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Sentinella, quanto resta della notte?

Storia di un ulivo e di un bastone [racconto di Stefano Bon]

Come nebbia di prima mattina che il sole scioglie e la sera ricompone, ricordi di una vita passata che si perpetua all’ombra di un ulivo secolare.

As an early morning mist that the sun melts and the evening recomposes, memories of a past life that is perpetuated in the shade of an ancient olive tree.

Vincent Van Gogh (Ulivi, 1889)

L’ulivo stava lì da anni e anni e sembrava saperlo di rappresentare l’orgoglio della fattoria di Zio Riciotti.

L’aveva piantato quasi per gioco un amato cugino ligure, passato da Sorbara a salutare i parenti prima di imbarcarsi in cerca di fortuna per l’America.

Nessuno aveva mai veramente creduto che potessero farcela, il cugino Dante e l’ulivo.

Troppo grande l’America e troppo diverso il clima dell’Emilia per pensare che ci sarebbe stato un futuro, per loro.

L’albero, invece, trovò dalle cure dello zio la forza sufficiente per crescere e farsi bello.

Antonella Micocci

Restava fiero e solitario sul dolce poggio che dominava la conca, custode della quieta maturazione della vigna, e la sua solitudine sapeva di vigore e di magia.

Quando andavo a trovare lo zio Riciotti nella stagione della vendemmia l’ulivo era sempre impegnato a crescere i suoi frutti e a testimoniare il passaggio di consegne con la vigna.

Niente e nessuno dormiva mai alla fattoria dello zio, meno che meno la natura amica di quegli anni: dolcemente vegliava sulla fattoria come la sicura mano di una madre su di una culla.

Lo zio Riciotti raccontava favole a noi bambini prima di addormentarci e tra le tante ce n’era una, in particolare, che riguardava l’ulivo e mia madre, che amavo ascoltare.

Era l’inizio dell’estate del 1943 e mia mamma, ormai una signorina, trascorreva i mesi estivi a Sorbara badando ai cuginetti più piccoli e dando una mano alla conduzione della fattoria. Gli uomini erano al fronte, chi in Grecia, chi in Africa, chi in Russia.

La campagna emiliana era terra di mezzo in quell’Italia assediata dagli alleati, quieta e operosa secondo le tradizioni della sua gente contadina, da sempre abituata a vivere delle proprie risorse.

La guerra appariva ancora lontana e indecifrabile, quasi un gioco per i bimbi più piccoli.

Così, la prima volta che mia madre ne sentì parlare, “Pippo” le sembrò solo il nome di un simpatico personaggio dei fumetti e non si preoccupò veramente di saperne di più.

La sera che Pippo arrivò la mamma stava giocando a nascondino coi bimbi in giardino, e nessuno lo sentì arrivare.

Il Messerschmitt Me 262 della Lutwaffe, l’aeronautica militare nazista

La mamma aveva come al solito il compito della conta e quasi tutti i cuginetti erano ancora vicino a lei sotto l’ulivo, alla tana,  felici e scalpitanti per quell’ultimo scampolo di divertimento serale prima della messa a letto.

Dapprima si udì il ronzio, rapido e insidioso ma invisibile all’orizzonte ormai buio, poi improvvisamente il rombo assordante del motore, lo sfrecciare dell’aria sui campi e tra le fronde degli alberi, il crepitio della mitragliatrice, le urla dei bambini.

Pippo arrivava a volo radente, veloce e mortale, colpiva i piccoli borghi, le campagne, atterriva e fuggiva, imprevedibile e furtivo.

Nessuno sapeva quanti fossero, da dove venissero e nemmeno chi li guidasse. La maggioranza credeva fossero aerei alleati, qualcuno sospettava fossero aerei tedeschi, mandati apposta a spaventare la popolazione affinché alimentasse odio verso gli alleati. Chiunque fosse, quella sera Pippo iniziò le sue incursioni notturne dalla campagna di Sorbara.

Come una chioccia prudente e accorta mia madre raccolse attorno a sé i bambini in un rapido moto d’istinto.

Le loro manine si aggrapparono alla gonna, alle gambe, mentre urla di terrore si levavano al cielo destando il riposo della campagna.

Lo zio Riciotti raccontava che, a quel richiamo, le fronde dell’ulivo si raccolsero formando una sorta di scudo protettivo odoroso e caldo, un abbraccio ruvido ma impenetrabile, che rappresentò per tutti la salvezza.

Erica Wexler, dipinto ad olio

Dopo lo spavento e l’eccitazione, che durarono giorni, lo Zio Riciotti lavorò con il suo coltello per gli innesti il ramo dell’ulivo che si era spezzato sotto i colpi di proiettile.

Mostrò a tutti, grandi e piccini, il bastone che ne trasse, spiegando che gli sarebbe sicuramente stato utile di lì a qualche anno, quando al lavoro nei campi avrebbe sostituito l’ozio e la meditazione.

Molti anni più tardi, dopo il suo funerale, quando lo Zio Dante venne a salutarci prima di ripartire per l’America con la sua famiglia, notai nella sua mano il bastone d’ulivo.

Ricordo che sussurrò qualcosa all’orecchio di mia madre, baciandola un’ultima volta, ma non ho mai saputo esattamente cosa fino a quando anch’egli morì e i suoi figli fecero riavere a mia madre il bastone d’ulivo dello zio Riciotti.

Quanto all’ulivo le sue radici sono rimaste ben salde e sebbene i pochi frutti che ormai produce siano solo una scusa per rimanere al suo posto, nessuno ha mai pensato di poterne fare, un giorno, legna da ardere.

Stefano Bon @ 2001

Ecco alcuni link interessanti per approfondire l’argomento relativo all’aereo Pippo:

1) Articolo di Filippo Colombara che racconta i segreti dell’aereo “Pippo”

2) Articolo dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci

3) Articolo sul sito “Piacenza Antica”

4) Articolo del Gruppo Ricercatori Aerei Caduti di Piacenza

5) Notizie su Pippo dal Forum del sito “Aerei Militari”

6) Articolo di storia Areonautica sull’aereo Pippo

7) Articolo sul Sito “Aerei Perduti”

8) Articolo “I messaggeri di morte chiamati Pippo” sul sito “Statale Asolana”

9) Articolo sul sito “Italia Parallela”

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