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Sentinella, quanto resta della notte?

Immunitas VS Communitas. Una possibile interpretazione del pensiero di Roberto Esposito al tempo del coronavirus

Lo scritto è diviso in tre parti. Inizialmente viene ricostruita una piccolissima parte del pensiero di Roberto Esposito per interpretare la realtà che stiamo vivendo. Nella seconda propongo alcune mie riflessioni personali. Nella terza ipotizzo cosa potrà avvenire in un futuro prossimo e in un futuro assai lontano.

The writing is made up of three parts. Initially a very small part of Roberto Esposito’s thought is reconstructed to interpret the reality we are experiencing. In the second, I propose some of my personal reflections. In the third, I hypothesize what will happen in the near future and in the very distant future. 

PREMESSA

Iniziamo la nostra riflessione con una domanda un po’ capziosa.

Ma la filosofia ha ancora una sua utilità?

Probabilmente sembro un po’ Gennaro Bellavista, il celebre personaggio di De Crescenzo, un po’ ai margini della società (è, infatti, un professore di filosofia in pensione), che si diletta a esporre le sue teorie al proprio cenacolo di discepoli.

Ma questo non mi induce a interrompere la mia riflessione anzi mi spinge ad attualizzarla.

La filosofia ha una sua utilità in una situazione complicata come quella attuale?

La domanda su come sta la filosofia, invero, non è certo originale.

Un filosofo come Vittorio Mathieu all’interno di un libro collettivo francese (Raymond Klibanski, David Pears (eds), La philosophie en Europe, Gallimard, Paris 1993) affrontò. qualche decennio fa, lo stato della filosofia in Italia.

Il suo scritto si apriva con un’osservazione in merito alla fine dei patriarchi che, se già vera allora, mostra oggi tutte le sue conseguenze, nel bene e nel male. Mathieu riconosceva un cambiamento nel panorama della filosofia italiana che riassumeva nella formula: «il n’y a plus de patriarches».

Una filosofia liberata dal dominio dei padri, ma anche una filosofia orfana e in una drammatica ricerca di sé stessa.

Proprio per la sua debolezza, per sopravvivere, la filosofia è stata assimilata ad altre discipline: sociologia, comunicazione, politica ecc.

Forse è solo una questione formale, forse è un problema di etichetta.

Al contrario potrebbe essere una questione di sostanza, che nasconde il malessere in cui versa superata dal tempo che corre e che non dà più la possibilità di riflettere, di perdersi un po’ oziosamente in pensieri che non sempre hanno una utilità pratica.

Per qualcuno sarà un bene, per altri un male. Una società che pensa poco o che agisce senza pensare non è detto che sia una società migliore.

Di sicuro, sempre che a qualcuno interessi, la disciplina ha perso molti posti, dottorandi e ancor più finanziamenti.

Un problema, invero, comune a tutte le scienze umane dopo la riforma universitaria, come rileva anche Galli della Loggia (“I sommersi e i salvati nell’università senza passato”, Corriere della sera, 16 marzo 2016).

In realtà non tutti hanno pensato che la filosofia sia del tutto inutile o che sia un malato irreversibile. Di tentativi di rianimarla se ne è già scritto in almeno due articoli di questo blog quali, Fantafilosofia, una filosofia fantascientifica e POPSOPHIA: tra il dire e il fare, contaminandola con istanze sociali o con la modernità, anche con risultati piuttosto incerti.

Eppure proprio in un momento di profonda crisi come questo, quando molti di noi sono chiusi in casa, sembra che qualche riflessione possa esserci utile per capire cosa stia avvenendo e cosa succederà in futuro.

Il riferimento, la guida interpretativa, ci sarà fornita dal pensiero di Roberto Esposito.

Il filosofo Roberto Esposito

Roberto Esposito, è un filosofo e professore universitario italiano, di buona fama anche internazionale, docente di filosofia teoretica presso la Scuola Normale Superiore.

I libri di riferimento, per chi in questo periodo di forzata tranquillità volesse approfondire, sono: Communitas: origine e destino della comunità, (Einaudi, Torino) 1998; Bios. Biopolitica e filosofia (Einaudi, Torino 2004); Termini della politica. Comunità, immunità, biopolitica (Mimesis, Milano 2008); Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana (Einaudi, 2010); e soprattutto Immunitas. Protezione e negazione della vita (Einaudi, Torino, 2002) al quale farò particolare riferimento in questo scritto.

La filosofia per Esposito non deve essere necessariamente qualcosa di astratto ma deve essere calata nella vita sociale, nella storia, in ciò che appunto costituisce la vita del pensiero. Al centro della sua riflessione (derivata, in parte, da Focault) vi sono due concetti: quello di bìos e quella di immunitas.

Iniziamo da domandarci cos’è il bìos? Bisogna fare un passo indietro e tornare a quella che può considerarsi la culla del pensiero occidentale: l’Antica Grecia.

Ebbene per i greci la vita si indica con due termini diversi: zoè e bìos. Zoè, è la vita biologica, ovvero quella che accomuna piante, animali e uomini.

Bìos è quella che potremmo definire esistenza, in altri termini, una vita piena, dotata di senso.

Al concetto di bìos la filosofia ha collegato quello di biopolitica e cioè «una implicazione diretta tra la sfera della politica e quella della vita.»

Oltre il concetto di bìos è assolutamente rilevante il concetto di immunitas che secondo Esposito può essere addirittura considerato il concetto chiave della nostra società.

Secondo Esposito l’immunità – o l’immunizzazione – allude ad una situazione particolare, non comune, che mette in salvo qualcuno da un rischio cui è esposta invece l’intera comunità. È il desiderio di essere protetti, di non poter essere toccati da un “possibile” male. Tale concetto si può rinvenire, ad esempio, nel diritto o in medicina. «È noto – scrive Esposito – che nel lessico giuridico essa rappresenta una sorta di salvaguardia che mette colui che ne è caratterizzato in una condizione di intoccabilità da parte della legge comune, mentre nel linguaggio bio-medico per “immunità” si intende una forma di esenzione, o di protezione, nei confronti di una malattia infettiva».

Mai come in questi giorni molti di noi vorrebbero esseri immuni al coronavirus, essere protetti.

Preciso molti, non tutti perché alcuni risentono troppo del richiamo della communitas, del vivere assieme ad altri, e per inseguire questa necessità sono disposti a rischiare la loro vita e anche quella degli altri. Ma questa polarizzazione è solo frutto del coronavirus o è sempre presente nella nostra società?

Apertura (anche estrema) o chiusura (anche estrema) sono questi i poli in cui si dibatte il nostro mondo?

Cerchiamo di capirlo seguendo la riflessione di Esposito che nominiamo nostra guida in questo breve viaggio.

LA RIFLESSIONE DI ESPOSITO

Veniamo ora alla riflessione di Esposito che, a mio giudizio, può essere calata nella nostra realtà attuale e può essere utile per comprendere certi atteggiamenti e soprattutto può essere adatta per prevedere cosa avverrà una benedetta volta che questa situazione di emergenza cesserà.

Che cos’hanno, si chiede il filosofo, in comune tra loro la battaglia contro una nuova epidemia (come quella che si sta affrontando ora e che si è affrontata qualche anno fa contro la Sars), il rafforzamento delle barriere nei confronti dell’immigrazione “clandestina”, la guerra al terrorismo, le strategie usate per neutralizzare l’ultimo virus dei computer?

Il fatto di fondarsi su una stessa logica, che Esposito chiama immunizzazione.

Di fronte alla paura di un contagio planetario (di qualunque genere esso sia), l’esigenza sembra essere quella di una “guerra preventiva” che debelli il morbo ancora prima che esso possa mietere le sue vittime.

Ma acquisire l’immunità nei riguardi di tutto, o anche solo in modo totale contro un pericolo, come in questi giorni, può sconvolgere le abitudini di vita, le logiche politiche, le pratiche sociali ed economiche, il sogno occidentale contemporaneo. Ma quanto può effettivamente costare?

«Oggi, alla fine della stagione moderna, l’esigenza di protezione è diventata il perno intorno al quale si costruisce sia la pratica effettiva sia quella immaginaria di un’intera civiltà. E per farsene una prima idea, basti guardare al ruolo che l’immunologia – cioè la scienza deputata alla definizione dei sistemi immunitari situati nel nostro corpo – ha assunto non solo sotto il profilo medico, ma anche sotto quello sociale, giuridico, etico. Si può dire in breve che essa sia divenuta il fronte lungo il quale si è organizzata l’intera battaglia per la conservazione e il prolungamento della vita. Si pensi solo a cosa ha significato per le nostre società la sindrome da immunodeficienza dell’Aids in termini di normalizzazione – cioè di assoggettamento a precise norme non solo igienico-sanitarie, ma socio-culturali – dell’esperienza individuale e collettiva. Alle barriere – ripeto, non solo profilattiche – che l’incubo della malattia ha determinato nella sfera di tutti i rapporti interrelazionali.

D’altra parte – a riprova del nervo scoperto che tutti abbiamo in materia – è bastato (si veda qualche inverno fa) che una debole infezione, quale è stata quella della Sars, si sia profilata all’orizzonte perché si alzasse immediatamente una muraglia immunitaria francamente sproporzionata all’entità di un evento che ha prodotto molti meno morti di una comune influenza. Non solo la Cina è stata isolata dalla comunità internazionale con costi economici maggiori di quelli della guerra in Iraq, ma persino in Canada si è arrivati a manifestazioni di isteria collettiva che dichiaravano apertamente di voler abolire perfino il segno di pace reciproca durante la messa per paura del contagio.

Purtroppo, come è risultato evidente con le politiche di sicurezza successive all’11 settembre, una garanzia pur relativa di immunità non si può avere che a costo di sacrificare gran parte di quelle libertà civili che l’immunizzazione stessa avrebbe il compito di difendere: per evitare il contagio, ci si chiude su sé stessi, fino a rischiare di rimanere soffocati nella propria stessa presa

Mi pare che quello qui descritto possa essere applicato, con le dovute distinzioni, anche alla situazione attuale.

Quella del Covid 19 non è però, a differenza della Sars, una debole infezione ma qualcosa di più grave o molto più grave (i dati e le informazioni che ci sono fornite non sono sufficienti a comprenderlo).

Non solo il segno di pace è stato abolito ma le Chiese, tranne forse a Roma in base alla volontà del Papa, sono state chiuse.

Isteria collettiva?

Entrerei troppo nella cronaca o nella valutazione politica per dare una risposta a questa domanda, certo è che i limiti posti dalle autorità con le varie ordinanze non sempre sono parsi coerenti con la comunicazione fatta (c’è chi anche in posizione rilevante politica o scientifica ha parlato di poco più di un raffreddore o di una semplice influenza…) creando sconcerto e confusione nei cittadini.

Sicuramente tuttavia i decreti che hanno limitato così profondamente le libertà individuali hanno obbligato molti cittadini (non tutti perché c’è comunque una parte che ha disubbidito all’Ordinanza e ha continuato, senza giustificato motivo, ad uscire di casa anche solo per bere una birra in compagnia) a chiudersi in casa soffocando nella loro (e in quella della società) necessità di immunitas.

Il bilanciamento tra salute e libertà non c’è stato, si è scelto (spesso in modo maldestro chiudendo alcune attività, ma lasciandone aperte altre – come i cantieri – del tutto inutili in un periodo di emergenza) totalmente la salute (anche per riparare ad errori pregressi come lo smantellamento costante e continuo del sistema sanitario con la chiusura di diversi Ospedali efficienti, che oggi sarebbero stati molto utili).

Nel caso specifico italiano si è ricorso massicciamente all’articolo 16 della Costituzione che ammette un limite alla libertà di movimento per ragioni di salute ricorrendo a cordoni sanitari così estesi da apparire non sempre sensati e a volte poco credibili (li giustifica invece un famoso costituzionalista come Zagrebelsky che, probabilmente, in altri tempi li avrebbe duramente contestati così come avrebbero fatto molti cittadini contro un’autorità che pare, a volte, eccedere esageratamente comprimendo le libertà individuali), se non per chi, volontariamente, ha voluto ottemperare alle disposizioni poco lucide che si sono successe spesso in modo torrentizio.

Da parte di tutti si è però sottovalutato l’aspetto psicologico connaturato in molti uomini. Se alcuni possono vivere in solitudine (per quanto sia complesso come ho evidenziato nel mio precedente articolo, Il Vega virus, un’allegoria non troppo allegoria, riportando il pensiero di Pascal), per altri questo appare quasi impossibile.

Scrive a tale proposito Esposito: «Ma all’alterità dell’oggetto si aggiunge – e compenetra in un crescendo di passione comuniale – quella dell’altro soggetto. Non c’è soggetto senza un altro, dal momento che “se non comunica più, un essere isolato intristisce deperisce e sente (oscuramente) che da solo, non esiste”.»

Tale pensiero è ripreso da Bataille che esattamente affermava che: «La noia rivela ciò che è il nulla dell’essere rinchiuso in sé stesso. Se non comunica più, un essere isolato intristisce, deperisce e sente (oscuramente) che, da solo, non esiste. Questo nulla interno, senza via d’uscita, senza alcuna attrattiva, lo respinge: egli soccombe al malessere della noia e la noia dal nulla interno lo rigetta in quello esterno, all’angoscia». (G. Bataille, Su Nietzsche, SE 2006).

Da questo derivano i FlashMob o i tentativi, più o meno riusciti, di canti ed inni che ad orari prestabiliti vengono fatti per accumunare le persone, per cercare di mantenere vivi i vincoli comunitari che dovrebbero essere alla base della nostra società.

Nella situazione di pericolo si ravviva quel senso di appartenenza ed umanità che tanto bene ha descritto Ungaretti nelle sue poesie.

Ma cosa succederà nel prossimo futuro? Quale delle due tendenze, quella verso l’isolamento e l’immunitas o quella verso l’Altro e quindi la Communitas avrà il sopravvento?

Immunitas vs. Comunitas

Esposito cerca una via d’uscita dalla immunitas.

Non è certo questo il primo pensiero di molti in questa situazione. Anzi chi la ricerca prova a convincere (se non proprio ad obbligare) gli altri a comprendere l’importanza dell’immunità, anche solo di quella sanitaria.

Magari sono proprio quelli (e ne osservo solo la poca coerenza) che fino a qualche tempo prima erano favorevoli all’apertura “totale” verso gli altri, al loro accoglimento.

Esposito, non so se sia tra questi.

Personalmente mi pare resti coerente alla sua posizione di apertura e per sostenere la sua idea si confronta con alcuni autori della filosofia politica soprattutto novecentesca.

La domanda che si pone, e che certo è di estrema attualità, può essere semplificata come segue: è corretto (o utile) che per salvare la vita, che si ritiene possa essere messa in pericolo dal desiderio del rapporto con l’altro e dalla continua ricerca di nuove esperienze, si adottino dei “correttivi“, i quali tuttavia, proprio per la loro natura di freni inibitori o immunizzanti, rischiano di disseccare la fonte di vita che erano chiamati a proteggere?

In altre parole la chiusura, metaforica ma anche fisica, come in questi giorni non finisce, se protratta nel tempo, per “seccare” la vita come una pianta senz’acqua e sole? Sterile dai virus ma avvizzita?

Partendo dalle riflessioni di Benjamin, ad esempio, Esposito si chiede: se si vuole riparare negativamente il negativo della comunità, non si rischia di consegnarla al niente da cui intende salvarla? (Immunitas. Protezione e negazione della vita, p. 102).

«La sopravvivenza implica un controllo della forza vitale che finisce inevitabilmente per ridurne l’intensità. Essa non scaturisce liberamente dal flusso della vita – o anche dalla combinazione spontanea dei suoi elementi – ma piuttosto dal suo irrigidimento in gabbie che la trattengono e la frenano fino a spingerla al cospetto del suo contrario» (Immunitas. Protezione e negazione della vita, p. 100).

Esiste tutta una serie di pensatori che vanno da Hobbes a Schmitt che sostengono l’importanza dell’immunità e dello Stato capace di ordinare e gestire la vita dei consociati ricorrendo alla violenza e alla chiusura quando è necessario. Non credo di sbagliare quando affermo che certi nostri politici basino il loro pensiero proprio su questa visione antropologicamente negativa, in cui l’altro, se proprio non è un nemico, certo non è un amico (sia esso un extracomunitario o un vicino oltreconfine).

La via d’uscita che Esposito indica è, interessante, anche se in questo preciso momento storico forse meno apprezzabile di quello che sarebbe stata forse solo qualche mese fa. Per superare chi sostiene una politica dell‘immunitas sarebbe necessario capovolgere l’impostazione dell’antropologia negativa, per dar luogo ad un’idea di identità più aperta e perciò più vitale.

Filosofo di riferimento, per quanto spesso accostato ad altre ideologie molto più chiuse, è: Nietzsche.

Proprio partendo dal filosofo tedesco Esposito osserva, per esempio, che l’istinto di conservazione è il segnale di una vita malata.

La vita vera, la vita piena consiste, infatti, nella capacità e nella volontà di sperimentare l’imprevisto, il rischioso.

Per Esposito: «si potrebbe addirittura dire che la malattia rappresenta, per l’organismo, il rischio di non poter più affrontare rischi» (Immunitas. Protezione e negazione della vita p. 172).

Quindi una malattia dell’anima o della psiche che ci impedisce, che limita il nostro modo di vivere rendendoci fragili.

Per Esposito si deve evitare che vi sia, anche in situazioni complesse come la nostra attuale, un eccesso di immunizzazione.

Difficile dire come valuterebbe i decreti attuali per limitare il contagio o se le esortazioni del sindaco di Milano, che pur in emergenza, invitava a uscire, ad andare ai Musei, a continuare, ove possibile, le normali attività con lo slogan: “Milano non si ferma”, rientrino in questa volontà di evitare un eccesso di immunizzazione.

Quanto la paura (ad esempio di un contagio) ci deve limitare e quanto invece si deve affrontarla senza per questo cadere nell’irrazionale o in un immotivato desiderio (volontà di potenza o di dominio?) che può rendere incauti fino a diventare pericolosi per sé stesi e per gli altri?

La voglia di vivere è piena, per alcuni, solo se si vive con gli altri. La solitudine è una pre-morte, così come, in fondo, lo è il vivere solo in piccolissimi gruppi come quello familiare. Questo spinge alcuni a affrontare il rischio pur di stare in mezzo agli altri.

Esposito, in realtà, va oltre. Seguendo le riflessioni di Donna Haraway, giunge a sostenere che l’alterazione artificiale del corpo è funzionale alla sua conservazione.

In altre parole solo grazie al contatto con l’esterno il corpo può sperare di allungare la propria durata.

Si espone a ciò che gli sta fuori per salvare ciò che ancora porta dentro. «Entra in rapporto problematico con l’altro per proteggersi da sé stesso – dalla sua naturale tendenza alla consumazione» (Immunitas. Protezione e negazione della vita p. 178).

Per Esposito solo aprendosi verso l’esterno, accettando anche il rischio di un contagio e di una crisi irreversibile, il corpo può aumentare la propria potenza di vita, può riuscire a immunizzarsi dalla malattia mortale della paura.

Apertura verso l’esterno che, per assurdo, diviene apertura verso il cibernetico, l’innesto artificiale che può, forse, garantire l’immortalità del corpo.

Ad esempio nella serie Tv Star Trek: Picard, di cui si è detto in altra parte del Blog, l’anziano ammiraglio e protagonista, affetto da una malattia degenerativa viene “trapiantato” in un corpo sintetico che gli permetterà di continuare a vivere (ma, è lecito domandarsi, la sua è ancora la “stessa” vita?).

Mi immagino, per tornare alla realtà, ma questa è solo una supposizione, che anche il sostegno vitale prodotto da macchine, come i ventilatori, possa essere considerata in questo senso.

È logico, tuttavia, domandarsi se tale immortalità artificiale sia il prolungarsi della nostra identità o la sua fine. Sarà ancora bìos (cioè esistenza) o diverrà solo zoè (quindi vita biologica)?

UNA RIFLESIONE (un po’ pessimistica) PERSONALE (dettata forse dal momento)

Credo che la riflessione di Esposito abbia il merito di focalizzare l’attenzione su due aspetti fondamentali della vita dell’uomo: immunitas e communitas.

Termini che, come lo stesso filosofo ci spiega senza voler entrare troppo nel merito di questioni etimologiche, hanno una radice comune.

«L’immunità, o, nella sua formulazione latina, l’immunitas, risulta il contrario, il rovescio, della communitas. Entrambi i vocaboli derivano originariamente dal termine munus – che in latino significa “dono” o “ufficio”, “obbligo” – ma l’uno, la communitas, in senso affermativo, e l’altro, l’immunitas, in senso negativo. Per cui se i membri della comunità sono caratterizzati da quest’obbligo donativo, da questa legge del dono e della cura nei confronti dell’altro, l’immunità implica l’esenzione o la deroga da tale condizione: immune è chi si trova al riparo dagli obblighi o dai pericoli che derivano dal rapporto con gli altri» (R. Esposito, Biopolitica e immunità nella costruzione sociale dell’identità, in Narrare i gruppi. Prospettive cliniche e sociali. Anno III, Vol. 1, Marzo 2008).

Ma al di là delle riflessioni sul singolo e del suo muoversi tra le due polarità dell’immunità e della comunità ciò che appare maggiormente in crisi, in questa precisa fase storica, è il concetto di Stato – nazione.

Sembra un dato di fatto sul quale si può esprimere differenti giudizi.

È un bene o un male? Se è un bene, con che cosa lo si vuole sostituire? Se è un male, esiste una via per ricostruirlo?

Le domande non sono capziose. Lo Stato (non solo quello italiano ma lo Stato come entità in generale) di fronte al virus non è riuscito a difendere ed immunizzare i cittadini, aspetto questo, quello della protezione, che è alla base delle funzioni di qualsiasi tipo di Stato (compreso quello ultra minimo postulato dagli ultra libertari come Robert Nozick).

L’incapacità o l’impossibilità di bloccare le frontiere, in una società che ha cercato di esaltare spesso, soprattutto negli ultimi anni, l’apertura verso il prossimo, anche in un momento difficile in cui l’immunitas doveva essere privilegiata ha portato ad un corto circuito interno che ha condotto, alla fine, alla (sorprendente) chiusura di zone del territorio interno a fronte di frontiere aperte.

Lo Stato ha mostrato, inoltre, l’incapacità di guidare i propri cittadini perdendo di credibilità attraverso una comunicazione non sempre coerente. Tale situazione si è innestata su una società liquida, del tipo immaginata e pensata da Bauman, cioè una società in cui i valori condivisi sono ormai in crisi mentre si avvertono nitidamente i sintomi di una vera e propria “rinuncia alla società” e alla comunità, in nome di una tensione verso l’individualismo estremo, di un’ambizione illusoria che prescinde dal contesto ambientale di riferimento.

Dopo un periodo in cui, molti hanno contributo a creare un mondo deterritorializzato in cui lo spazio dell’azione e dell’interazione (e in un certo senso del potere) si è distaccato dallo spazio fisico, diventando uno spazio soprattutto immateriale e virtuale, il virus ha obbligato l’uomo, costretto dagli eventi, a zavorrarsi e a riappropriarsi necessariamente della propria territorialità.

Se fino a poco tempo fa la nuova mobilità conferiva alle persone, alle cose e al potere stesso una grande libertà di movimento, per cui le persone potevano risiedere in un territorio, senza sentirsi legate ad esso, potevano isolarsi dal luogo in cui vivevano e allo stesso tempo trovarsi virtualmente in un altro posto, è bastata una semplice infezione per rimescolare le carte.

Fa specie che già nel 1979 una serie televisiva inglese, I sopravvissuti, avesse previsto questo scenario in modo quasi profetico.

Probabilmente le esigenze filmiche avevano condotto gli autori di quei telefilm a ricercare una maggiore drammaticità, con la descrizione di un virus più aggressivo, ma l’origine, la diffusione, il sovraffollamento degli ospedali, per certi versi anche i sintomi, sono gli stessi.

Eppure, pur trattandosi di un’opera di fantasia, assume ora una funzione diversa: quella di monito, di avvertimento del tutto inascoltato.

Un avvertimento dei pericoli fisici che una società globalizzata avrebbe potuto comportare e quindi una ammonizione per intraprendere una necessaria modifica dello stile di vita e del progresso sociale.

Adesso è lecito domandarsi se dopo questa crisi l’avvertimento continuerà ad essere inascoltato o l’uomo imparerà qualcosa e tornerà come sostiene, ad esempio, Massimo Cacciari, ad una forma di chiusura con profondi effetti sul modo di vivere, sulla politica e sull’economia.

La sfida, infatti, passerà, una volta finita l’emergenza sanitaria all’aspetto economico. Cosa potrà fare lo Stato di fronte ad una situazione di devastazione a seguito della chiusura imposta?

Soprattutto uno Stato che, come ricorda Latouche (non quindi un pericoloso nazionalista), ha abdicato almeno in parte ad una delle sue funzioni principali e cioè ad essere guida economica della nazione.

«Realizzandosi, l’economia mondiale scalza le basi della “nazionalità economica”. Per capire come le multinazionali distruggano il riferimento territoriale dello Stato-nazione, bisogna precisare il senso stesso di “nazionalità economica”. La sovranità dell’economia, aspirazione chiave degli Stati-nazione, è una metafora senza contenuti rigorosi. Il concetto di nazionalità economica, invece, può essere costruito in modo coerente e trova la sua pertinenza nell’analisi storica; esso appare legato alla crescita e allo sviluppo. Più solido dell’idea d’indipendenza, tale concetto mantiene comunque un’origine metaforica, poiché nei due casi si cerca di trasporre sul piano economico attributi tipici del livello politico, in particolare, la sovranità, il cui contenuto centrale è proprio l’indipendenza. Da Jean Bodin, i giuristi francesi considerano che uno Stato, assoggettato da un altro, non possiede nemmeno dominio sovrano nel suo interno e non è dunque indipendente. La concezione di uno Stato-nazione “padrone in casa sua” costituisce uno degli attributi immaginari della nazionalità economica. Uno Stato o una nazione vassallo sul fronte economico sarebbe allora un’entità non più autonoma né internamente né esternamente». (S. Latouche (con Antonio Torrenzano), Immaginare il nuovo, Harmattan Italia, Torino 2000, pp. 32-34).

La mancanza di autonomia e quindi una forma di immunitas di chiusura agli altri Stati e all’economia globalizzata conduce a una forma di vassallaggio che mal si coniuga ad una situazione emergenziale in cui bisognerebbe fare scelte rapide, coese e radicali.

L’aver abdicato a favore di altri il proprio ruolo economico sembra oggi un punto di debolezza e non di forza, come dimostrano le tante incertezze della UE, da cui traspare evidente ciò che sosteneva Benjamin e cioè che politica ed economia sono scisse dal bene (tratto da: Prefazione in R. Esposito, Categorie dell’impolitico, Il Mulino, Bologna 1999).

In conclusione, per non diventare troppo logorroico, l’insegnamento che si può trarre da questa drammatica esperienza è che nello sviluppo prossimo si deve limitare l’apertura indiscriminata per recuperare un po’ più di immunitas.

Io credo che l’uomo dovrà ripensare a una società meno aperta in cui la comunità dovrà tornare ad essere una comunità classica che, come da tradizione, riposa sulla categoria del “radicamento” (condivisione dei vissuti relazionali e radicamento spaziale).

Non dico, altrimenti sarei anacronistico e grottesco, una società di muri, ma una società più legata al proprio “orticello”, che sappia valorizzare le proprie risorse e che non guardi esclusivamente a ciò che può trovare al di fuori dei propri confini come se “l’erba del vicino fosse sempre la più verde”.

Si dovrebbe andare verso una decrescita felice non solo economica ma anche politica e culturale, lasciando (soprattutto) al virtuale il contatto con l’oltre.

Una società che, anche per ragioni ambientali, sappia essere più a “Km 0”, senza esagerazioni ma in base al buon senso.

L’alternativa è quella di accettare dei rischi, come quello suggerito da “I sopravvissuti” e in questi giorni da diversi epidemiologi, di una prossima e forse più letale pandemia o, nell’ipotesi migliore e meno catastrofica, quello di una società di spostamenti incontrollati e di sfruttamento globale delle risorse.

Pessimista? Basta in questi giorni affacciarsi alla finestra e guardare il vuoto cantando l’inno, mentre una camionetta di soldati attraversa le strade desolate, per rendersi conto della realtà.

UNO SGUARDO FANTASCIENTIFICO

Non ho dimenticato che questo blog ha come principale argomento la fantascienza o comunque il futuro. Ebbene credo che quanto sopra affermato valga anche rispetto alla esplorazione dello spazio e ai possibili (non certi) rapporti con le culture aliene.

Da un lato vi è chi pone al primo posto delle attività umane l’esplorazione come avviene, ad esempio, in Star Trek nelle sue innumerevoli versioni.

Scrive a tale proposito Valentina Piattelli: «È difficile definire il sistema filosofico predominante nella società e nella cultura di Star Trek perché non esiste alcun sistema dominante. La Weltanschaung di Star Trek, e segnatamente della Federazione, è del tutto antiassolutistica, contraria a quei sistemi universali che tutto vogliono spiegare e che tutto pretendono di sapere e che hanno caratterizzato la cultura occidentale (e non solo occidentale, ma si potrebbe dire terrestre) degli ultimi secoli. In Star Trek queste certezze assolute mancano, perché l’idea stessa di assoluto e di una qualsiasi civiltà basata su principi assoluti e monologici, è oggettivamente sorpassata dalla pluralità dei punti di riferimento culturali della Federazione.

Una cultura basata su queste premesse vede nella differenza un valore da tutelare, non un problema da risolvere. Il rispetto per le altre culture è quindi qualcosa di più che una posizione diplomatica, è il presupposto stesso dell’esistenza della Federazione, nella quale, ricordiamolo, convivono centinaia di razze diverse, ognuna con la propria visione del mondo. La capacità di contenere in sé gli opposti è forse la più grande utopia di Star Trek.

Mostrandoci però una società dove questo accade, l’utopia (nel senso di “luogo che non è”), non è più tale: Star Trek è per questo anche un modello di convivenza possibile».

Eccoci dunque a rinnovare la domanda: fino a che punto è razionale, tenuto conto, della nostra sopravvivenza e incolumità, cercare e incontrare civiltà aliene?

Civiltà che da un canto potrebbero svelarci verità a noi nascoste e sconosciute ma che dall’altro, come nel racconto di Wells La guerra dei mondi, in Alien e ultimamente, tra le tante, nella serie Another Life, potrebbero essere letali per l’umanità.

Per Schopenauer l’uomo è un essere “’mancante”, mai completamente realizzato ma spesso alla ricerca di una spiegazione ulteriore.

L’istanza del cercare, dell’esplorare, è in Star Trek la conseguenza della volontà del suo creatore Gene Roddenberry.

Creatore che voleva rappresentare una società pluralista nella quale niente è dato in modo univoco, ma tutto è parziale, temporaneo e aperto a possibili reinterpretazioni e punti di vista differenti.

Così pluralista che come ricorda Valentina Piattelli: «Quando l’attrice che impersonava Uhra prese in considerazione l’idea di uscire dal cast, intervenne Martin Luther King in persona a fermarla: era la rappresentazione della vittoria futura del movimento per i diritti civili. Whoopy Goldberg dice che da bambina, vedendo Uhra, pensò che nel futuro ci sarebbe stato un posto anche per lei nella società».

Una società in cui la ricerca diventa un aspetto essenziale dell’esistenza.

Ma questo aspetto potrebbe anche, al contrario, annientare l’esistenza.

La risposta alla domanda è quindi la stessa che vale per la nostra attuale società. Quale principio ci deve ispirare? Quanto siamo disposti a rischiare per cercare? Che cosa pensiamo di trovare che ci renda così maggiormente appagati, da mettere a rischio ciò che abbiamo nella nostra esistenza?

Io ho già esposto la mia idea, ognuno può e forse deve, fare altrettanto, consapevole, però, che ogni scelta comporta un rischio ed un costo e che una volta fatta, nel caso in cui si realizzino dei danni ad essa conseguenti (come il coronavirus o l’impoverimento per la chiusura protettiva) non si può né si deve, razionalmente, recriminare per aver optato per la strada sbagliata.

Maurizio Canauz @ 2020

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