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Sentinella, quanto resta della notte?

Siamo tutti zombie, quando essere morti conviene

Da “La notte dei morti viventi” a iZombie” e “In the flesh”: viaggio nell’universo dei ‘Non Morti’ tra tradizione e nuovi contagi, alla scoperta di un processo evolutivo che rischia di trasformare l’uomo in semplice elemento di arredo.

From “The night of the living dead” to iZombie” and “In the flesh”: a journey into the universe of the ‘Undead’ between tradition and new contagions, to discover an evolutionary process that risks transforming man into a simple piece of ornament.

Torno ad occuparmi di zombies e dell’immaginario che li definisce.

Per fortuna non tutti gli autori che scrivono o filmano storie di zombies si chiamano Manel Loureiro, di cui ho ampiamente dissezionato le cadaveriche performances nell’autopsia del suo (molto) presunto best-seller Apocalisse Z (vai all’articolo).

Se Loureiro, infatti, fa opera di saccheggio indiscriminato tra letteratura e cinema, raccattando a destra e a manca tutti i luoghi comuni più triti e ritriti per dare vita (non scherziamo, per favore…) al suo universo zombie, vi sono numerose testimonianze di autori che hanno saputo e voluto introdurre nell’iconografia classica dei non morti intelligenti variabili, senza per questo rinunciare alla tradizione del genere e del personaggio, semmai arricchendola di risvolti umani, psicologici, sociologici, persino sessuali.

Come se sempre di più l’essere zombie non fosse più soltanto da considerare come la stazione di arrivo, il capolinea del viaggio.

Per qualcuno, più audace o soltanto più lungimirante, la trasformazione in zombie diviene una esperienza che può effettivamente segnare una svolta, non necessariamente la fine.

Senza in alcun modo pretendere di essere esaustivo, ho ritenuto interessante cercare di analizzare questo processo di rinnovamento della ‘specie zombie’ partendo da un caposaldo del genere, ovvero l’opera di George A. Romero, ed esplorando contaminazioni e mutazioni successive scegliendo, tra i tanti possibili, alcuni titoli più recenti, a mio parere maggiormente rappresentativi.

Per ragioni di opportunità nel presente articolo farò riferimento esclusivamente a prodotti cinematrografici e televisivi.

LA LEZIONE DI GEORGE A. ROMERO

La prima domanda che appare lecito porsi nel momento in cui ci imbattiamo al cinema, in TV o sulle pagine di un libro in uno zombie, è: perchè? Per quale motivo un uomo dovrebbe improvvisamente trasformarsi in zombie? Forse per espiare una colpa? O forse, più pragmaticamente, per una botta di sfiga? O ancora… il caso che si fa caos, e decide i destini del mondo?

Non potrebbe trattarsi, invece, darwinianamente… di una predisposizione naturale dell’individuo o, per dirla meglio, di una nuova tappa evolutiva della specie umana?

La domanda appare banale, e la risposta rischia di essere troppo soggettiva per trovare davvero un consenso condiviso.

Di fatto si diventa zombie per la volontà dell’autore di raccontare la vita attraverso il filtro della non morte, ovvero la condizione di chi ha perduto il bene più prezioso, la vita, e vi rimane aggrappato senza alcuna consapevolezza.

Una volta resuscitati gli zombies, divenuta reale nel mondo la condizione di non morte, per chi è rimasto umano la vita si connota nuovamente di sostanza, corpo e anima. Si tratta di un ravvedimento in itinere spesso tardivo, quando ormai le cose hanno preso a scivolare tra le dita come sabbia… perchè la riscoperta del senso pieno della vita trova i pochi uomini scampati al contagio immersi nella dimensione del terrore, dove la morte, quella vera e immutabile, rischia di apparire l’unico rifugio desiderabile.

Qualunque sia la causa scatenante il contagio (parassita alieno, pandemia virale, terrorismo biologico, rabbia animale, intervento divino…), il nuovo ordine delle cose presuppone per ogni sopravvissuto, uomo o zombie, un cambiamento di prospettiva.

Tra umano e disumano, tra vivo e morto, tra bene e male, il confine si fa labile, in perenne oscillazione.

L’umanità intera ha smarrito le proprie radici e si ritrova a vagare in una terra di mezzo, popolata da sagome indefinite e ombre fuggevoli che è difficile identificare. Si tratta di creature opportuniste e mutevoli, sospettose e crudeli, solitarie e ingannatrici… che possiamo chiamare i sopravvissuti.

Non si tratta, come superficialmente saremmo portati a ritenere, di individui poi così diversi dai famigerati zombies, benchè questo possa apparirci inverosimile.

L’essere zombie, infatti, al di là dell’iconografia classica della cultura occidentale che lo identifica come un essere morto e in perenne decomposizione, attratto solamente dalla carne viva di altre creature, in lento ma incessante girovagare per quel mondo che ha contribuito a devastare… in realtà, l’essere zombie, prima ancora che una condizione fisiologica di non-morte, deve essere considerato uno stato mentale, una condizione dell’essere cioè che rende potenzialmente tutti gli umani, anche quelli vivi, degli zombies a loro insaputa.

George A. Romero

Da un punto di vista storico, la figura dello zombie nasce dalle tradizioni del voodoo haitiano, intrinsecamente legato a rituali di magia nera. Lo zombie è letteralmente un morto che cammina nel mondo dei vivi. Su di lui uno stregone ha operato una potente maledizione, privandolo dell’anima, rendendolo suo schiavo. Egli vagherà per il mondo alla ricerca dell’anima perduta, incapace di creare relazioni o di provare sentimenti, mero contenitore vuoto alla mercè dello stregone che lo ha trasformato.

Negli anni ’30 e ’40 del secolo scorso il cinema ha proposto interessanti raffigurazioni di questo zombie, per così dire, originale: L’isola degli zombies (White Zombie, 1932) di Victor Halperin, Revenge of the zombies (1943) di Steve Sekley, Ho camminato con uno zombie (I walked with a Zombie, 1943) di Jeacques Tourneur. Si tratta di rappresentazioni tragiche e poetiche al tempo stesso, in particolare quella di Tourneur, già autore dell’acclamato film Il bacio della pantera (Cat people, 1942).

Bisogna aspettare la fine degli anni ’60 perchè il cinema porti in scena un nuovo concetto di zombie, ispirato a figure già estremamente popolari nella letteratura e nel cinema dell’orrore come i vampiri e i lupi mannari.

Sul piano squisitamente simbolico si tratta di un salto di qualità importante. Questa nuova dimensione dello zombie, infatti, terrorizza l’uomo molto più di un vampiro o di un licantropo. La sua fame è incontrollabile e incondizionata, la sua ferocia tanto cieca quanto inesauribile.

Contro una creatura del genere non ci sono crocifissi che tengano, nulla può la conoscenza delle fasi lunari. Il terrore si fa orizzonte e ogni cosa diviene incubo.

George A. Romero, l’illuminato artigiano del cinema horror, padre putativo di tutta la genealogia zombie dell’era moderna, ha detto parlando di due dei suoi film più famosi: “Solo dopo La notte dei morti viventi, capii come quella degli zombies potesse essere una metafora potente e importante. Se non li si considera mostri, ma una rappresentazione di quel che noi uomini siamo diventati, ecco allora che il genere dei morti viventi acquista un’altra dimensione. Zombi nasce nel clima psicologico e sociale successivo a uno dei più bui e turpi periodi della storia americana, dopo l’escalation di sangue e morte della guerra del Vietnam″. (da La Repubblica del 16/07/2017)

La consapevolezza di essere burattini della vita, o di una sua proiezione, non sfiora quasi mai la coscienza umana, troppo impegnata a sopravvivere alle quotidiane avversità e a inseguire a tutti i costi quel benessere che appare, da solo, il significante ultimo della vita stessa.

La società del consumismo e della globalizzazione, oltre a distruggere le relazioni umane e ingigantire il solco delle diversità tra le genti, ha sdoganato finalmente il concetto del hic et nunc, il qui e ora, del subito o mai più.

Il non avere tempo per approfondire nulla che non sia finalizzato al proprio benessere, leggi egoismo esistenziale=sopravvivenza, ha prodotto una frattura insanabile nella società occidentale che si rispecchia fin troppo facilmente nella violenza e indifferenza con cui vengono gestite le relazioni umane.

Questo distacco dalle problematiche interiori e profonde dell’essere, che potremmo identificare con la negazione stessa di un Io interiore, e sintomo di una assoluta e cieca dipendenza dalla materialità più spiccia, ci restituisce un individuo e dunque una società nel suo insieme del tutto svuotati di un contenuto, mere custodie di un nulla che l’essere zombie riempie avidamente di una incessante brama di vita, quella degli altri, che viene così letteralmente divorata nel folle tentativo di colmare quel vuoto di cui si è detto.

Sotto questo aspetto, e qui sta la genialità sia pure in parte inconsapevole di Romero, siamo tutti, noi umani, degli zombie in potenza.

Ogni uomo, infatti, è soggetto alle pressioni del vivere quotidiano, regole e consuetudini che finiscono con l’appiattire le sensazioni e l’autonomia di pensiero, che uccidono il desiderio di esplorare il di dentro che ci muove, che infine ci consegnano all’anonimato consenziente e massificato del popolo zombie.

Durante la 66° edizione della Mostra del Cinema di Venezia, nel 2009, George A. Romero, presente con il suo ultimo film Survival of the dead – L’isola dei sopravvissuti, ha in qualche modo confessato: “Per la verità con La Notte dei Morti viventi volevamo fare niente più che un filmetto commerciale, esagerare con la violenza, ma una critica alla crisi sociale degli anni ’60? No, quello fu un caso. E invece, un paio d’anni dopo la sua uscita un articolo sulla rivista francese Cahiers du Cinema lo definì un film fondamentale in quanto esempio di cinema radicale, una reazione all’intervento militare Usa in Vietnam. Mi scoprii un autore socialmente impegnato e ci ho provato gusto. Hanno visto Zombi come una critica al consumismo, Il giorno degli zombi uno studio del conflitto tra scienza e tecnologia bellica, La terra dei morti viventi come una disamina dei conflitti di classe. A me non è che me ne fregasse molto, ma già che c’ero, tramite gli zombies mi divertivo a dire qualcosa su quello che stava in quel momento nella nostra società. Se avessi fatto dei film seri e importanti non avrei potuto dire tutte queste cose.” (da La Repubblica del 16/07/2017)

L’onestà intellettuale di Romero, che sembra in qualche modo sminuire la portata delle sue intuizioni relegandole all’astratto concetto di coincidenza o caso fortuito, non fa altro che confermare l’esistenza di una sotterranea linea di frontiera fra l’essere umano e lo zombie, una linea tanto sottile da non poter essere tracciata se non dopo l’effettiva trasformazione.

Affermare, quindi, che la mentalità zombie sia innata nell’uomo, sia esso in fuga dalla vita o semplicemente alla ricerca di un equilibrio che lo metta al riparo dalle angoscie del vivere, non è semplice esercizio di retorica filosofica, è logica esistenziale.

L’insicurezza del domani si trasforma in condizione permanente di rifiuto, di ribellione, di rivincita.

Lo zombie come il vendicatore dell’Apocalisse, direttamente proveniente dai gironi infernali, si fa Saturno e si nutre della carne dei suoi simili.

Così, la famosa e inflazionata affermazione di Romero: “Quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla Terra” suona persino ironica e fuorviante.

In realtà, non è stato necessario attendere il sold out dell’Inferno.

Gli zombie sono tra di noi, forse ci sono sempre stati, solo che non avevamo gli strumenti e la capacità di riconoscerli perchè sono come noi, siamo noi

Questa angosciante scoperta, resa con vivido realismo in opere più recenti come The walking dead e Fear the walking dead, configura oltre che la sconfitta e il decadimento della razza umana, la sua possibile fine.

Se l’umanità di fronte alla piaga dello zombismo non trova altra risposta che combattere contro altri esseri umani, allora il destino è segnato, il caos è destinato a prevalere e l’uomo a scomparire.

Si assiste a una escalation della ferocia umana indirizzata verso i propri simili, colpevoli unicamente di seguitare a lottare contro il flagello zombies, e quindi di insidiare il proprio residuo spazio vitale.

L’immagine che ne scaturisce è, appunto, quella di un girone infernale, dove ogni cosa, a cominciare dall’animo umano, brucia nel grande forno della malvagità.

Parallelamente a questo decadimento spirituale e sociale dell’animale uomo, Romero introduce un interessante percorso inverso per i suoi tanto amati zombies.

Dalla ferocia irrazionale e senza freni di The night of the living dead, gli zombies di Romero cominciano a manifestare segnali importanti di reminiscenze di una vita passata, vaghe e fuggevoli, ma pur sempre significative.

La psichiatria indica con il termine di coazione a ripetere quella dinamica comportamentale che induce l’uomo a compiere atti mosso da un irresistibile bisogno interno, contro il quale nulla possono il ragionamento e la volontà.

Nel film Zombi (1978) questo concetto si traduce nell’assedio portato dalla moltitudine di non morti ai pochi sopravvissuti che si sono rifugiati presso un centro commerciale.

Gli zombi si ritrovano in gruppo, loro malgrado richiamati da un’oscura forza interiore che li guida verso questo luogo che percepiscono familiare, in quanto fortemente connotato di simboli e valori della loro precedente vita, quella umana.

Il centro commerciale diventa allora simbolo di raccolta e socializzazione della comunità zombies.

Per quanto non si possa considerare questa azione come del tutto intenzionale, ma piuttosto come una manifestazione psichica di un io ancora vivo nonostante la trasformazione, è indubbio che questa sia una connotazione fondamentale per comprendere la genialità di Romero.

Egli insinua il dubbio che gli zombies possano ricordare, e si sa… ricordo dopo ricordo si arriva a recuperare il senso della vita.

Nei film successivi il percorso formativo-esistenziale dello zombie-tipo di Romero prosegue. Si tratta di un’evoluzione che mantiene sempre connotati di profonda ferocia verso il genere umano, ritenuto incapace non solo di comprendere le cause del contagio, ma di prevederne gli sviluppi.

Nel film Il giorno degli zombie (Day of the Dead, 1985), lo stesso Dr. Frankenstein (nome evidentemento scelto non a caso, quale simbolo di tutta la genealogia delle creature resuscitate alla vita) che esegue esperimenti sui non morti, giunge alla conclusione che dopo la trasformazione alcuni ricordi seguitino a circolare nella mente degli zombies, così come alcuni sentimenti ed emozioni.

Ne La terra dei morti viventi (Land of the Dead, 2005), il processo evolutivo giunge al suo culmine. Gli zombies, guidati da un non morto che ha conservato importanti facoltà intellettive, si organizzano e assaltano le roccaforti umane, dando non solo metaforicamente il via alla scalata della nuova società umana.

Nessuno come Romero ha saputo introdurre così tanti richiami politici e sociologici utilizzando come tramite dei semplici film horror, dando lustro ad un linguaggio popolare e rendendolo universalmente conosciuto.

Sotto questo aspetto la radicalità di Romero ha fatto scuola e negli anni si sono succeduti autori che, partendo da presupposti analoghi, hanno proposto visioni apocalittiche degne di nota (mi riferisco, in particolare, a: Danny Boyle con “28 giorni dopo” del 2002, Marc Forster con “World War Z” del 2013 e Yeon Sang-Ho con “Train to Busan” del 2016). Anche le due recenti serie TV, The Walking Dead e Fear the Walking Dead ideate da Frank Darabont e Robert Kirkman, possono essere ascritte a pieno titolo in questo filone più tradizionale, dove lo zombie fa lo zombie e l’uomo, anche quando sussurra travestito da zombie, fa l’uomo, con l’unico scopo di sopraffare altri uomini.

Ognuno di questi autori ha assecondando a modo suo l’assunto che l’uomo e la Terra siano creature fragili, sospese in una dimensione di solo apparente equilibrio. In questa prospettiva l’uomo risulta l’elemento malato, la cellula cancerogena che ha infettato dall’interno il mondo stesso in cui vive.

Per l’uomo, quindi, non si tratta più soltanto di ingombrante presenza, ma piuttosto di vera e propria infestazione.

L’essere zombie rappresenta così l’apice evolutivo, l’anello mancante prima della dissoluzione della specie come l’abbiamo conosciuta e, chissà, la nascita di una nuova forma di socialità.

FIDO, LO ZOMBIE DOMESTICO CHE TUTTA L’AMERICA SOGNA

Il concetto di schiavitù umana, intesa non solo come condizione di sottomissione fisica e spirituale, ma anche di assenza di una rete sociale di sostegno che funga da catalizzatore delle angosce e dei desideri di libertà, è insito nel soggetto zombie.

Lo zombie, il non morto, è schiavo della propria condizione sub-umana, che lo relegherebbe ai margini della società anche se egli fosse in grado di continuare a convivere pacificamente con gli umani di tutti i giorni.

Ma sarebbe davvero possibile un’integrazione di questo tipo?

I filoni letterari e cinematografici più ortodossi non hanno, di fatto, quasi mai supportato un’idea di tale portata, dimostrando semmai il contrario e cioè quanto la diffusione dello zombismo sia in realtà un contraltare della vita umana.

O l’uomo è in grado di reagire al contagio e di debellarlo o l’umanità è perduta.

Tuttavia vi sono stati tentativi, alcuni anche molto ben riusciti, di indagare la possibilità di una convivenza tra le due specie, e di seguito cerco di darne un quadro più compiuto.

Per prima cosa è giusto osservare come la possibilità di introdurre la variabile zombie nel contesto di un’umanità rivista a seguito del contagio sia pressochè una esclusiva di film o serie TV in cui le componenti di commedia e di ironia (più o meno macabra) sono presenti come elemento portanti della narrazione.

I tempi e i ritmi della commedia si adattano meglio alla necessità di apparire fuori dagli schemi, provocatori e irriverenti, persino spregiudicati.

Non è tanto la coerenza o la profondità del messaggio che ne risentono, ma più in generale, in una commedia che parla di zombies, si avverte la sensazione che ci si voglia ridere un po’ sopra, giusto per non dover affrontare di peso un problema che è, o potrebbe diventare troppo serio.

Mi riferisco, in particolare, a questi titoli: Fido, Warm Bodies, L’alba dei morti dementi, Benvenuti a Zombieland, Pride & Prejudice & Zombies.

Una trattazione a parte meritano le serie TV iZombie e In the Flesh.

Mentre iZombie è sicuramente anche molto commedia, ma sa spingersi oltre i tipici clichè del genere, indagando con un linguaggio visivo moderno e accattivante una realtà più tragica e orrorifica, In the flesh rientra di diritto nel novero di quei prodotti che non ammettono etichettature o catalogazioni. Si tratta di un gioiello autoriale, un piccolo grande capolavoro che attraversa i generi, che non può essere facilmente accostato a film o serie TV, se non forse il bellissimo e struggente Contagious (titolo originale: Maggie) di Henry Hobson, di cui vi ho parlato in apposito articolo. 

Fido, realizzato nel 2006 dal regista canadese Andrew Currie, è una pellicola che pur trasudando ironia e sarcasmo racconta gli effetti della contaminazione zombie all’interno delle faccende umane con il taglio tipico della psicologia sociale e della sociologia.

In primo piano sono infatti le interazioni tra gli individui e i gruppi sociali, i processi di socializzazione tra umani e zombies, una volta che questi ultimi sono stati resi docili e produttivi.

Un film particolarmente riuscito e apprezzato dalla critica ma vergognosamente ignorato dal pubblico americano (in Italia, poi, Fido è uscito solo in DVD ed è stato visto da pochi fortunati e/o avveduti abbonati in un paio di passaggi notturni su RAI 4), poco interessato alla rappresentazione di un universo zombie così distante dagli stereotipi del genere horror e forse infastidito dall’idea di essere potenzialmente preso di mira per la propria dipendenza dalla società del benessere.

Le vicende narrate in Fido sono collocate fuori dal Tempo reale ma in una società facilmente riconducibile a quella americana piccolo borghese degli anni ’50 e ’60, caratterizzata da un benessere forzosamente ostentato e alla portata di tutti, anche di coloro che, a conti fatti, non potrebbero davvero permetterselo.

L’umanità, quel che ne rimane, è reduce da una guerra combattuta contro gli zombies.  Nonostante la guerra sia stata vinta, l’uomo ha dovuto fare i conti con la nuova realtà, che lo costringe a vivere in città fortificate.

Gli zombies, infatti, non sono stati del tutto annientati, e rappresentano ancora un potenziale pericolo. Tuttavia, grazie ad un geniale scienziato della Zomcon, la principale azienda che progetta sistemi di sicurezza al mondo, è stato sviluppato e lanciato sul mercato un particolare dispositivo elettronico, una sorta di collare, che inibisce gli istinti più aggressivi e cannibalici degli zombies, di fatto rendendoli docili e obbedienti servitori dei loro padroni umani.

Questa geniale trovata consente a Currie di sviluppare una serie di divertenti situazioni, sempre in bilico tra la commedia umoristica e l’horror garbatamente trash, ma non per questo meno cariche di interessanti riflessioni sul piano sociale.

Innanzi tutto prende forma e diviene sostanza l’assunto relativo alle nuove forme di schiavitù ricordato ad inizio capitolo.

Gli zombies, grazie al collare della Zomcon, si trasformano in oggetti di proprietà, come una volta gli schiavi nelle piantagioni o a servizio presso le famiglie abbienti.

Possedere uno o più zombie, al pari di modelli aggiornati di auto o frigoriferi, definisce lo status sociale della famiglia e la colloca in un ben preciso settore della comunità civile, introducendola a relazioni più ampie e competitive che stimolano la rincorsa al benessere.

In questo contesto di sfruttamento della specie zombie veicolato dal collare Zomcon che ne azzera l’aggressività e la pericolosità sociale, emerge paradossalmente il lato ancora umano intrappolato nei trasformati.

Uno zombie con collare non è soltanto, infatti, un bravo domestico, ma può tornare ad essere un bravo papà, un affettuoso marito o un fedele compagno di gioco.

Questa condizione di umanità latente che il collare Zomcon riattiva con tanta fortuna per le aziende che si specializzano nella gestione del personale domestico (come oggi succede per la ricerca di badanti e assistenti personali a domicilio per i nostri anziani), insinua un atroce dubbio in tutti coloro che palpitano per le vicende di Rick Grimes o Alicia Clark, gli eroi smarriti e solitari delle serie TV sugli zombies attualmente più conosciute: quanto è davvero scomparso all’interno di uno zombie il suo essere umano se è sufficiente un dispositivo elettronico per fare riafforare emozioni e sentimenti, persino ricordi?

L’idea che residui una dose di umanità negli zombies, soprattutto in quelli appartenenti al proprio nucleo famigliare, è un’idea sufficiente a generare non solo confusione e angoscia, ma anche e soprattutto rifiuto verso la nuova realtà.

Non si contano, infatti, le occasioni in cui un parente che si è trasformato venga tenuto in vita e accudito come un eletto o un simulacro. Esemplare, al riguardo, è il personaggio di Celia Flores nella stagione 2 di Fear the Walking dead: la donna ha avvelenato tutti i parrocchiani ma li tiene in vita,  custoditi e accuditi nelle cantine di una grade fazenda, convinta che essi fungano da tramite con Dio per il nuovo corso del destino umano.

In Fido, invece, i toni leggeri e vagamente demenziali solleticano una maggiore benevolenza verso questa forzatura, come se la trasformazione potesse rappresentare un’opportunità di riscoperta piuttosto che una perdita definitiva.

Se prima del contagio i rapporti tra marito e moglie o tra papà e figlio erano freddi e impersonali, ora è possibile esplorarli ex novo e riscoprirli pienamente (magari sostituendo negli affetti il marito troppo distante con il più arrendevole ma non meno desiderabile zombie domestico!), perchè la condizione di zombie con il collare ha aperto una porta e oltre quella è presente solo un gran senso di scoperta e di stupore, come sempre quando ci si immerge in un sogno ad occhi aperti.

La poeticità e la tenerezza che caratterizzano Fido non devono comunque rassicurare troppo, perchè la critica alla società perbenista sa essere feroce e le nefaste conseguenze sono lì dietro l’angolo.

La coesistenza tra umani e zombies è possibile a patto che si sia attrezzati, soprattutto psicologicamente, a sostenerne le conseguenze.

Se la natura umana è di per sè fallibile, gli zombie che ne rappresentano l’evoluzione sono lì a dimostrarlo. Così, se pure è stato sufficiente un collare elettronico per bloccare i loro più feroci istinti, è pure vero che basta un piccolo malfunzionamento del collare per rimettere di nuovo tutto in discussione.

La situazione di stallo può essere risolta solo dal classico compromesso all’italiana, dove vantaggi e svantaggi di una scelta trovano giustificazione nel vicendevole profitto.

Umani e zombies riassestano così i loro equilibri in una società artificiosa, caratterizzata dal solito opportunistico desiderio di dominio dell’uomo e dove gli zombies col collare diventano simbolicamente la perfetta sintesi tra peccato e redenzione.

La loro trasformazione al contrario, da zombies famelici a miti maggiordomi, li colloca all’apice del desiderio di benessere della famiglia medio borghese americana. E per gli zombies stessi, servire presso una famiglia altolocata, diviene marchio di garanzia, come ben rappresentato dagli esilaranti inserti pubblicitari che il film propone lungo il suo sviluppo proprio per raccontarci con il linguaggio tipico della televisione commerciale il grande cambiamento!

WARM BODIES, OVVERO L’AMORE AL TEMPO DEGLI ZOMBIES

Se in Fido la componente sessuale viene appena abbozzata, in Warm Bodies, realizzato dal regista americano Jonathan Levine nel 2013 e ispirato all’omonimo romanzo di Isaac Marion, essa diventa il motore trainante della vicenda.

A suo modo si tratta di un film innovativo che propone, sia pure in un formato adolescenziale e chiaramente debitore alla saga vampiresca di Twilight, un imprevedibile intreccio amoroso tra umani e zombies.

Lo spunto iniziale è sempre lo stesso: un virus sconosciuto ha trasformato gli uomini in zombies e questi sono mossi da un’unica volontà, quella di cibarsi degli umani, preferibilmente del loro cervello.

Questa prima sottolineatura, il desiderio di nutrirsi del cervello umano, ridefinisce il quadro della fisiologia zombies, arricchendola di interessanti spunti di riflessione.

Non basta più, infatti, la sanguinolenta profusione di viscere e organi interni masticati in un’orgia delirante di corpi in putrefazione a definire la brama di vita dello zombie.

In Warm Bodies si assiste ad una sorta di alzo del tiro, come se la tipologia del nuovo piatto del giorno, il cervello per l’appunto, raccontasse senza tema di smentita di una vera e propria evoluzione del gusto, che si fa più raffinato ed esclusivo.

Mentre il consumo di arti e visceri si rifà ad un’idea animalesca e brutale, quasi compulsiva dell’essere zombie, l’idea che questi esseri prediligano ora cibarsi del cervello umano, sede del pensiero cosciente e macchina dei ricordi, ce li fa apparire come una specie in evoluzione, che acquisisce esperienza e sulla base di essa opera scelte.

Se poi si osserva che fino a questo momento storico dell’iconografia zombies l’unico cervello che appariva necessario distruggere per porre fine alla loro non-vita era proprio quello dei non-morti, c’è di che rimanere affascinati dalla piega presa dalla narrazione di Levine.

La riflessione che immediatamente ne scaturisce è davvero intrigante e ci riconduce dritti come un fuso all’idea di partenza e cioè: può ritenersi l’essere zombie un anello di congiunzione tra l’uomo sapiens sapiens e qualcuno / qualcosa che verrà dopo?

La questione non è di mera lana caprina, come del resto lo stesso Levine suggerisce introducendo un ulteriore spunto di analisi dell’evoluzione non solo fisica ma anche psicologica dello zombie.

Nutrirsi del cervello umano, infatti, pone gli zombies nella condizione di acquisire i ricordi della persona morta e attraverso di essi formare una sorta di substrato esperenziale, formato da un’infinità varietà di stimoli e sensazioni.

Come se l’atto cannibalico si rivestisse di significati rituali e non semplicemente cannibaleschi: mi nutro del suo spirito, non solo del suo corpo.

Questa interpretazione, presente nel cannibalismo rituale lungo l’arco di tutta la storia del genere umano e diffusa anche al giorno d’oggi in particolari realtà tribali, consente di comprendere e spiegare la trasformazione al contrario dello zombie, che lentamente, grazie ai ricordi e alle emozioni immagazzinate nei cervelli di cui si nutre, recupera e fa nuovamente suo il patrimonio di umanità che sembrava aver perduto per sempre.

Come il sangue per i vampiri o, più modernamente, come per i Rememory del film The final cut, il cervello umano funge da catalizzatore e spinge lo zombie verso una nuova vita.

Si tratta, evidentemente, solo di un primo passo verso il ritorno all’umanità. Affinche il processo di ri-trasformazione possa completarsi è necessario che l’interazione zombie – uomo abbia luogo non soltanto nella rinnovata coscienza dello zombie, ma avvenga nella realtà.

Perchè questo accada è necessario che si realizzi la condizione del riconoscimento dell’altro, ovvero che uomo e zombie possano trovare un canale esclusivo di comunicazione e attraverso di esso instaurare un rapporto solidale.

Detto così sembra un’impresa impossibile, ma per Levine, che ha studiato con attenzione la lezione di Twilight, in realtà la soluzione è persino banale: è sufficiente, infatti, che lo zombie R. mangi il cervello del fidanzato di Julie, perchè si innamori della ragazza e intraprenda una epocale ribellione all’interno dell’universo zombies per riportare le cose a posto come erano prima del contagio.

L’amore, si sa, è il più grande motore delle vicende umane, e non è un caso che la storia d’amore tra lo zombie R. e Julie sia in realtà una riproposizione in salsa horror della love story per eccellenza tra Romeo e Giulietta, sia pure a lieto fine…

Questa soluzione accontenta un po’ tutti, soprattutto chi ha sempre pensato che gli zombies, pur nel buio profondo della loro perduta anima, restino in qualche modo umani.

Anche quelli per davvero perduti per sempre, come gli Ossuti di Warm Bodies, quelli per i quali non ci sarà ritorno. Si tratta dei primi contagiati, famelici e brutali al punto da non essere più in grado di vedere altro che cibo in un uomo. Per loro l’unica pietà è la morte.

Warn Bodies, pur essendo niente più di un film horror di intrattenimento leggero, introduce una serie di interessanti spunti nell’analisi della fisiologia e psicologia zombie, che troveranno uno sviluppo e un adeguato collocamento nella società dicotomica proposta dalla serie TV iZombie.

Segnalo inoltre che è prevista da Lionsgate la produzione di una serie TV ispirata al romanzo e al film.

L’ALBA DEI MORTI DEMENTI, COME FAR QUADRARE IL CERCHIO

Dall’inizio di questo articolo coltivo la sensazione di stare disegnando sulla sabbia un grande cerchio. Gira e rigira l’idea che tra gli uomini e gli zombies esista un legame più ampio rispetto a quello stabilito dalla relazione esistente tra una causa (il contagio, di qualunque natura esso sia) e l’effetto da essa indotto (la trasformazione in non morto), si fa sempre più concreta.

Una prova tangibile di questo sospetto, cioè che vi sia dell’altro che mette in relazione l’uomo con lo zombie, ci viene fornita dal film L’alba dei morti dementi (titolo originale: Shaun of the dead), realizzato nel 2004 da Edgar Wright.

Film godibilissimo, intriso di un humour demenziale di stampo tipicamente british che sa essere intelligente anche quando ricorre alle scene più trash, L’alba dei morti dementi suggerisce l’idea che sentirsi zombie sia una condizione diffusa dell’essere umano.

Vivere una vita noiosa, priva della gioia della scoperta e della consapevolezza, schiavi della routine quotidiana e circondati da persone affette dalla medesima condizione di estraneità alle cose del mondo, può essere considerato un vero e proprio stile di vita zombie.

Insensibile e apatico, ripetitivo e annoiato, cieco e sordo ai richiami del mondo, l’uomo-zombie attraversa la vita come ospite distratto e indifferente, sentendosi a proprio agio solo nel vuoto di sè stesso, o al massimo condividendolo con il migliore amico e una birra, o con un videogioco.

Questa è la vita non-vita di Shaun, fidanzato da una vita con una ragazza di cui scorda sistematicamente il compleanno, che lavora vendendo elettrodomestici e il cui più lungo viaggio intrapreso lo porta tutte le sere al solito pub…

In questa routine zombificata dalla noia del vivere quotidiano, un bel giorno irrompono gli zombies veri, quelli misteriosamente trasformatisi in famelici mostri da una qualche sconosciuta infezione.

E come facilmente immaginabile, viste le premesse, Shaun non si accorge di nulla, abituato com’è a scivolare attraverso le cose della vita senza davvero curarsi di esse…

Si tratta di una convincente rappresentazione di quello che, ad inizio articolo, ho definito stato mentale dello zombismo, la condizione umana per la quale per essere uno zombie non è necessario venire morsi e trasformati e sentire il bisogno di mangiare carne viva, no, è sufficiente la resa incondizionata al vivere, l’abbandono della lotta, il lasciarsi trasportare dalla corrente, morire dentro.

In realtà la natura di perdente di Shaun, il suo essere zombie a propria insaputa, lo pone nella condizione migliore per reagire alla nuova situazione e risvegliare nella sua coscienza quei valori che parevano irrimediabilmente perduti.

Il suo approccio al pericolo del contagio, la sua lotta per difendere la fidanzata, l’amico del cuore, la mamma e persino il pub che è il centro della sua vita, sono paragonabili infatti ad un viaggio di formazione e ri-scoperta e sono gli zombies stessi, quelli veri, a dare a tutto questo un significato.

Nel divertente e a volte cinico humour che impregna la pellicola, non manca il colpo di classe che fa scattare tutti in piedi per tributare la standing ovation.

Affrontato il pericolo, superata la prova, l’uomo che aveva rischiato di divenire zombie per attitudine ha rimesso le cose al suo posto: ora sono i veri non morti a lavorare come schiavi per vendere elettrodomestici, a partecipare agli stupidi reality show, a muoversi nel mondo come gli involucri privi di forma e sostanza che sono.

L’uomo, quello vero e vivo, è tornato ad interessarsi della propria vita, dei propri affetti, e Shaun ha pure deciso di sposarsi, restando amico del proprio migliore amico che ora è diventato uno zombie e vive nella casetta degli attrezzi in giardino giocando con lui all’immancabile videogioco ogni volta che Shaun trova il tempo di fargli una visitina…

Sembrerebbe quasi la perfetta quadratura del cerchio: l’uomo vince la sfida dello zombismo nel momento in cui decide di credere in sè stesso, nel momento in cui riscopre l’anima e la pone al centro dei propri interessi.

Può sembrare un finale scontato, e tutto sommato lo è. Ma non è un finale che può lasciare dormire sonni tranquilli.

Perchè se è vero, come abbiamo visto che è vero, che trasformarsi in zombie può essere determinato da una condizione di fragilità, psicologica e sociale, tale da renderci estranei alla vita e quindi individui solitari, automi indifferenti e cinici, è anche vero che il pericolo di una trasformazione reale e incontrollata in autentici zombies, creature sub umane in decomposizione e perennemente affamate di carne umana, è sempre vivo e apparentemente irrisolto.

iZOMBIE, QUANDO ESSERE MORTI CONVIENE

iZombie è una serie TV prevalentemente rivolta ad un pubblico giovane e dinamico, non necessariamente formatosi allo specifico tema dei non morti attraverso la lettura e la visione dei classici sull’argomento.

Attribuirle quindi il merito di avere ampliato a dismisura il bacino di consensi e curiosità attorno allo zombismo potrebbe apparire esagerato, eppure…

iZombie, prodotta dal 2015 al 2019 dagli stessi autori della serie cult Veronica Mars e recentemente giunta al termine del suo intrigante copione, si ispira all’omonima striscia di fumetti creata da Chris Roberson e Mike Allred edita da DC Comics.

Olivia Moore è una studentessa di medicina che, dopo essere stata trasformata in zombie, ritorna in vita scoprendo di desiderare non solo di mangiare cervelli umani, come ogni vero zombie che si rispetti, ma anche di voler conservare ad ogni costo la propria umanità e continuare a vivere, se possibile, la sua vita precedente fatta di amore, amicizia e divertimento.

Subito scaturisce la prima considerazione, non semplicemente consolatoria, che attribuisce a iZombie il merito di avere introdotto nella tipica iconografia del non morto un’audace variante e cioè: venire trasformati in zombie non significa necessariamente perdere la propria umanità, diventare un mostro senza più alcun controllo sui propri istinti, al contrario può rappresentare lo spunto per un viaggio di scoperta nelle profondità dell’essere.

Si tratta di una considerazione essenziale, sulla quale si gioca tutta la credibilità di questa serie TV.

Tra l’altro rappresenta un elemento a sostegno della tesi proposta all’inizio di questo articolo, quella che presuppone l’esistenza di un percorso evolutivo nella narrazione della genesi fisiologica e psicologica dello zombie.

Del resto, a ben guardare, questa soluzione narrativa si inserisce in un filone di rinnovamento della classica tradizione horror già sperimentata in prodotti analoghi.

Pensiamo ad esempio alla figura dei vampiri giovani, affascinanti, romantici ma anche eticamente combattuti rispetto al tema della conservazione della vita mortale degli umani che ci sono stati mostrati in: True Blood, The Vampire Diaries, The Originals e nel già citato Twilight, senza dimenticare la saga di Underworld.

La stessa operazione di rinnovamento ha interessato la figura del lupo mannaro, da sempre specie antagonista, che ritroviamo intrinsecamente legata a quella del vampiro in quasi tutti i titoli citati, e che è protagonista principe della serie TV Teen Wolf.

La seconda questione, direttamente derivata dalla precedente, suona ancora più minacciosa e improbabile: può la società umana accettare e integrare al proprio interno, sia pure in presenza delle rassicurazioni espresse al punto precedente, una sottospecie come quella zombie, notoriamente orientata all’annientamento della vita umana?

Le differenze per così dire fisiologiche tra l’essere zombie e l’essere vampiro o lupo mannaro, giocano decisamente a sfavore dei primi. Lo stato di putrefazione e decomposizione permanente in cui vagano disorientati per il mondo, rende gli zombies assolutamente inadatti alla coabitazione con gli umani.

Secondo l’iconografia classica gli zombies non possono interagire in alcun modo se non quello determinato dalla fame di carne e di cervelli.

Il vampiro e il lupo mannaro, invece, hanno dalla loro la capacità di trasformarsi, di mimetizzarsi, di vivere nella notte come creature misteriose e persino seducenti, dotate di un magnetismo animale che affascina e ammalia gli umani, irretendoli nella loro tela.

Se dunque ci trovassimo nella realtà di tutti i giorni, dove la diversità nel colore della pelle o della religione, per non parlare del tifo calcistico, sono ragioni sufficienti per scatenare le paure e le rabbie più viscerali, la risposta non potrebbe che essere un secco NO, gli zombies non potranno mai vivere accanto agli umani nella società civile.

Eppure…

Nella finzione televisiva di iZombie la risposta è infatti un sorprendente SI e quello che ne scaturisce è un microcosmo popolato di persoaggi credibili e assolutamente plausibili nonostante lo scenario proposto sia evidentemente quanto di più improbabile al mondo.

Merito di una sceneggiatura brillante e di una recitazione davvero ispirata, che offre un intrattenimento divertente e vivace senza però mai rinunciare ad esplorare l’io più dolente e malinconico della protagonista, interpretata da una straordinaria Rose MvIver.

Difficile non rimanere affascinati da una creatura come Olivia che pur essendo morta (o non morta, a seconda dei punti di vista), con tanto impeto e dedizione si dedica a preservare la vita…

Certo, non tutti gli zombie di Seattle (la città dove è scoppiata l’epidemia, provocata dall’utilizzo di una nuova droga, l’utopium, distribuita da Blaine DeBeers, lo spacciatore più scaltro e cinico della città), hanno la personalità e il fascino di Olivia Moore, e nemmeno possono vantare il suo incrollabile ottimismo, che la portano a considerare la sua nuova vita da zombie un’opportunità e non solo una tragedia.

Olivia vuole fortemente riappropriarsi del suo ruolo nel mondo, ma per farlo ha la necessità di fingersi umana a tutti gli effetti. La cosa non è così semplice, non tanto per la trasformazione dei suoi connotati fisici (capelli albini, colorito cadaverico, occhiaie profonde) ai quali riesce ad ovviare con del buon maquillage, quanto per l’aspetto emotivo e ralazionale del suo essere.

Tutto il piccolo universo nel quale viveva immersa fatto di amicizia, amore, lavoro, viene sconvolto: la Olivia zombie farà di tutto, compreso allontanare da sè le persone che ama per proteggerle, cercando disperatamente di ridare senso ed equilibrio alla propria vita, ma dovrà lottare contro i pregiudizi e la paura del mondo per riuscire a farlo.

Vediamo come…

Come lo zombie R. protagonista di Warm Bodies, anche Olivia sente la necessità di nutrirsi di cervelli umani. E’ un bisogno inizialmente quasi compulsivo, che rischia di trasformarla in una zombie assassina. L’impiego come assistente del medico legale, con tutti quei cadaveri di morti ammazzati a disposizione per autopsie e banchetti a base di cervello fresco, le offre l’opportunità di saziare la propria fame e tenere sotto controllo gli istinti più pericolosi, ma non solo.

Basta poco a Liv, infatti, per rendersi conto che mangiare un cervello umano sia non solo un atto di fame ma anche, se non soprattutto, un intimo e profondo compenetrarsi di emozioni, ricordi, stati d’animo e comportamenti con la persona defunta.

Una specie di comunione dei sensi che la trasforma in sensitiva agli occhi del mondo degli umani, l’unica sensitiva in grado di risolvere i casi di omicidio attraverso l’ingestione del cervello della vittima invece che evocarne lo spirito.

Visivamente, la preparazione da parte di Olivia dei suoi pranzetti a base di cervello umano è quanto di più raccapricciante e al tempo stesso più divertente che iZombie potesse mostrare ai suoi spettatori: in pochi secondi di filmato vediamo realizzate le ricette più colorate e fantasiose, alcune davvero invitanti, e le modalità di assaggio di Olivia sono rese con comica verosimiglianza.

La posizione di Olivia è privilegiata, la mette al riparo da pericolose crisi di astinenza che la indurrebbero a comportamenti aberranti.

Ma non tutti gli zombies di Seattle possono dirsi altrettanto fortunati.

La loro vita, la loro non morte… si consuma nell’anonimato più angoscioso, sempre sul filo della clandestinità e del terrore di venire scoperti. Alimentarsi di cervelli umani non è proprio una pratica sostenibile in pubblico nella società civile!

Ben presto, quindi, la crisi di Seattle impone alla Casa Bianca l’adozione di leggi speciali e la messa in quarantena di tutta la sua popolazione.

In questa dicotomica dimensione della società uomo – zombie che si viene a instaurare nella Seattle descritta da iZombie, diventa essenziale per lo spettatore la sua capacità di sospensione dell’incredulità, ossia quella particolare volontà che lo pone nella condizione di mettere da parte per l’intera durata dello show il proprio spirito critico e di prendere per buone tutte le soluzioni narrative proposte, comprese quelle più inverosimili.

Se si riesce a fare questa operazione, l’opera di fantasia si trasforma in realtà e ci si trova catapultati nell’azione insieme ai personaggi come se ci si trovasse al loro fianco (sul tema della sospensione dell’incredulità ho già parlato nell’articolo H. G. Wells junior, a che ora è la fine del Mondo? a proposito della burla giocata da Orson Welles a tutta l’America con la sua famosa invasione marziana raccontata alla radio nel 1938).

Nessuno a Seattle può più rifiutarsi di negare l’evidenza della propria umanità o del proprio zombismo.

E per quanto il bene della collettività vada tutelato a tutti i costi, la distinzione tra umani e zombies diventa questione di acceso dibattito e scontro politico.

Se lo zombie non attacca l’uomo per mangiarselo e conserva i propri affetti, le proprie amicizie, il proprio lavoro… se, in altre parole, conserva il proprio ruolo nella società e nella famiglia, perchè dovrebbe da esse venire bandito o, addirittura, eliminato?

Nasce così, in una grottesca ma sempre lucida escalation di trovate provocatorie, la necessità di promuovere una carta dei diritti degli zombies, una sorta di tavole della legge di asimoviana memoria (vedasi le tre leggi della robotica).

In attesa che qualche scienziato scopra finalmente la cura per debellare il contagio e riportare gli zombies alla loro piena umanità, è di primaria importanza garantire uno stato di equilibrio tra le due comunità di Seattle, quella umana e quella zombie.

La prima necessità, per quanto incredibile possa sembrare, è quella di garantire a tutti gli zombies una soluzione alla loro fame di cervelli umani… una soluzione che possa tutelare la vita degli umani senza per questo privare gli zombies della loro non morte.

Detto in altre parole: bisogna trovare il modo di dare da mangiare dei cervelli umani agli zombies per evitare che questi se ne riforniscano da soli andandosi a mangiare per la strada le persone…

Ditemi voi se c’è qualcosa di più sconvolgente e temerario di questo in una logica narrativa che voglia apparire credibile?

Personalmente rispondo di NO, non c’è.

Eppure, iZombie continua a funzionare a meraviglia e diventa, anzi, ancora più intrigante!

Davanti a questa necessità fisiologica del nutrirsi per non morire, l’etica e la morale abdicano di fronte al pragmatismo cinico e ipocrita della società americana che si svela in tutta la sua a-moralità e ci propina la soluzione più logica e agghiacciante.

I cervelli di cui abbisognano gli zombies di Seattle vengono procurati da apposite società ricorrendo a pratiche criminali.

Non solo.

Da una parte, per gli zombies della borghesia e dell’élite sociale che possono permetterselo, la degustazione di cervelli umani assume la valenza di una cena al ristorante del Bastianich o del Cannavacciuolo di turno (Cracco per favore, no!), con specialità rimediate inseguendo i gusti della clientela.

Per tutti gli altri, la popolazione zombies anonima e diseredata, non resta che accontentarsi delle apposite barrette di omogeneizzato di cervello, poco nutrienti e di dubbia provenienza.

E’ interessante notare che in questa sempre maggiore definizione del rapporto tra i non morti e il cibo, la serie iZombie ci mostri come il cervello umano diventi l’unica fonte di nutrimento possibile e accettabile.

Sembra evidente che con questa scelta si voglia sottolineare come per gli zombies l’evoluzione del gusto proceda di pari passo con l’evoluzione degli istinti predatori.

Lo zombie, infatti, non è più un mostro mosso unicamente dall’incontrollabile appetito di carne, viscere e sangue ma un diversamente morto (o diversamente vivo, se preferite) che ha sviluppato la capacità di procastinare il momento di nutrirsi, organizzandolo all’interno della propria vita secondo criteri di piacere e affinità (ad esempio, la cena al ristorante con il menù a la carta).

I cervelli da gustare sono scelti all’interno di un carnet di proposte gestito direttamente da maître che assurgono al ruolo di veri e propri spacciatori. Come per uno chef umano diventa strategica la scelta del vino da abbinare ad una specifica portata, così per lo chef zombie la scelta del cervello da proporre al cliente deve rappresentare per questo una nuova occasione di conoscenza.

Mangiando il cervello di una persona ci si nutre in modo rituale del suo karma.

Detto così può sembrare persino romantico, in realtà di romantico vi è poco o nulla del tutto. La vera domanda che dobbiamo porci è un’altra: da dove provengono questi cervelli?

iZombie non si sottrae al dubbio, smascherando a modo suo le colpe di un mercato globale che insegue i profitti ad ogni costo.

La malavita controlla le attività commerciali e ha messo in piedi un rodato meccanismo di complicità a tutti i livelli. I canali di approvigionamento e distribuzione sono sostanzialmente due.

Il primo è rivolto alla popolazione zombies di Seattle in generale, l’esercito dei non morti che non ha volto nè voce. Per questi diseredati vengono utilizzati i cervelli provenienti da paesi perennemente afflitti da povertà e corruzione, le modalità di asporto della materia prima si possono solo immaginare. I controlli sulla freschezza del prodotto sono ridotti o assenti, tanto poi tutto finisce nel tritacarne per la produzione delle barrette di omogeneizzati. La distribuzione delle barrette alla popolazione avviene come al tempo della guerra attraverso buoni pasto rigorosamente contingentati, dopo file interminabili ai banchetti presidiati dalle forze dell’ordine.

Il secondo, invece, è destinato all’élite borghese e danarosa della città, zombies che hanno conservato il loro status sociale e che frequentano il locale di Blaine DeBeers, dove la degustazione di cervelli avviene attraverso la certificazione della filiera produttiva, con l’indicazione geografica della provenienza e delle caratteristiche più rilevanti della persona cui il cervello apparteneva (sesso, età, professione, hobby, ecc.). La rete di distribuzione di questi cervelli può solo essere ipotizzata, ma data la natura criminale degli affari gestiti da Blaine è facile supporre l’esistenza di una rete di operatori a libro paga negli obitori di tutta l’America… e non solo.

Questa differenziazione nella tipologia della dieta per le due categorie di zombie, non esprime soltanto una brutale e sbrigativa distinzione di classe sociale, ma sottende anche un più insidioso messaggio di stampo sociologico: solo la vera conoscenza può generare il desiderio di conoscere ancora e rendere così liberi.

La massa di zombies alimentata con i frullati di cervelli di seconda e terza scelta viene di fatto privata della possibilità di sperimentare la comunione del karma del donatore, e confinata in un sempre più esiguo spazio vitale, quello residuo della propria non morte.

Un po’ troppo poco per sperare di poter davvero resistere alla tentazione di ribellarsi o di farla finita per sempre.

Ma esiste una possibile fine per l’essere zombie? O non è già tutto finito una volta che si è stati trasformati in zombie?

Anche di fronte a questo quesito iZombie trova il modo di stupire e razionalizzare un’idea, un concetto di per sè irrazionale come la morte, non tanto quella oggettiva e materiale del corpo, quanto quella profonda e spirituale dell’anima.

La morte, la tanto evocata e temuta morte, che per lo zombie è da considerarsi paradossalmente sinonimo di immortalità, trova in iZombie la sua più sofferta e profonda rappresentazione, e lo fa mettendo in scena un nuovo paradosso… cioè offrendo in dono la vita eterna.

La trasformazione di un essere umano in zombie non è più, come ai tempi di Romero, una faccenda di soli corpi dilaniati e viscere penzolanti. Diventare zombie non è solo sinonimo di sfiga o poca avvedutezza.

In iZombie la trasformazione diventa scelta, soluzione.

Davanti alla certezza della morte, quella vera e definitiva, la trasformazione in zombie rappresenta l’occasione per preservare la vita, quella fiamma che nei non morti abbiamo scoperto non spegnersi  mai.

Tra le fila dei non morti, infatti, nasce la consapevolezza di poter rappresentare un dono per gli umani, non solo una condanna.

La risposta della non morte alla morte ha in sè tutte le caratteristiche della vita eterna.

Si tratta di una immagine e di un concetto potente, assolutamente nuovo e impensabile fino a poco tempo fa nell’iconografia zombie.

Dai tempi di Romero sapevamo che la trasformazione in zombie, in assenza di cure o antidoti, è una condizione definitiva: come creature provenienti dall’inferno saremmo destinati a vagare per il mondo per l’eternità, consumandoci lentamente, cadaveri in decomposizione, fino a quando legamenti e ossa fossero in grado di tenere insieme i pezzi.

Sapevamo anche che a questa condizione di mostri erranti senza meta ci potremmo sottrarre solo se qualche anima pietosa decidesse di fare polpette del nostro cervello bacato.

Non proprio un’immagine edificante.

A questo scenario irrazionale eppure universalmente accettato, iZombie sostituisce una visione romantica dello zombie, non dico desiderabile ma indubbiamente suggestiva.

E per rincarare ancora la dose di sorprese e soluzioni ad effetto, ecco spuntare persino la figura di Renegade, il contrabbandiere di umani malati terminali, lo zombie-guaritore.

Si tratta dell’apoteosi finale del concetto di non morte che travalica il significato stesso della vita.

Pensiamoci: un uomo malato, in stato terminale, si rivolge a Renegade, lo zombie-guaritore, per ottenere in dono la non morte, e continuare così a vivere… da zombie!

Da uno scenario potenzialmente apocalittico, iZombie trae lo spunto per riflettere sui limiti e i confini della vita gettando uno sguardo curioso e ammiccante oltre l’orizzonte conosciuto.

Un orizzonte che appare irreale ma non per questo meno seducente tanto che quando poi, finalmente, la cura allo zombismo viene trovata diventa inevitabile per molti porsi la domanda: mi conviene davvero tornare umano?

Nella finzione narrativa la risposta è la creazione di Zombie Island, una comunità di zombies che vive in una sorta di riserva protetta, sulla quale in futuro non sarebbe male poter gettare uno sguardo indagatore, alla scoperta di nuove tracce e indizi sull’evoluzione della specie.

Tra i film di zombies che propongono tematiche accostabili a quelle di questa serie TV, posso citare Dead Rising Watchtower (ispirato all’omonimo videogioco) di cui ho parlato in un articolo a parte.

IN THE FLESH, ANCHE GLI ZOMBI SOGNANO DA VIVI

In realtà c’è già stato chi, al di qua dell’oceano, ha dato ben più di uno sguardo oltre il muro del contagio zombies. Visione è il termine più appropriato: una visione malinconica, realistica, poetica… potente.

Si tratta di In the flesh, serie britannica poco conosciuta in Italia (dove ovviamente è rimasta inedita), prodotta dalla BBC e creata dal genio di Dominic Mitchell.

Due sole stagioni rispettivamente di 3 e 6 episodi, una improvvisa e ingiustificata interruzione, ma In the Flesh ha lasciato un segno profondo e indelebile nella nostra carne, ben più di quanto il titolo lasciasse presagire.

Al cospetto di questa serie, della sua forza evocativa, del suo grido disperato, un dolente inno alla vita, ogni altro prodotto che ha utilizzato la figura dello zombie per raccontare lo smarrimento dell’uomo di fronte alla morte e alla follia, appare sbiadito, persino banale.

Perchè In the flesh non solo comincia dove in genere le altre storie di zombies finiscono, cioè dalla scoperta di una cura, ma va oltre, scavalca il muro della diversità e si avventura nei territori devastati del dopo contagio, perchè nulla, ma proprio nulla, è destinato a tornare come prima.

Gli zombies di In the flesh mostrano una fragilità nuova, che viene dal di dentro, non solo dalla carne ma anche e soprattutto dall’anima, per questo è impossibile limitare alla paura e al ribrezzo i sentimenti verso di loro.

Nasce il desiderio di conoscerli meglio e di indagare in profondità le loro paure, i loro desideri. Sono ritornati alla vita, ma a quale prezzo?

Tutto comincia nel 2009, in Inghilterra. I morti risorgono e si mettono a fare quello che sappiamo, mangiare gli uomini. Dopo quattro anni di guerra il contagio è stato vinto ed è stata trovata una cura allo zombismo.

I morti, tecnicamente dei soggetti affetti da PDS – Partially Deceased Syndrome (Sindrome da Decesso Parziale), seguitano ad essere considerati morti, per cui il fatto che ritornino a vivere tra la gente, nelle famiglie e nelle comunità dove avevano vissuto, stravolge il senso della realtà e dell’immaginario al tempo stesso, obbligando tutti, telespetattori compresi, a prendersi una pausa, un lungo e tempestoso momento di riflessione e incredulità.

Qui la storia non la fanno le schiere di zombie alla ricerca di umani da mangiare ma piuttosto gli uomini e le donne che si interrogano sul loro nuovo figlio, marito, padre o fidanzato che è stato risvegliato e sta cercando di ritrovare il suo posto nel mondo.

In the flesh è un affresco straziante e compassionevole di una umanità smarrita e incredula, che vorrebbe trovare conforto e speranza nel ritorno alla vita dei propri cari e si scontra invece con la paura e il sospetto, il rifiuto del diverso.

Kieran e Amy, i due adolescenti protagonisti della serie, sono stati curati e sono ritornati a Roarton, immaginaria cittadina della campagna inglese.

Kieran si è suicidato a 17 anni per la fatica di non sentirsi accettato dal mondo dei vivi. Come se nella morte avesse in qualche modo cercato e trovato la sua dimensione ideale.

Amy è morta di leucemia alla stessa età e l’ultimo pensiero cosciente prima di morire era stato pensare quanto fosse ingiusto venire scartata dalla vita prima ancora che il gioco le fosse stato spiegato.

Entrambi si ritrovano così, da soggetti risvegliati, da ex carcasse (come vengono chiamati gli infetti), a ricercare dentro loro stessi un senso a quanto accaduto. Come creature di nebbia che il sole del mattino scioglie in volute fluttuanti, la loro non morte si alimenta di un desiderio silenzioso, inconfessato, dal fascino irresistibile.

Il desiderio di appartenere a questa nuova vita, il sogno di essere accettati, compresi, amati.

E’ evidente il tentativo di porre al centro dell’attenzione il tema della diversità, e della sua accettazione da parte della comunità cosidetta sociale.

Perchè ad essa, che si tratti di zombies o carcasse o gay o chissà cos’altro poco importa.

Il diverso va isolato, allontanato, respinto. Come una cellula cancerogena che può attaccare il corpo sano e distruggerlo dall’interno.

In the flesh ci racconta del dilemma esistenziale di alcuni zombies, lo fa mostrandoci i loro risvolti  umani e lo fa così bene da lasciarci smarriti, increduli nello scoprire che le paure e i sogni di queste carcasse sono tanto simili alle nostre paure e ai nostri sogni da essere sovrapponibili.

La straziante umanità e la malinconia del racconto a più voci di questa gioventù disperata, sospesa in un limbo che non è più solo vita e nemmeno solo morte, ci fa sentire indifesi, impotenti.

Vorremmo davvero poter abbracciare Kieren o Amy o Rick, far loro coraggio e invitarli a ri-prendere posto sul treno della vita.

Ma In the Flesh ha in serbo per loro ben altre prove e disillusioni, perchè nella narrazione delle loro umane vicende non si limita a porre questioni, a sollevare la polvere per alimentare il dubbio e poi abbandonare il campo.

In the Flesh disegna uno scenario credibile e articolato dove ai drammi famigliari del ricongiungimento e dell’accettazione del risvegliato, si aggiungono le dinamiche politiche e sociali di una comunità che non vuole sapere e capire, che ha lottato per distruggere questi mostri, ha vinto e nonostante questo ora se li ritrova per casa, per la strada, al bar o in chiesa.

Un cocktail esplosivo di rabbia e incomunicabilità, di odio e fanatismo ben rappresentati dal vicario Oddie, la presunta voce di Cristo, e da Bill Macey, capo dell’HVF, la Forza armata Umana Volontaria che ha protetto la città dagli zombies durante il risveglio e ora continua a farlo, impropriamente ma con ferocia, nei confronti dei soggetti PDS.

Non manca nemmeno il risvolto più strettamente politico e cospirazionista, dalla misteriosa cura che ha permesso la riabilitazione degli zombies alla diffusioine delle pillole di Oblio Blu, la droga che attenua gli effetti della cura e fa riemergere i tratti più violenti ed efferati dei soggetti PDS, di fatto un esplicito e inequivocabile sintomo di quanto la comunità di risvegliati cerchi di affermare la propria esistenza anche a scapito della pacifica convivenza.

Le storie che si intrecciano e si riuniscono in un corale inno al confronto e alla comprensione reciproca, non si contano. Tutte esse conducono ad un luogo, lo snodo centrale del racconto, che possiamo immaginare come un alto promontorio o, piu semplicemente, come la scala che ci permette di raggiungere la sommità del muro, quel muro di cui parlavamo all’inizio di questo capitolo.

Oltre quel muro ci attendono una vista e un orizzonte che potrebbero spaventarci o rassicurarci, a seconda di quanto siamo pronti ad accettare e comprendere del nostro futuro.

Con coraggio e coerenza, senza rinunciare ad una aperta critica alla società attuale, troppo chiusa nelle sue certezze e aprioristicamente contraria ad ogni seppur minimo cenno di cambiamento, In the Flesh suggerisce l’idea che una nuova razza di creature sia ri-sorta e stia prendendo coscienza della propria identità.

La sua superiorità nasce dalla consapevolezza di avere già vissuto e sperimentato il fallimento, vuoi per scelta (Kieran), vuoi per destino (Amy e Rick).

Quello che siamo proviene dal passato, esso ci racconta e ci guida, per questo sul futuro possiamo lanciare uno sguardo oltre l’oscurità del muro, andare oltre.

La nuova morte di Amy, che chiude in modo tragico e apparentemente irrimediabile questo supposto nuovo corso, in realtà lascia aperta la questione.

Non sapremo mai dove In the Flesh ci avrebbe condotti.

Ma abbiamo tutti gli elementi per provare a capire dove vorremmo trovarci noi rispetto a quel muro.

CONCLUSIONI

Siamo arrivati alla fine. Anche se il viaggio è stato lungo sono molti gli aspetti legati allo zombismo che non hanno trovato spazio di analisi in questo articolo.

Ma credo comunque di aver offerto motivi di riflessione sufficienti avventurandomi nelle suggestive ma allo stesso tempo insidiose terre dell’evoluzione, quel processo articolato e per molti aspetti ancora poco conosciuto che ci ha condotti al presente ma che nessuno, dico nessuno, è in grado di prevedere dove ci condurrà.

I segnali di instabilità che il pianeta, la nostra casa, ci rimanda quasi ogni giorno sono segnali forti e inquietanti: la Terra non ne può più dell’arroganza dell’uomo, della sua indifferenza e del suo egoismo.

Da qui a prevedere l’Apocalisse zombie ce ne passa, ma una cosa è certa. Arrivare preparati al giorno del giudizio potrebbe fare la differenza.

Stefano Bon @ 2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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