stanzaunozerouno

Sentinella, quanto resta della notte?

The War of the Worlds: la BBC ci (ri)prova…

Un commento alla miniserie prodotta da Mammoth Screen per la BBC tratta dal romanzo di H. G. Wells, La guerra dei mondi. La serie è un adattamento del periodo edoardiano dell’omonimo romanzo di fantascienza di H.G. Wells del 1898, ed è il primo prodotto televisivo britannico ispirato al romanzo di invasione marziana di Wells.

A comment to a BBC miniseries from the novel of H. G. Wells, The War of the Worlds. It is a 2019 three-part British miniseries drama produced by Mammoth Screen for the BBC. The series is an Edwardian period adaptation of the H.G. Wells’s 1898 science fiction novel of the same name, and is the first British television adaptation of Wells’s martian invasion novel.

«Nessuno sul finire del XIX secolo avrebbe creduto che questo mondo fosse sotto minuziosa e attenta osservazione da parte di intelligenze superiori a quelle dell’uomo e tuttavia ugualmente mortali; che ci fosse qualcuno che studiava e analizzava gli esseri umani occupati nelle loro varie faccende con quasi la stessa applicazione con cui un uomo al microscopio esaminerebbe le effimere creature che brulicano e si moltiplicano in una goccia d’acqua. Con infinito compiacimento gli esseri umani se ne andavano di qua e di là per questo pianeta presi dalle loro attività nella beata certezza della loro supremazia sulla materia. È possibile che lo stesso facciano i microrganismi sotto la lente del microscopio. Nessuno si preoccupava che i mondi più antichi presenti nello spazio potessero essere fonte di pericolo per gli umani; e se mai li considerava, era solo per escludere come impossibile o come minimo improbabile l’eventualità che su di essi ci fosse la vita. È strano ricordare certi preconcetti di quei giorni andati. Se un terrestre immaginava la presenza di altri uomini su Marte, lo presumeva forse al massimo inferiore a sé e pronto ad accogliere con gratitudine una spedizione di missionari di civiltà. E invece sull’altra sponda dello spazio, menti che stanno alle nostre menti come le nostre stanno a quelle delle bestie più umili, intelletti evoluti e pratici e insensibili contemplavano questa Terra con invidia e architettavano con metodo e impegno i loro piani contro di noi. E all’alba del XX secolo venne il momento del grande disinganno». (H. G Wells, La guerra dei mondi, traduzione di Tullio Dobner, Collana Classici Moderni n. 46, Newton Compton, Roma 2017).

Questo è l’incipit del celebre libro di H. G. Wells: La guerra dei mondi.

La trama è fin troppo nota per dilungarvisi troppo.

Da Marte, spinti dalla ricerca di cibo e di un mondo da colonizzare, giungono sulla terra degli alieni.

L’invasione ha inizio con l’arrivo di un oggetto fiammeggiante simile ad una meteora che precipita nella landa di Woking, sud-ovest di Londra, vicino alla casa del protagonista, producendo un grosso cratere sul punto d’impatto.

Fin da subito si scopre che in quegli oggetti vi sono esseri ostili decisi ad invadere la terra, cibandosi dei suoi abitanti e in possesso di una tecnologia assai superiore a quella terrestre.

Ha inizio così la (quasi) fine del genere umano.

Sconfitta dopo sconfitta, morti su morti, gli uomini perdono costantemente il confronto con questi alieni tutto testa e poco altro.

Il protagonista vive con angoscia le fasi dell’invasione in cui sperimenta l’impotenza di chi combatte contro un nemico troppo superiore. Non senza qualche resistenza interiore metabolizza che abbastanza rapidamente il genere umano sarà annientato.

Così, alla fine, decide di uccidersi gettandosi verso i Tripodi e cioè le macchine da guerra e distruzione che trasportano gli alieni a spasso per il nostro pianeta.

Scopre però, con sorpresa, che i marziani, insieme alla pianta rossa che sta ricoprendo la terra rendendola simile al rosso Marte, sono morti a causa dei batteri dell’atmosfera terrestre, ai quali gli umani sono immuni.

Passato il pericolo, come avviene dopo una catastrofe, lo spirito di sopravvivenza riprende il sopravvento e gli uomini iniziano a ripopolare il paese e il clima terrestre ritorna normale.

Nel finale, il protagonista torna a casa sua ricongiungendosi con la moglie, che credeva morta.

Il romanzo ha avuto, nei decenni, una serie di trasposizioni radiofoniche, televisive e cinematografiche. Da quella famosissima di Orson Wells fino a quella più recente prodotta dalla BBC sulla quale mi soffermerò.

La miniserie è stata realizzata in tre puntate, che sono andate in onda dal 17 novembre al 1º dicembre 2019 su BBC One.

Prima però di essere trasmessa nel Regno Unito è stata trasmessa in Canada mentre in Italia ha debuttato dall’11 al 18 ottobre su La EFFE, ed ora è visibile su Sky Box (fino al 2021).

La serie è rimasta sempre in bilico nel tentativo, non sempre facile, di riproporre il romanzo di Wells con una certa fedeltà e di cercare di svecchiarne la trama originale con alcune innovazioni.

Probabilmente la necessità degli sceneggiatori e del regista era quella di avvincere lo spettatore evitando il senso di “scontato” per una trama già ampiamente conosciuta, introducendo qualche cambiamento.

Questo tentativo ha però, in parte, allontanato la serie dal genere fantascientifico per avvicinarlo al genere romantico – drammatico.

Infatti alla necessità di sopravvivere all’attacco alieno dei Tripodi, il rifacimento della BBC ha voluto affiancare la travagliata storia d’amore di Amy (interpretata da Eleanor Tomlinson) e George (interpretato da Rafe Spall).

Anzi proprio la storia d’amore travagliata (assente nel romanzo e per certi versi simile a quella di Wells sposatosi con la cugina e poi invaghitosi di un’altra donna con la quale convisse), sembra in alcuni casi prendere il sopravvento e diventare il vero centro della narrazione. Gli alieni, l’invasione, divengono allora solo un pretesto, lo sfondo su cui impiantare un’altra narrazione, come un innesto tra due piante differenti.

Molta parte di quanto raccontato nella serie sembra infatti concentrarsi sul rapporto tra i due personaggi principali, un’affascinante Eleonor Tomlinson (già vista nel film Educazione Siberiana di Gabriele Salvatores nel ruolo di Xenja, una ragazza malata mentale che si innamora di Kolima, il protagonista, ne Il cacciatore di giganti di Bryan Singer, con il ruolo di protagonista femminile, nonché nel ruolo di  Demelza Carne nella serie BBC Poldark a fianco di Aidan Turne trasmessa dal 18 novembre 2016 su La EFFE ) e un ambiguo Rafe Spall (già visto tra l’altro in un ruolo minore in Prometheus di Ridley Scott) capace di azioni eroiche (come quando sacrifica la sua vita per far fuggire la compagna dalla possibile aggressione di un alieno in cerca di prede con cui sfamarsi) ma anche di debolezze e meschinità (quando per salvarsi scientemente non aiuta un artigliere dell’esercito a fuggire dal raggio mortale degli alieni).

Il rapporto tra i due diviene spunto per riflettere sulla morale ottocentesca mostrata, forse un po’ troppo banalmente, come ipocrita, incapace com’è di accettare la loro unione illecita, ma allontana la narrazione dall’invasione degli alieni e dal tentativo di contrastarla, in altre parole dalla sua componente più schiettamente fantascientifica.

La serie indugia poi, partendo dalla storia d’amore, sulla figura della donna e sulla sua posizione residuale in una società pensata e costruita dagli uomini e per gli uomini.

Per quanto piena di capacità e di cultura (anche accademica), molte opportunità sono precluse alla protagonista in quanto donna. La sua stessa testimonianza della invasione degli alieni e della distruzione del paese in cui vive, viene considerata con sospetto perché essendo donna è considerata troppo emotiva e impressionabile e quindi non del tutto attendibile.

Spero con quanto scritto finora di essere riuscito a far notare come le tre puntate siano dense di temi un po’ affastellati che stentano spesso ad avere il giusto approfondimento.

I tempi serrati della narrazione tendono inizialmente a superare i piccoli inciampi e le piccole incoerenze della trama tenendo desta l’attenzione dello spettatore ma, verso le battute finali, il regista rischia di affrettare le tempistiche narrative e di distogliere l’attenzione dalle figure in gioco.

La scelta di condensare il racconto in tre episodi della miniserie consente di avere una componente action valida, immergendo lo spettatore in una situazione di costante tensione e minaccia.

Questa scelta, però, limita lo sviluppo psicologico dei personaggi, che rimane sempre a livello embrionale non adeguatamente sviluppato per consentire una vera e propria immedesimazione.

Tra i meriti di questa miniserie vi è, a mio giudizio, quello di aver riportato (dopo molte fughe in avanti di altre trasposizioni filmiche o televisive) la narrazione all’epoca edoardiana, inserendola nel giusto contesto sociale e facendola vedere con una prospettiva non troppo dissimile a quella che aveva Wells nel periodo nel quale la componeva.

È interessante sottolineare che, la scelta operata da Wells originariamente fu proprio quella di descrivere la contemporaneità.

Lo scrittore inglese pose l’invasione non nel passato o nel futuro rispetto al 1898, ma nel presente suo e dei suoi lettori.

Ciò significa che la distruzione di una intera civiltà che non riesce a difendersi dagli alieni (che come si sa fu la prima di una lunga serie di scritti e film) riguarda i mezzi a disposizione dell’Impero britannico nella sua storicità. Gli alieni non combattono contro uomini tecnologicamente avanzati dotati di armi avveniristiche come in parte avviene, per esempio, in Indipendence Day, ma contro l’uomo e la tecnologia di fine XIX secolo.

A tale proposito può essere interessante ricordare lo scontro tra gli alieni e le corrazzate inglesi che per quanto potenti, con i loro cannoni dalle dimensioni imponenti per l’epoca, non riescono a fermare l’invasione ma solo ad infliggere poche perdite ai conquistatori e ai loro tripodi.

Similmente il fatto che il romanzo sia interpretato e tradotto in immagini da un inglese (soprattutto) per un pubblico inglese rende questo prodotto, in un certo senso, più genuino e vicino al testo originario, più di quanto avviene in certi rifacimenti americani.

L’appartenenza del regista alla stessa cultura e quindi alla sensibilità dell’autore del libro  permette alla rilettura del testo di cogliere aspetti che sarebbero altrimenti preclusi essendo legati al senso comune tipicamente britannico.

Venendo infine alle possibili interpretazioni che la miniserie sembra offrire del racconto di Wells, mi sembra vi si possa trovare una critica all’arroganza tecnologica della civiltà britannica (e più in generale umana) ed alla società che su di essa si sosteneva (impersonata soprattutto all’arrogante ministro) senza poggiare invece su valori moralmente forti.

La sua fragilità risulta evidente, infatti, una volta messa sotto pressione dagli alieni. Più gli alieni si fanno minacciosi e più la società inglese non riesce a reagire e si ripiega su sé stessa tornando a livelli primordiali.

Allo stesso modo mi sembra, ma è solo un sentore, che il regista voglia leggere nel libro di Wells una dura accusa al colonialismo, una specie di metafora di come sia avvenuta la conquista di alcune zone della terra con il solo scopo di depredarle delle loro ricchezze.

Gli inglesi conquistatori del mondo (ma anche gli spagnoli e i portoghesi in America latina) portarono ovunque morte e distruzione.

Tuttavia le condizioni che trovarono fecero sì che i conquistatori e gli esploratori si ammalassero e morissero di malaria e di peste (si ricordi quanto scritto in altra parte di questo blog, nello scritto Viaggiare per scoprire, ritrovare e ritrovarsi. Da Livingstone a Conrad passando per Gray sulle esplorazioni di Livingstone e sulla sua morte avvenuta poco tempo prima della stesura del romanzo di Wells). Una fine non dissimile da quella degli alieni e che forse ispirò lo scrittore inglese o la lettura che ne dà il regista di questa fiction.

In conclusione non un capolavoro, ma un solido prodotto che forza un po’ la lettura dell’opera originale dal quale è tratto, secondo un gusto contemporaneo.

Una miniserie che nel complesso può piacere a patto di non essere troppo pretenziosi o di voler rimanere ancorati, strettamente, al testo originario.

Maurizio Canauz @ 2020

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

ilpensatoiodimatilda

L'unico tiranno che accetto in questo mondo è la voce silenziosa della mia coscienza

stanzaunozerouno

Sentinella, quanto resta della notte?

KippleBlog

Be Weird Be Kipple

Don't Panic!

Guide, curiosità e spunti per la sopravvivenza di asociali e geek

Lorerama

Scritti dal presente e su futuri incerti

il Vortex

blog personale di Giorgio Ginelli

MARCIO - Lo Zombie's Blog

rantolando mi trascino verso la carne viva

Sendreacristina

Opere. (tell : 3403738117 )

CINEMANOMETRO

recensioni film fantascienza, horror, mostri e amenita varie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: