito? Che un conclude. Non rende, non conclude, l’è questo, più che attro, vòr dire.» (Il Vocabolario del Fiorentino Contemporaneo – Accademia della Crusca).

Qualcuno potrebbe ricordarsi che con il termine flanella si indica anche un tessuto. Ma sarebbe in errore se facesse questo collegamento. Il termine flanella infatti, nell’espressione “fare flanella”, non viene usato in riferimento al tessuto bensì è derivabile dal verbo francese flâner che vuol dire, appunto, bighellonare, perdere tempo.

Flâneur (al plurale flâneurs) è un termine francese, reso celebre dal poeta simbolista Charles Baudelaire, che indica il gentiluomo che vaga oziosamente per le vie cittadine, senza fretta, sperimentando e provando emozioni nell’osservare il paesaggio. Ciò che caratterizza questo individuo è la capacità di identificare una particolare pratica di viaggio e di esplorazione dei luoghi, di rapporto riflessivo con le persone e gli spazi.

PARIGI

Iniziamo dunque da Parigi.

Parigi non è sempre stata come oggi la vediamo. Anzi prima del regime del secondo Impero (dal 1852 al 1870) era assai diversa, molto meno monumentale, con vie più strette e caratteristiche.

«Nessun regime ha sconvolto (bouleversé) l’aspetto fisico della capitale più radicalmente di quello di Napoleone III e del suo prefetto Haussmann. Sotto la loro direzione Parigi si trasforma, e da città più o meno medievale diventa una metropoli moderna» (Van Buuren M., Firet A., “Splendeur et misère: le Paris du Second Empire d’Émile Zola”, in Paris: de l’image à la mémoire. Représentations artistiques, littéraires, socio-politiques, Kok Escalle M.C. (réd.), Éditions Rodopi B. V., Amsterdam-Atlanta,1997, p. 120).

Di questa radicale trasformazione rimane testimonianza nelle fotografie di Charles Marville, ma soprattutto nella poesia di Baudelaire: «La vecchia Parigi non è più; la forma d’una città/cambia più veloce, ahimè! d’un cuore mortale […] Parigi cambia! ma niente, nella mia malinconia, / sì è spostato: palazzi rifatti, impalcature, case, /vecchi sobborghi, tutto per me diventa allegoria!» (Baudelaire C., Opere, a cura di Raboni G., Montesano G., Mondadori, Milano 1996, pp. 174-177).

In questa città che muta rapidamente non tutti accettano, però, il cambiamento o riescono a stare al passo con esso.

Il feuilleton

Nasce così una figura nuova che fa la sua comparsa sia nelle rinnovate strade della capitale francese sia nei feuilletons (i celebri romanzi d’appendice pubblicati sui giornali) e nelle physiologies, genere letterario nato per classificare i tipi umani riconducibili ad una classe sociale e professione.

Un essere umano che vaga, un po’ come un esploratore, non alla ricerca di «di nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare laddove nessun uomo è mai giunto prima», come fa il comandante Kirk, ma che cerca tracce del passato, di quel mondo che sta scomparendo rapidamente e che vuole osservare il genere umano nelle sue pieghe più recondite.

La conoscenza si raggiunge attraverso il sapere della contraddizione (che è il sapere della modernità) e permette di vivere la città come luogo in cui il concetto di caducità si accompagna a quello di mutazione.

Il che permette di comprendere come, proprio nel declino, il possibile entri nella realtà effettuale e provochi sia la sensazione di dissoluzione sia il ricordo di ciò che s’è dissolto, sia l’attesa del nuovo che avanza (Hölderlin F., Sul tragico, Feltrinelli, Milano 1989, pp. 89-90).

Ma quali sono gli strumenti per il suo viaggio d’esplorazione?  Non astronavi o sofisticati mezzi per la ricerca e l’analisi ma le gambe e i sensi.

Come scrive Coco il flâneur «è attento ai rumori e ai silenzi, il suo olfatto sa captare il puzzo dell’asfalto insieme ai profumi della memoria.» (E. Coco, Pensare la città. Lo sguardo dei flâneurs, Bollettino della Associazione Italiana di Cartografia 2017 (160), pp. 58-68).

Ma qual è il suo “spazio” di ricerca? Evita i «quartieri pacificati», quelli tranquilli ma «ricerca quelli in cui brulica la materia umana». Per riportare questa figura al presente si potrebbe pensare ai quartieri ove impazza la movida, nei quali si lascia trasportare dal flusso della folla che osserva come fosse un etologo inconsapevole.

In questi luoghi affollati: «si lascia catturare dall’imprevisto e dal noto, dal misterioso e dal banale. Sempre guidato dalla curiosità del convalescente» (Baudelaire C., 1996, p. 1280). La convalescenza è quello stato che gli consente, quasi fosse uno sciamano o un sensitivo, di lasciare il suo tempo viaggiando per ritornare all’infanzia, quando si possiede «in sommo grado la facoltà di interessarsi vivamente alle cose» (Baudelaire C., 1996, p. 1280).

Cocco afferma che la città diventa per lui un «sussidio mnemotecnico», cioè un luogo che lo aiuta a non dimenticare e a non dimenticarsi completamente investito dalla modernità che, come un fiume in piena, travolge tutto e tutti.

Proprio l’aspetto della memoria e della storia di questo sognatore viaggiante vengono evidenziate da Claudio Magris, secondo il quale il flâneur è colui che «vive fra le crepe della Storia incisa sui paesaggi e sulla città come cicatrici, misterioso linguaggio scritto dal tempo sul corpo e sulle cose dell’uomo, che soltanto lui sa decifrare e la cui decifrazione è il suo destino, il senso del suo esistere» (Magris C., Prefazione, in: Hallberg U. P., Lo sguardo del flâneur, Iperborea, Milano  2002, p. 10).

Ascoltare i ricordi levarsi nella città serve al flâneur per trasformare la passeggiata in una pratica urbana e poetica insieme.

Tutto ciò Baudelaire lo ha sintetizzato in una delle liriche dei Tableaux parisiens, Le Soleil, in cui il cammino del flâneur è assimilato al passo del poeta che esperisce la città moderna come spazio del dicibile: «Nel vecchio sobborgo, ove pendono ai tuguri persiane, che coprono indicibili lussurie, quando il sole crudele a colpi raddoppiati batte su città e campi, su tetti e seminati, m’eserciterò solo nella curiosa scherma, di fiutare dovunque le occasioni di rima, traballando sui termini come sui lastricati, urtando su dei versi lungamente sognati.

Quel padre nutritore, nemico di clorosi, nei campi desta i vermi al pari delle rose; è lui che fa svanire i pensieri nel cielo e riempie i cervelli e le arnie di miele.

Lui rinvigorisce l’uomo sulle stampelle, lo fa dolce e gaio, pari alle giovincelle, e impone alle messi di crescere e maturare dentro al cuore immortale, pronto sempre a sbocciare!

Quando, come un poeta, sulle città discende nobilita il destino delle cose più immonde, penetra da re, senza lacchè né schiamazzi, in tutti gli ospedali come in tutti i palazzi

Ciò che l’uomo razionale e moderno si impegna a distruggere alla ricerca del nuovo e del maestoso, il flâneur cerca di salvare immergendosi nella città alla ricerca di particolari e di indizi del tempo che può trovare sia nelle cose sia nei volti delle persone che pur rinnovandosi portano con sé brandelli di storia.

Ma questa battaglia tra presente e passato tra efficientismo e sogno non avviene solo a Parigi. Non è un suo esclusivo privilegio infatti, più o meno nei medesimi anni, lo stesso accade, con modalità simili, nelle principali città europee nelle quali al turbinio del moderno si oppone la resistenza della memoria.

LONDRA

Spostiamoci ora di circa 400 chilometri a nord. Un salto con il pensiero che ci porta a Londra. Qui un uomo, al termine della sua convalescenza (stato di mezzo che questi viaggiatori o i loro cantori prediligono), se ne sta seduto in un caffè del centro e osserva i passanti che transitano sul marciapiede catalogandoli a seconda dei loro tratti somatici, del loro incedere, della loro postura deducendone mestieri e posizioni sociali.

«Dapprima, le mie osservazioni assunsero un colorito astratto, di fina e generale analisi. Osservai questi passanti muoversi nelle masse, e il mio pensiero non li considerava che nei loro rapporti collettivi. Nondimeno, in breve, trassi dei particolari, ed esaminai con minuzioso interesse le varietà innumeri delle figure, gli abiti, l’incesso, le telette, l’aria, i visi, l’espressione delle fisonomie, insomma.» (Edgar Allan Poe, L’uomo della folla, in Racconti straordinari, Facchi, Milano 1920, a dove saranno tratte anche le successive citazioni).

Lo sguardo dell’uomo si sofferma su commessi, uomini d’affari, giocatori di professione finché la sua attenzione è attratta da un uomo vecchio magro e di bassa statura del quale non riesce a comprendere né la posizione sociale o lavorativa, né il carattere.

Per questo incuriosito e terrorizzato decide di seguirlo per avere altre informazioni.

«Quale strana storia, dissi a me stesso, è scritta in quel petto! — E allora mi colse un desiderio febbrile di non perdere più di vista quell’uomo, — di conoscere quanto più potessi di lui. In tutta fretta m’infilai il soprabito, e, preso il cappello e il bastone da passeggio, mi lanciai nella via, affrettandomi ad attraversare la folla nella direzione ch’io gli aveva veduto prendere, poich’egli mi era già sfuggito di vista

I due, in un inseguimento senza sosta, vagano per la città e capita più volte che si ritrovino negli stessi luoghi già percorsi.

«Attraversò e riattraversò replicatamente la via, senza scopo, manifesto; e qui la folla era sì fitta ch’io era sempre obbligato a stargli vicino

Nel suo vagare l’uomo non sembra mai accorgersi del suo inseguitore.

L’unico fatto certo è che l’uomo non voglia tornare a casa per nessuna ragione e che ricercasse per le vie di Londra, anche quando cala la notte, qualcuno con cui confondersi con cui scacciare la sua solitudine.

Non gli facevano differenza gli altri, i compagni di viaggio potevano essere santi o malfattori, l’unico suo desiderio era quello di stare in mezzo alla folla.

Infine il protagonista, stanco di quel pedinamento, decide di affrontare l’anziano ma l’uomo non lo desta, con sua grande sorpresa, di nessuna attenzione, quasi fosse trasparente alla sua vista.

«E quando le ombre della giornata, cominciarono lentamente a distendersi, mi sentii quasi annientato per mortale angoscia: — ci pensai, mi decisi, e infine piantatomi imperterrito innanzi l’uomo errante, gli sbarrai profondamente gli occhi sopra. Ma egli non si accorse del mio atto e calmo e solenne proseguì la sua corsa».

L’uomo della folla, di E. A. Poe

A questo punto il protagonista si rende conto che è inutile continuare a seguirlo.

Di quel uomo non avrebbe saputo altro se non che non poteva vivere al di fuori dalla folla. Era un vero e proprio “animale sociale” incapace di affrontare la solitudine.

A ben vedere L’uomo della folla non è che uno dei tipici racconti dell’orrore o del fantastico di Poe, ove i terrori della psiche si materializzano nella presenza di spettri e situazioni che sconvolgono improvvisamente la plausibilità del reale.

In questo caso si tratta della descrizione di una città maligna e misteriosa che sovrasta e annienta l’individuo. Un’immagine, quella proposta da Poe, non del tutto originale ma che trova dei precedenti in alcuni modelli letterari quali: John Gay che aveva ironicamente definito “arte” il camminare per le insidiose vie di Londra, Wordsworth (W. Wordsworth, The Prelude, Oxford University Press, London 1960, pp. 105-125), Defoe (D. Defoe, A Journal of the Plague Year, Oxford, Blackwell, 1928) e soprattutto Dickens i cui «Sketches by Boz offrono inoltre un’accurata descrizione della stratificazione sociale della città» (F. Castigliano, Il Detective e l’uomo della folla: il doppio volto del flâneur in The Man of the Crowd di Edgar Allan Poe, in (a cura di) G. Sertoli, C. V. Marengo, C. Lombardi Comparatistica e intertestualità studi in onore di Franco Marenco, Tomo II Edizioni dell’Orso, Alessandria 2010).

Poe, in questo breve racconto, mostra alcuni personaggi che popolano il nuovo contesto sociale apparentemente senza moralismi ed esaltando lo studio fisionomico convinto, attraverso di esso, di poter collocare ogni soggetto in un ruolo sociale.

Paradossalmente è proprio il soggetto più massificato, colui il quale vive solo tra la folla, “l’animale sociale per eccellenza” a sfuggire alla sua classificazione.

Dallo scritto, mi pare, possa derivare una domanda: chi è il vero indagatore sociale?

L’osservatore che scruta i suoi simili o il vecchio che si aggira per la città fiutandone odori, umori alla ricerca, tra le sue pieghe e il suo rapido sviluppo, di segni di un mondo che sta trasformandosi e forse svanendo? Forse a questo quesito non c’è risposta e forse, proprio per questo, l’osservatore, al contempo preda e cacciatore, rinuncia alla sua caccia.

«Egli è l’uomo della folla. Vano il tenergli dietro, che né ora, né mai io potrei saperne di più di quanto ora so, e di lui e delle sue azioni. — Sì, lo ripeto: il peggior cuore del mondo è un libro più schifoso dell’Hortulus animæ, e forse è una delle grandi misericordie di Dio che: Es læsst sich nicht lesen, – cioè, che non si lasci leggere».

BERLINO

C’è un vecchio detto che dice: non c’è due senza tre. Parigi, Londra e …Berlino.

Strano pensare a un tedesco che vaga per la città senza meta perdendosi in particolari quasi invisibili. Un tedesco perdigiorno. Eppure la  flânerie trova in Germania due dei suoi massimi esponenti: Walter Benjamin e Franz Hessel.

Benjamin rappresenta quello che potremmo definire il teorico della flânerie, quello che ne riassume i caratteri principali rappresentandola come qualcosa in più di un bighellonare senza meta. Un modo per opporsi allo sviluppo sfrenato della società orientata solo verso il futuro, concedendo all’umanità che lo vuole, attraverso piccoli insignificanti indizi che si trovano nelle città, soprattutto Parigi e Berlino, di tornare al passato.

Negli innumerevoli fogli di appunti del Passagenwerk, Benjamin dedica un’intera cartella alla flânerie riconoscendo agli oggetti coinvolti in questo fenomeno l’essere figure di frontiera, indecidibili punti di incrocio di tendenze in reciproco contrasto.

Da un lato il flâneur è un solitario, ma dall’altro non può vivere che in mezzo alla folla; da un lato ha tratti borghesi dall’altro «esce dal suo necessario circuito di consumo perché non compra la merce, bensì la ammira; e perché non impiega il proprio tempo, ma lo spreca passeggiando» (A. Foladori,  Benjamin in città – il flâneur e il bambino, intervento tenuto il 12 Maggio 2016 presso la Biblioteca Civica di Verona all’interno del ciclo di conferenze  Pensare la città).

Per Benjamin il  flâneur è un uomo abbandonato a sé stesso nella folla, ma non può veramente mai confondersi totalmente con ciò che lo circonda, compenetrare il mondo nella sua essenza perché ha la sua memoria che è rappresentata dalla sua storia, dal suo passato che non può annullare totalmente.

Questo è tipico di ogni viaggiatore sia esso spaziale o temporale, non si sarà mai completamente oggettivi o distaccati perché la realtà che si percepisce è sempre, in qualche modo, imbastardita dall’osservatore e dal suo pensiero.

Qui inoltre si ha un ulteriore punto di contatto con i viaggiatori del tempo.

La strada che percorre e le sue osservazioni conducono il flâneur ad un tempo passato. I particolari che riesce a cogliere sono pertugi che permettono salti a ritroso nel tempo, porte che consentono ciò che la fisica non consentirebbe, far scorrere in senso antiorario le lancette dell’orologio, timegate che gli permettono, nella città che sta cambiando, di recuperare il passato, che ancora li attira a sé e che non vogliono e non possono dimenticare.

Scrive Benjamin: «Per lui ogni strada è scoscesa, lo conduce in basso, se non proprio alle Madri, tuttavia in un passato, che può tanto più ammaliare in quanto non è il passato suo proprio privato. Eppure esso resta sempre il tempo di un’infanzia. Ma, perché, quello della sua vita vissuta? Sull’asfalto, dove egli cammina, i suoi passi destano una sorprendente risonanza. Il lampione a gas che illumina il selciato getta una luce ambigua su questo doppio fondo.» (Benjamin W., Infanzia berlinese, Einaudi, Torino 1973, p. 3).

In Infanzia berlinese, Benjamin ha scritto che «non sapersi orientare in una città non vuol dire molto. Ma smarrirsi in essa, come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare.» (Benjamin W., Infanzia berlinese, Einaudi, Torino 1973, p. 3).

Il flâneur è colui che, smarrendosi, fa esperienza delle soglie. Inciampando nello spazio e nel tempo, la città diventa per lui, come ho già ricordato riprendendo la felice definizione di Coco, un «sussidio mnemotecnico».

Accanto a Benjamin, come si è detto, va ricordato in questo percorso sui viaggiatori nella città: Franz Hessel.

Hessel fu poeta e traduttore.  È inoltre famoso per essere un personaggio di Jules e Jim. Si tratta di un romanzo autobiografico dello scrittore francese Henri-Pierre Roché. Il libro è uscito in Francia nel 1953, quando l’autore aveva settantaquattro anni, ed è stato adattato per il grande schermo da François Truffaut nel 1962 (Jules e Jim). Il libro parla dell’amore che Jim, alter ego di Roché, e l’amico Jules, lo scrittore tedesco Franz Hessel, provano per la stessa donna, la pittrice e traduttrice berlinese Helen Grund.

Jules et Jim, film di Francois Truffaut

Amore che con il tempo portò ad una relazione particolare che Rochè (pur contro il parere di Hessel) immortalerà in un libro nel quale cercherà di raccontare quello che i tre amici hanno vissuto tentando di evidenziare i differenti punti di vista.

Accantonando queste note biografiche e tornando al tema principale e cioè a quello della flanerie è bene notare che Hessel a differenza di Benjamin con cui, tra l’altro, tradusse in tedesco À la recherche du temps perdu di Marcel Proust, fu concretamente uno dei primi esponenti tedeschi della flânerie. A testimonianza di questa sua “attività” pubblicò una raccolta di saggi riguardanti la città di Berlino, Spazieren in Berlin (1929).

Ma il suo camminare nella città natale non è solo un vagare spensierato ma il punto di partenza per il viaggiare nella memoria individuale e collettiva.

Una specie di macchina del tempo che gli impedisce di dimenticare.

La memoria si fa presente in questo viaggiare tra l’ieri dolce, il presente incerto e il futuro buio, popolato da uomini, i nazisti, che faranno dell’odio il loro credo.

Penso sia giusto notare che questo suo vagare fosse ai suoi concittadini quanto meno sospetto. Se, infatti, a Parigi e Londra passeggiare senza meta non rappresentava una originalità, a Berlino, la città che Benjamin afferma essere in continuo cambiamento, egli viene guardato con diffidenza tanto da intitolare la prima parte del suo libro proprio: “La persona sospetta”. Ma cosa c’è di sospetto? Il camminare, l’aggirarsi fuori dai percorsi stabiliti, fuori dagli orari statuiti lasciandosi guidare solo dal proprio istinto.

Tanto eccentrico (o considerato come tale) da renderlo pericolosamente simile a un diseredato, ad un borsaiolo (F. Hessel, L’arte di andare a passeggio, Elliot, Roma 2014).

Proprio il continuo cambiamento della città diviene un motivo in più per cercare nei suoi anfratti, nei suoi particolari istanti di immortalità, luoghi risparmiati al tempo.

Dove ricordare e “imparare” come intitolerà la seconda parte del suo libro.

Prima di abbandonare gli scrittori di lingua tedesca e Berlino mi sembra corretto ricordare, in questa nostra passeggiata spazio – temporale, anche Robert Walser.

Robert Walser è stato un poeta e scrittore svizzero di lingua tedesca. Visse anch’egli per un certo tempo a Berlino per poi tornare, a piedi, in patria. Meno legato a una città in quanto tale fu, tuttavia, il cantore del cammino e della passeggiata come mezzo per conoscere la realtà e per trovavi un’ispirazione per i suoi scritti.

In vari testi tratteggiò, infatti, la figura di un giovane vagabondo cittadino che ama camminare e guardare il mondo con stupore.

Proprio al passeggiare dedicò un racconto scritto nel 1917 dall’emblematico titolo di La passeggiata che revisionato, fu incluso nella raccolta Seeland, pubblicata nel 1920.

«Senza passeggiate, senza andare a caccia di notizie, non sarei in grado di stendere il minimo rapporto, e tanto meno un articolo, non parliamo poi di scrivere un racconto» (R. Walser, La passeggiata, Adelphi, Milano 1976).

In questo breve scritto Walser racconta la giornata di un bizzarro ometto pedante e logorroico che, dalla mattina fino a sera, cammina per le strade della città, poi della periferia e alla fine si spinge anche in campagna, facendo incontri casuali, osservando case e negozi, annotando tutto ciò che osserva con riflessioni pretenziose e spesso a sproposito.

In ogni circostanza ha sempre qualcosa da dire, è pronto a criticare oppure esaltare, indignarsi oppure lasciarsi affascinare, ma sempre sopra le righe, con una specie di ingenuità eccessiva che lo rende, più che noioso o irritante, quasi simpatico.  Nel racconto descrive il suo breve viaggio, il suo “tuffo” nel mondo.

Lasciato il proprio studio, l’uomo passeggia tutta la giornata nei dintorni di una città (individuabile come Biel) incontrando diverse persone.

L’incontro con l’altro e la sua descrizione ricorda, in qualche modo, l’osservazione dell’uomo descritto da Poe seduto al tavolo del caffè.

Ecco così la descrizione di un sarto, di una cantante lirica, di un librario.

Descrizioni che suscitano riflessioni nel passeggiatore così come i luoghi che osserva.

L’osservazione è approfondita e permette di viaggiare anche al proprio interno, anche se il tono è sempre leggero e ironico.

Il protagonista afferma apertamente che i diversi momenti della passeggiata si trasformeranno in una specie di diario diventando altrettante fasi della composizione dell’opera: «’Tutto questo lo descriverò,’ promisi fermamente a me stesso ‘ne parlerò al più presto in uno scritto o in una specie di fantasia, che chiamerò La Passeggiata […]».

La realtà viene tradotta in finzione, in letteratura, creando un ulteriore percorso in un universo parallelo.

ALCUNI TRATTI COMUNI

Torniamo sui nostri passi così come spesso fa il flâneur che nel suo vagare senza meta torna a ripassare in alcuni luoghi.

Il flâneur può essere definito un “animale urbano”. Nasce e si sviluppa nella nuova metropoli moderna, ne è figlio. Ma non il figlio accondiscendente e obbediente ma un figlio ribelle che incarna il desiderio di libertà errabonda nell’individuo imprigionato da vincoli territoriali, ideologici, professionali.

Una specie di anarchico bonario che con il suo comportamento si oppone alla modernità, al cambiamento urbanistico e sociale.

Non vuole accettare un’esistenza mordi e fuggi, dove tutto è superficiale, dove si è sempre in movimento per sfuggire ai propri incubi.

La società del fare, del produrre, del consumare in modo compulsivo per stordirsi.

La società che oggi cerca di raggiungere nuovi pianeti, nuovi mondi non spinta da una sana curiosità, dal desiderio di conoscere ma dalla volontà di fuggire ai problemi che si è creata sulla Terra frutto di una pianificazione carente e dettata più da interessi particolari che da interessi generali. L’aspirazione del flâneur è quella di assaporare la vita secondo ritmi più meditati, il recupero della sensibilità come forma di conoscenza.

Trapiantata dalle gallerie parigine, ai grandi centri urbani di tutto il mondo e ora alle tastiere dei computer (il cd. cyber flâneur che vaga nella rete così come i suoi predecessori facevano per la città) la figura del flâneur sembra testimoniare lo smarrimento dei nostri giorni, ma anche il desiderio di sperimentare nuove relazioni con i luoghi e un contatto, sia pur indefinito, con i suoi simili. L’atteggiamento del flâneur è, in tutte le sue diverse forme, di opposizione ai ritmi estenuanti del lavoro (di derivazione fordista) e dell’esistenza.

È una implicita e non razionalizzata, risposta nei confronti degli uomini e delle donne postmoderni affannati in conseguenza della crescente competitività e responsabilità che spetta loro nella soluzione dei dilemmi quotidiani.

Una risposta che sta in un mondo di agire: rallentare, osservare la realtà in modo acuto, quasi pedante, senza fretta, elevano a filosofia di vita la capacità di scrutare i segni della memoria per ricordare da dove veniamo e cosa siamo con tutte le fragilità umane (che non dobbiamo nascondere nella velocità e nell’essere perennemente indaffarati) e con un lieve gusto nostalgico per il passato.

LA LENTEZZA

C’è un aspetto che accumuna tutti questi passeggiatori cittadini: la lentezza in generale e in particolare la lentezza nel muoversi, nel girovagare senza apparente meta se non il proprio istinto.

Esploratori dell’indicibile, rifiutano ogni strumento tecnologico e propongono un viaggio fatto solo con la propria essenza umana (per un’esperienza simile legata alla natura e alla montagna si rimanda a: F. Michieli, Andar per silenzi, Sperling & Kupfer, 2018 e a F. Michieli, La vocazione di perdersi. Piccolo saggio su come le vie trovano i viandanti, Ediciclo,  2015).

Assolutamente contrari all’accelerazione che la modernità ha impresso alla società essi, paradossalmente, rallentano fino a entrare in perfetta risonanza con ciò che li circonda, raggiungendo la capacità di spingersi con lo sguardo nelle fratture più minute della materia per penetrare in un universo nascosto, nel quale passato e presente si confondono con naturalezza.

Questo modo di procedere, così lontano dagli studi e dalle ricerche che hanno lo scopo di realizzare macchine sempre più rapide e capaci di raggiungere la velocità della luce, ha trovato cantori e sostenitori anche nel tempo presente.

Mi torna alla mente Kundera e il suo La lentezza.

Per Kundera la lentezza è connessa al desiderio di ricordare, mentre la velocità al dimenticare. Torna, in qualche modo, la distinzione, già proposta, tra flâneur e turista. Il primo desidera compenetrare ciò che lo circonda volendo preservare la memoria, il secondo inebriarsi di immagini, di sensazioni che spesso si sovrappongono cancellandosi l’una con l’altra.

Se riprendiamo un classico della fantascienza televisiva come Star Trek, ci possiamo domandare: cosa rimane impresso al comandante Kirk e al suo equipaggio dei tanti pianeti che osserva, spesso, solo in pochi momenti? Come si può conoscere una cultura, da esploratori, se non sacrificando la propria esistenza passando tempo a vivere in mezzo ai suoi abitanti e alle loro tradizioni? Ma quanto tempo ci vorrebbe per fare davvero esperienza?

Kundera sembra spingersi oltre traendone una massima da applicare alla nostra esistenza. Quando vogliamo ricordare o preservare il momento, ci muoviamo e agiamo lentamente, invece, corriamo veloci per dimenticare un’esperienza passata che consideriamo poco significativa se non proprio negativa. Ad esempio, rifacendosi al libro, dopo la disastrosa notte passata al castello, Vincent cavalca la sua motocicletta e guida il più velocemente possibile per lasciarsi alle spalle il luogo del suo fallimentare incontro amoroso.

Tra le righe sembra anche trasparire l’idea che la velocità generi volgarità, come suggerito dalle diverse relazioni amorose che si susseguono disperatamente e freneticamente alla ricerca di un piacere impossibile da raggiungere nella sua pienezza.

«Perché– si chiede Kundera e noi dovremmo farlo con lui – è scomparso il piacere della lentezza?»

Tornando al presente quanto la velocità imposta dalla modernità, quanto la ricerca spasmodica di fare e apparire, di essere impegnati è un naturale desiderio dell’uomo, è una sua necessità e quanto una fuga?

Quanto il voler raggiungere altri pianeti e stelle lontane è sana curiosità e voglia di conoscere e quanto è evasione dalla propria fragilità e da una società che, per quanto abbiamo contribuito a costruire con le nostre scelte, non sopportiamo?

Scrive Ray Bradbury che, nel futuro, gli auto-reattori sfrecceranno sui viali velocissimi. Ai bordi delle strade apparirà una realtà fatta solamente di macchie: una macchia verdastra è l’erba, una chiazza rosata è un rosaio, le macchie biancastre sono le case e quelle marroni le vacche al pascolo. Solamente i cartelloni pubblicitari ai margini delle autostrade, alti come grattacieli, restano ben visibili, perché la loro superficie è stata adattata alla velocità (R. Bradbury, Fahrenheit 451, Oscar Mondadori, Milano 2009, pp. 9, 10).

La velocità domina e dominerà sempre di più, la società e anestetizza le persone, infettando le loro vite e le loro relazioni di quella stessa superficialità con cui un’auto saetta indifferente accanto alle macchie colorate lasciando solo evidenti e chiari, immobili nella loro staticità, i messaggi consumistici che devono guidare l’umanità verso un destino voluto da pochi.

Il flâneur fugge a tutto ciò perdendosi nella città, diventandone una parte indistinguibile (come l’uomo di Poe) o cercando un ritorno al passato (come per Hessel e Walser). L’uomo moderno cerca una fuga diversa bombardandosi di immagini e suoni fino a stordirsi o cercando salvezza nell’Universo senza rendersi conto che chi non sta bene con sé stesso non lo sarà mai in nessun luogo e neppure in e su mondi diversi, a qualunque velocità corra…

Maurizio Canauz @ dicembre 2019

Un commento su “Viaggiando per la città nel Tempo e nello Spazio: il Flâneur

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