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Sentinella, quanto resta della notte?

Evgenij Ivanovič Zamjatin e la fallacia distopica

La distopia è un genere letterario che ha avuto una grande diffusione all’inizio del Novecento. Eppure i romanzi e i racconti prodotti, spesso piacevoli e interessanti, hanno ipotizzato società negative che non si sono mai realizzate. Il saggio, partendone da un esempio, cerca di spiegarne il perchè.

Dystopia is a literary genre that had a great diffusion at the beginning of the twentieth century. Yet the often pleasant and interesting novels and short stories produced hypothesized negative societies that never materialized. The essay, starting from an example, tries to explain why.

Un romanzo evidentemente distopico

Iniziamo il nostro percorso seguendo la trama di un “vecchio” libro.

Siamo nel futuro. Ovviamente in un futuro, sul Pianeta Terra, con più ombre che luci.

L’umanità si è, di fatto, radicalmente trasformata. La popolazione mondiale è ridotta a pochi milioni di persone che vivono concentrate nell’unica città esistente. Si tratta dei discendenti sopravvissuti a un conflitto che ha dilaniato il pianeta. A seguito del conflitto mondiale, chiamato Guerra dei Duecent’anni, sono scomparsi Nazioni, Stati e città.

È rimasta una sola comunità, che abita in una città (rin)chiusa da un alto muro verde.

Da mille anni l’intero pianeta si trova amministrato dallo Stato Unico, un regime totalitario costituito sui principi del collettivismo, della scienza e della razionalità.

In questa realtà i cittadini sono costantemente sorvegliati, mentre svolgono qualsiasi attività, in quanto devono rispettare un rigido orario di lavoro e di riposo chiamata la “Tabella delle Ore”.

Sono svegliati con altoparlanti, lavorano tutto il giorno con esclusione di due ore di libertà: dalle 4 alle 5 e dalle 21 alle 22, in cui godono di una autonomia assai limitata. Durante le due “Ore Personali” «alcuni abbassano pudicamente le tende nella stanza, altri incedono per il viale al ritmo della Marcia, altri ancora siedono alla scrivania». Il protagonista, però, auspica che un giorno anche questi brevi intervalli di vita privata vengano inseriti nella Tavola delle Ore.

Ciò che forse più impressiona è l’obbligo di alzarsi alla stessa ora e di iniziare a masticare la colazione all’unisono. Chi non si adegua alle regole viene soppresso nella Pubblica Piazza.

Anche la sessualità è regolata. Si può intraprendere una relazione sessuale con chi si vuole ma lo si può fare solo a determinate ore e con il permesso ufficiale dei governanti. L’amore, infatti, è disciplinato dalla “Lex sexualis”: «Ogni unità ha il diritto di godere di ogni altra unità in quanto bene sessuale di consumo».

Non c’è da meravigliarsi che in questo posto non ci sia spazio per i sentimenti o emozioni, poiché lo Stato Unico mira all’annullamento dell’individuo e crede che, grazie alla mancanza di libertà di scelta, nessuno potrà essere infelice. Non esiste “l’Io” ma solo il “Noi”.

In questo luogo di sopravvissuti vive D-503 (si noti che i nomi non esistono più ma viene usata una sigla che per gli uomini è espressa con una consonante seguito da un numero dispari mentre per le donne si basa su una vocale con un numero pari), il quale racconta la sua storia, tenendo un Diario.

«Io, D-503, costruttore dell’Integrale, sono soltanto uno dei matematici dello Stato Unico. Abituata alle cifre, la mia penna non è in grado di comporre la musica delle assonanze e delle rime. Mi limito a cercare d’appuntare ciò che vedo e penso; o meglio: ciò che noi pensiamo (noi, ecco: e sia proprio questo NOI a intitolare i miei appunti)».

L’ingegnere, che con questa captatio benevolentiae cerca di giustificare il motivo che lo spinge a scrivere, sta ultimando i lavori di costruzione di una nave spaziale, l’Integrale, interamente di cristallo. La missione dell’Integrale è portare oltre l’orbita del pianeta Terra la felicità conquistata dai terrestri, ottenuta anche a costo (senza però apparente dolore) della rinuncia alla libertà. Un mondo basato interamente sulla matematica. Lo Stato Unico, sottoposto al Grande Benefattore, è regolato da leggi matematiche: «[…] non c’è nulla di più felice delle cifre che vivono secondo le armoniose leggi eterne della tavola pitagorica».

Tutto è regolato dalla matematica (non a caso l’astronave si chiama Integrale), un principio base irremovibile proprio in quanto scienza esatta. Ogni cosa, idea, concetto è ricondotto a una spiegazione matematica spaventosamente infallibile. Ciò evita ogni possibile dubbio. L’assenza del dubbio porta la felicità. Tutti i cittadini indossano la stessa uniforme grigio-azzurra, lavorando secondo gli attenti dettami del “migliore degli antichi”, Taylor. In questo mondo futuristico, l’Orario delle ferrovie è considerato il più grande monumento dell’antica letteratura, e tutti i Poeti di Stato sono “invitati” a cantare le lodi del Benefattore e dei progressi dello Stato Unico. Benefattore, rieletto costantemente ogni anno durante elezioni meramente rituali chiamate “Giornata dell’Unanimità”.

«Domani assisterò a uno spettacolo che ogni anno si ripete uguale, ma ogni volta emoziona in modo nuovo: si leva il possente calice della concordia, si alzano braccia devote. Domani è il giorno delle elezioni annuali del Benefattore, Domani affideremo nuovamente al Benefattore le chiavi della incrollabile fortezza della nostra felicità. Va da sé che sono diverse dalle elezioni caotiche e disorganizzate che si svolgevano presso gli antichi, quando – ridicolo a dirsi – era addirittura sconosciuto in anticipo il risultato stesso delle urne. Costruire uno stato in base a casualità assolutamente non calcolabili, alla cieca: cosa può esserci di meno sensato? E invece, a quanto pare, ci sono voluti secoli per capirlo. Non è forse superfluo dire che, presso di noi, in questa e in tutte le altre circostanze, non c’è spazio per alcuna casualità, che imprevisti non ce ne possono essere? Le elezioni stesse, del resto, hanno un significato più che altro simbolico: mirano a ricordare che siamo un unico, possente organismo, fatto di milioni di cellule, che noi – per usare le parole del Vangelo degli antichi – siamo una Chiesa una. Giacché la storia dello Stato Unico non conosce casi in cui, durante questo solenne giorno, anche una sola voce abbia osato incrinare il maestoso unisono. Si dice che gli antichi svolgessero le elezioni segretamente, nascondendosi come ladri; alcuni nostri storici asseriscono perfino che gli antichi si presentassero alle ricorrenze elettorali accuratamente camuffati (mi immagino questo spettacolo inverosimilmente tetro: notte, una piazza, sagome in mantelli scuri che si muovono furtive rasente ai muri; il vento che piega la fiamma purpurea delle fiaccole…) Per quale motivo fosse necessaria tutta questa segretezza non è stato ancora definitivamente appurato; la cosa più probabile è che le elezioni fossero legate a qualche rito mistico, superstizioso, forse persino criminale. Noi non abbiamo nulla da nascondere, né di cui vergognarci: celebriamo le elezioni apertamente, onestamente, alla luce del giorno. Io vedo tutti votare per il Benefattore; tutti mi vedono votare per il Benefattore; e non può essere diversamente, poiché ‘tutti’ e ‘io’ sono un unico ‘NOI’

Una cupola di vetro sovrasta la città, rendendo il cielo sempre limpido, perfetto, privo di quegli «insensati, squinternati mucchi di vapore in stoltida accozzaglia» che sono le nuvole che i poeti antichi scioccamente decantavano.

In questa società iper-razionale e in cui gli stati emozionali vengono sistematicamente repressi, il protagonista incontra una ragazza, chiamata I-330.

I-330 lo mette a disagio alla sola vista: «Aveva negli occhi o nelle sopracciglia una strana, irritante ics, che proprio non riuscivo ad afferrare, a chiudere in un’espressione numerica».

I-330 non è, però, disinteressata ma si avvicina all’uomo per guadagnarsi le sue attenzioni e portarlo, con la sua azione tesa a circuirlo, dalla parte dei rivoltosi.

D- 503 cade nella sua trappola e si innamora a tal punto che pensa di essere ammalato. L’amore, che teoricamente non dovrebbe esistere, risveglia in D-503 la sua anima di uomo, una vera e propria malattia: «Ma come mai un’anima, così, all’improvviso? Prima non c’era, non c’era, e all’improvviso… Perché nessuno ce l’aveva e io, invece…?».

I-330 lo condurrà, in un primo momento, a prendere coscienza della propria umanità e in un secondo, a unirsi alla causa di una ribellione.

Come si può notare dal seguente dialogo il suo è, ovviamente, un percorso difficile e tormentato.

«Ciò che state ordendo è una rivoluzione.»

«Sì, una rivoluzione! Cosa c’è di insensato?»

«È insensato perché una rivoluzione non può esserci. Perché la nostra, la nostra rivoluzione è stata l’ultima. E altre non ce ne possono essere! È risaputo.»

«Mio caro: tu sei un matematico. Anzi, di più: sei un filosofo della matematica. E dunque dimmi: qual è l’ultimo numero?»

«Come sarebbe? Non… non capisco: quale ultimo numero?»

«Be’, l’ultimo, l’estremo, il più grande.»

«Ma è una cosa insensata. Dal momento che il numero dei numeri è infinito, come vuoi che faccia a dirti qual è l’ultimo?»

«E io come vuoi che faccia a dirti qual è l’ultima rivoluzione? L’ultima rivoluzione non c’è; le rivoluzioni sono infinite.»

Unico modo per riconquistare la libertà, di cui ha compreso il valore, per l’ingegnare è quello di unirsi ai mefi (da Mefistofele), una comunità che vive al di là del muro che cinge la città.

Come scrive Francesco Zanna: «Il Muro rappresenta quel confine ideologico tra la libertà e la sua assenza, tra il pensiero autonomo e il conformismo, tra speranza e rassegnazione. E anche se la vita si svolge al di qua del Muro, il mondo antico ha qualcosa che lo Stato Unico non potrà mai avere: il sole. Quando D-503 uscirà finalmente all’aria aperta rimarrà abbagliato, confuso, ma d’ora in poi non sarà più lo stesso. Travolto dai puri raggi della libertà, non potrà tornare indietro».

Il tentativo di sequestrare l’Integrale per consegnarla ai ribelli, sarà però un fallimento. Grazie all’opera dei Guardiani, controllori capaci di tenere tutto sotto controllo, il Benefattore riesce a neutralizzare il complotto.

Il libro finisce con l’esecuzione di I-330 mentre D-503 subirà un intervento chirurgico, la “Grande Operazione”, che gli asporterà parte del cervello, insieme all’anima e ai sentimenti.

Il romanzo tuttavia lascia una specie di speranza, che in un certo senso riprende l’idea che le rivoluzioni siano infinite. Una donna O-90 ha, infatti, in grembo il figlio del costruttore dell’Integrale ed è riuscita a sfuggire all’operazione mettendosi in salvo dietro al Muro Verde. Forse ci sarà nel futuro la possibilità (non la certezza), scaturente proprio da quel bambino e da quel luogo esterno alla città, di un possibile cambiamento, di un recupero dell’umanità perduta.

Fine. Sipario.

Probabilmente qualcuno avrà riconosciuto il libro da cui è tratta questa mia, imperfetta, narrazione: Noi (in russo Мы), romanzo dello scrittore russo Evgenij Ivanovič Zamjatin.

Zamjatin (come ci ricorda Peter Rudy nella sua Introduzione a We del 1959), nacque il primo febbraio del 1884 a Lebedjan’, piccola città della Russia centrale, nella provincia di Tambòv, figlio di un prelato della Chiesa ortodossa russa e di una musicista. Rivoluzionario, laureato in Ingegneria nautica visse, per qualche tempo, in Inghilterra dove partecipò alla costruzione, non di una navicella spaziale, ma di un rompighiaccio.

Critico verso quel Paese e verso il taylorismo imperante, che obbligava i lavoratori a ritmi inumani e a un modello di esistenza modesta, non esitò a tornare in patria allo scoppio della Rivoluzione Russia, schierandosi dalla parte dei bolscevichi. Tuttavia un po’ per i suoi scritti e un po’ per la sua natura, il suo daimon ribelle, venne in conflitto con il Partito e con i suoi massimi esponenti.

Lev Trotskij, ad esempio, dedicò a Zamjatin una pagina del suo Letteratura e rivoluzione (1924), annoverandolo insieme agli scrittori e ai poeti che sarebbero rimasti fuori dalla Rivoluzione dell’Ottobre. Lo incluse nel gruppo di quelli che furono giovani poco prima della rivoluzione e che finirono per sentirsi defraudati e delusi una volta che questa ebbe inizio.

Scrittori poco originali, secondo Trotskij, «che di tanto in tanto si sfogano facendo di nascosto un piccolo e tutt’altro che focoso gesto di scherno e di minaccia».

Quello che Trotskij, probabilmente a ragione, osservava era il fatto che Zamjatin (così come lo stesso Orwell aggiungerei io) sia, fondamentalmente, un ipercritico.

Un attento osservatore della realtà di cui svela senza pietà le pecche, ma che è, al contempo incapace di proporre delle modifiche o almeno di contrapporre, con un po’ di obiettività, alle negatività gli aspetti positivi.

Rifacendosi a Bacone egli eccelle nella pars destruens ma è totalmente fallimentare nella pars costruens.

Se, l’accostamento, non fosse, per certi, versi irriverente, potrebbe essere avvicinato ad un personaggio di Carosello: l’incontentabile, interpretato da Giampiero Albertini.

All’affermazione dell’estenuato commesso di turno: «Ma lei è incontentabile», l’attore risponde con un laconico: «Sempre».

Le parole scritte da Trotskij non esprimono un giudizio molto diverso.

«Per tutto questo gruppo di scrittori il capo è Zamjatin, l’artista degli Ostrovitjane (Isolani). A dire il vero vi si parla di inglesi. Zamjatin li conosce e li raffigura in una serie di bozzetti, non male, ma alla fin fine in modo piuttosto estrinseco, come uno straniero dotato di spirito d’osservazione e di qualità d’ingegno, ma non molto esigente. Sotto lo stesso titolo, tuttavia, ha pubblicato dei racconti sugli isolani russi, sugli intellettuali che vivono in un’isola in mezzo all’oceano, a loro estraneo e ostile, della realtà sovietica. In questi suoi racconti Zamjatin è più sottile, ma non più profondo. In fondo anche l’autore è un isolano, e abita in una piccola isoletta, dove è emigrato dalla Russia attuale. Scrive dei russi a Londra e degli inglesi a Pietrogrado, Zamjatin resta un indubbio emigrato interno. Un uomo destinato a rimanere senza pace e senza patria, perennemente insoddisfatto». (L. Trotskij, Letteratura e rivoluzione, Einaudi, Torino 1973, p. 26)

Proprio questa sua perenne insoddisfazione, di tutto e per tutto, lo portò a criticare ciò che, in minima parte, aveva aiutato a costruire e in cui aveva riposto molteplici speranze.

Così, per quanto noto per alcuni suoi libri come Racconti di vita di provincia (1913), i racconti Gli isolani (1917), Il cacciatore di uomini (1921) e I fuochi San Domenico (1922) nonché per alcuni lavori teatrali, entrò in conflitto con il Partito e con la Censura.

Alla fine le sue opere vennero proibite e gli fu impedito di pubblicarne di nuove, soprattutto in seguito alla pubblicazione, a sua insaputa, di Noi in una rivista praghese di emigrati russi nel 1927.

Mentre una parte della critica ufficiale prevedeva «un glorioso futuro per la letteratura sovietica», Zamjatin scriveva che, viste le condizioni di mancanza di libertà ed il dominio della censura, «l’unico futuro possibile per la letteratura russa sarà il suo passato».

Sempre più emarginato si rivolse addirittura a Stalin con una lettera per poter riconquistare un po’ di libertà o per poter oltrepassare il muro, emigrare, auto esiliarsi.

Lo stesso Stalin, infine, permise a Zamjatin di lasciare la Russia nel 1931, grazie soprattutto all’intercessione di Maksim Gor’kij, grande amico di Zamjatin e compagno di lotta contro il bolscevismo.

Come molti esiliati sovietici o più in generale dei Paesi dell’Est, la parabola dello scrittore sovietico terminò in Francia.

Stabilitosi a Parigi con la moglie, visse in condizioni miserevoli e morì di angina pectoris nel 1937.

Il romanzo Noi, di cui si è narrato all’inizio di questo scritto, rimase sconosciuto per anni, ma i suoi temi e personaggi riecheggiano in tutto il genere distopico che di lì a poco conobbe la sua età d’oro. Specialmente si ritrovano in 1984 di George Orwell, in cui l’ispirazione è più che evidente (soprattutto nella figura del Grande Fratello, ripresa dal Benefattore di Noi).

Orwell, in realtà, non ha mai nascosto di averlo letto.

«Mi interessano i libri di questo tipo. Prendo appunti. Prima o poi potrei scriverne uno anch’io».

Così scrive George Orwell il 17 febbraio 1944 a Gleb Struve, un insigne slavista suo corrispondente.

L’incontro con Noi, in verità, fu del tutto casuale. Sfogliando un compendio di letteratura sovietica, Orwell vi trovò alcuni passi del romanzo di Evgenij Zamjatin che nessun editore inglese aveva, fino ad allora, pubblicato.

Orwell cercò allora di recuperare l’edizione americana ma non vi riescì. Così dovette ripiegare sulla traduzione francese, Nous-autres, del 1929.

È il 4 gennaio del 1946 quando annunciò ai lettori di “Tribune” di essere finalmente riuscito a leggerlo.

Pochi mesi dopo, in agosto, iniziò a scrivere 1984, un libro destinato a un successo ben maggiore di Noi.

Un soggetto quello scelto da questi scrittori però, come cercherò di dimostrare, effimero in quanto legato a un modello storico e politico superato.

Sia Zamjatin, sia Orwell non immaginano un mondo, ma ne descrivono uno enfatizzandone gli aspetti negativi o assurdi.

Sono polemisti più che scrittori di immaginazione.

Rispetto a Orwell, Zamjatin ha il merito di aver lavorato con meno materiale sulla costruzione dello Stato totalitario avendo realizzato la sua opera quando ancora lo stalinismo stava espandendosi e non vi era stata ancora l’ascesa del Terzo Reich e del fascismo italiano.

Tutte esperienze che Orwell aveva, invece, conosciuto prima di accingersi a scrivere 1984, per quanto ritengo che per entrambi il riferimento fosse soprattutto l’esperienza sovietica inizialmente apprezzata e poi criticata con tutte le forze e le capacità, portandoli ad un cortocircuito tra ciò che esperirono e ciò che immaginarono e scrissero.

LA FALLACIA DISTOPICA

Il termine utopia è un termine complesso. Esso indica allo stesso tempo un genere letterario, che può essere fatto risalire all’opera omonima di Thomas More comparsa nel 1516, e un modo di pensare, considerato da alcuni come astratto ed irrealistico, da altri come una dimensione insopprimibile e decisiva del comportamento libero ed intelligente dell’uomo.

Sebbene il termine utopia sia stato coniato in epoca rinascimentale, il concetto che esso definisce è sicuramente molto più antico.

Già nell’antichità classica, infatti, sono rinvenibili rappresentazioni poetiche di tipo utopistico e si incontrano scritti di carattere utopico-religioso come le opere di Teopompo, Zenone, Ecateo e il resoconto di un fantastico viaggio nelle isole felici della città del sole all’Equatore, attribuito a Giambulo.

Secondo alcuni studiosi anche la Ciropedia di Senofonte può essere considerata come una rappresentazione utopistica del sovrano ideale, per non dire poi della famosissima utopia politico-filosofica idealizzata da Platone nella sua Repubblica.

Si potrebbe affermare che dai primordi del pensiero politico e filosofico, l’utopia sia esistita quale suo naturale balzo in avanti, come forma fantastica di compensazione proposta alle disgrazie del tempo presente.

L’utopia è, in un certo senso, una conseguenza del paradiso perduto e nell’antichità ne conserva sovente le stesse caratteristiche, ispirandosi al mito dell’ordine perfetto sorretto da una legge esterna all’uomo, che ne regola la vita.

Ordine e perfezione che l’uomo ha perduto per sempre, allontanandosi dalla situazione originaria.

A partire dal Novecento si è sviluppata, partendo proprio dall’utopia, ma in polemica con essa, una letteratura anti utopica

Tale genere non si è, però, limitato alla sola letteratura ma ha trovato diverse forme di espressione saggistica e artistico-letteraria come: romanzi, film, fumetti. Queste forme espressive sono state definite col termine distopia.

Ma a quale genere letterario appartengano le distopie? Secondo alcuni critici la distopia individuerebbe un contro movimento all’interno del genere letterario utopico.

Terminata la fase “ottimistica”, la fase dominata dalla speranza, dal sogno, l’uomo disilluso avrebbe assaporato la sua condanna alla infelicità e avrebbe sostituito il paradiso con un inferno creato con le proprie mani, ricettacolo di tutte quelle derive negative di cui esistono tracce molteplici nella storia e nella politica.

Tale tesi parte dal considerare l’utopia come genere letterario, essenzialmente spurio, a metà strada tra il trattato politico e l’opera narrativa.

Come scrive Strada: «l’utopia, di per sé, è una forma ibrida di narrazione, un romanzo, se è lecito il paradosso, necessariamente mancato». (V. Strada, L’antiutopia come liberazione, “Fondamenti” n. 3, 1985, p.91)

Sempre secondo Strada, al contrario, le moderne distopie, invece, «hanno spostato decisamente l’accento di questa doppia natura sul momento letterario: l’antiutopia è un romanzo e, negli esemplari più alti (da Zamjatin a Huxley e a Orwell), un buon romanzo, mentre di solito lo stesso riconoscimento non si può fare per il romanzo utopico».

La ragione di questo paradosso, secondo Strada, sta nel fatto che: «l’utopia racconta la perfezione, mentre la narrazione (e il romanzo in particolare) riguarda l’imperfezione, ossia il movimento, il contrasto, la varietà».

Personalmente non condivido appieno questa opinione. Ritengo che le distopie appaiano più simili a un romanzo per quella carica polemica, disvelatrice, grottesca e financo comica che assume certa letteratura quando si prodiga per ironizzare (anche, talvolta, con una punta di mestizia) contro giganti con i piedi d’argilla, come alcune dittature.

Simile alla distopia novecentesca per motivazioni e contenuti mi pare in questo senso l’opera di Swift.

Opera che è una descrizione distopica della realtà, una vera e propria satira politica, religiosa e morale a cui viene contrapposta una visione del mondo cinica, spietata, polemica e non priva di forti provocazioni.

Anche la scienza (così come in Noi) che viene affrontata nel terzo viaggio di Gulliver e non solo il potere politico, non è risparmiata da aspre critiche, nonostante l’autore scriva e pubblichi nei primi anni dell’illuminismo inglese quando la Royal Society di Londra, attiva da più di cinquant’anni, è il centro del dibattito filosofico e scientifico di tutta Europa e i suoi membri mantengono fitte corrispondenze con le più autorevoli menti del tempo.

In realtà risulta fin troppo evidente come le prime e forse più note distopie novecentesche abbiano un palese riferimento, i totalitarismi (soprattutto quello Comunista realizzato in URSS) dai quali i loro autori sono stati prima affascinati e poi respinti.

Si sentono, perciò, come degli angeli vendicatori con la missione di mostrare ai loro concittadini e compatrioti, e più in generale a tutto il mondo, cosa potrà succedere se si proseguirà in quella direzione, con quelle scelte politiche di supporto ai regimi.

Ma il loro limite, la loro mancanza, la loro fallacia sta proprio in questo: credere che un modello storico, quel preciso modello storico – politico, potesse rappresentare uno sviluppo certo del genere umano, del suo sviluppo sociale ed organizzativo.

La profezia si è rivelata, infatti, assolutamente imprecisa. I totalitarismi politici, in Occidente, sono stati spazzati via dalla storia.

La caduta del muro di Berlino

Mai come in questo periodo, infatti, nella maggior parte degli Stati occidentali a capitalismo maturo, si assiste a una perdita di sovranità dello Stato Centrale a favore di un pluralismo di poteri, su base locale o di natura diversa da quella politica come, ad esempio, i poteri economici.

A ciò va aggiunto che l’ideologia collettivistica o anche solo l’idea di un bene comune (comunque sia declinata) è oggi superata e cancellata da forme di individualismo più o meno esasperate

L’ipotesi che qui avanzo e che riprendo in parte da altri, è che ci sia stata una transizione di fondo, un profondo e radicale cambiamento.

Si è modificata la polarità soggetto-istituzione, con il rischio della stessa tenuta del sistema, ma non in chiave totalitaristica come ipotizzavano Zamjatin e Orwell, ma in senso diametralmente opposto e cioè verso un eccesso di individualismo.

Come scrive Giovanni Bombelli: «L’impressione è che a mutare progressivamente sia la nozione stessa di “soggetto” (individuo), riarticolandosi esso secondo il binomio “io “-”me”: ne consegue la necessità di ridiscutere la scissione “chiara e distinta” tra le categorie di “privato” e “pubblico” (in primis l’idea di istituzione) e, in sostanza, di “diritto”» (G. Bombelli, Appunti in margine all’ambiguità del modello comunitario occidentale “comunità radicata” (materiale) e “comunità sradicate” (immateriali) tra pluralismo e multiculturalismo, Centro Studi TCRS, in: Sconfinamenti: Regole, reti, confini Castello di Gargonza (SI) 14-16 maggio 2004).

Eccoci tornare prepotentemente alla società liquida ipotizzata da Bauman, nella quale non ci sono più certezze. L’individuo cambia e cambia in continuazione.

«Diventa sempre più difficile ricordare con precisione a quale principio fondamentale dobbiamo restare fedeli. L’ideale dell’autenticità si sta sfilacciando; il significato della sincerità scivola lentamente nell’indeterminatezza. […] La personalità eclettica è un camaleonte sociale, in quanto prende costantemente in prestito frammenti di identità da qualsiasi fonte disponibile e li combina in modo tale da renderli utili o desiderabili in una data situazione. […] La vita diviene un negozio di dolciumi dove appagare i propri appetiti crescenti.» (K.J. Gergen, “The Saturated Self: Dilemmas of Identity in Contemporary Life”, Basic Books, New York 1991, p. 150).

Un esempio evidente è dato da ciò che sta avvenendo in questo difficile periodo.

I cittadini hanno mostrato un comportamento coerente e unitario solo di fronte alla privazione (quasi totale) della libertà.

Privazione ottenuta attraverso la minaccia (vera o presunta non è facile stabilirlo perché troppo si è detto e spesso in modo impreciso a partire dai dati) della morte derivata da una malattia sconosciuta e al conseguente stato di paura che si è generato.

Tra lo stare in casa e ammalarsi o andare a lavorare la comparazione, anche per un essere non sempre razionale come l’uomo, è stata abbastanza semplice.

Ma una volta superata la paura, una volta che, probabilmente anche per ragioni economiche, i media hanno intonato canti propizi e liberatori, avallati anche da molti politici che fino a qualche giorno prima si erano strappate le vesti per chiedere restrizioni sempre maggiori, lo senario è radicalmente cambiato in un sol battito di ciglia.

I cittadini, prontamente convinti che il lockdown era stato solo un infelice parentesi, si sono riversati per le strade irrispettosi, per lo più, dei limiti imposti, in vero senza troppa convinzione, dai governanti di turno a difesa della propria e dell’altrui salute.

Gli interessi individuali (alla libertà, al “cazzeggio” comunitario, alle vacanze, agli affari, al guadagno, al lavoro…) sono tornati prepotentemente alla ribalta e, come risvegliati da un breve involontario torpore, hanno iniziato a “tirare la giacca” al potere statale. A loro volta i governanti, per non essere travolti dall’opinione pubblica o messi da parte da nuovi potenti portati al potere dall’onda del nascente malcontento, si sono lanciati in spericolati equilibrismi a volta riusciti, ma a volte solo goffi e grotteschi.

Sicuramente un potere che non ha, per nulla, le sembianze del Grande Benefattore o del Grande Fratello che tutto sa, tutto vede e a tutto provvede.

La distopia attuale va, mi ripeto, nella direzione diametralmente opposta a quella pensata da Zamjatin e Orwell.

La società ordinata e semplice pensata da Zamjatin, basata su poche regole ferree che dominano la città e i suoi abitanti non ha nulla a che vedere con la società attuale complessa e totalmente basata sull’incertezza.

Incertezza che, ci insegna Bauman, è perfettamente descritta dal termine tedesco «”Unsicherheit”, che designa il complesso delle esperienze definite nella lingua inglese “uncertainty” [incertezza], “insecurity” [insicurezza esistenziale] e “unsafety” [assenza di garanzie di sicurezza per la propria persona, precarietà]».

Ebbene, esattamente l’opposto di ciò che si trova nella città descritta in Noi dove, come abbiamo visto, tutto è certo.

Proprio il binomio certezza – incertezza diviene fondamentale per rendersi conto come le società distopiche siano lontane dalla società attuali.

Come scrive Costantino Esposito: «Intervenendo a un Festival di filosofia dedicato al tema della «fortuna», il sociologo Zygmunt Bauman (si tratta del «Festival di Filosofia» tenutosi a Modena, Carpi e Sassuolo dal 17 al 19 settembre 2010 sul tema «Fortuna». L’intervento di Z. Bauman era stato parzialmente anticipato sul quotidiano la Repubblica del 16 settembre 2010 con il titolo: La società dell’incertezza), osservava acutamente che tutta la cultura moderna era nata con la promessa di sfidare, in una «guerra totale di logoramento» quel «mostro policefalo» che è l’incertezza».

Si prefiggeva quindi raggiungere la società “certa” del Grande Benefattore.

Ma ha fallito completamente il suo obiettivo.

Scrive ancora Esposito: «Ancora nel XVIII e nel XIX secolo si pensava che la mancanza della vittoria definitiva sull’incertezza dipendesse da una serie di problemi non ancora scientificamente affrontati, ma che, con il progresso della scienza, alla fine essi sarebbero stati risolti. La vera novità, il cambiamento drastico, secondo Bauman, è arrivato invece negli ultimi cinquant’anni (ma io direi anche prima), quando ha cominciato a mutare lo stesso significato attribuito alla «contingenza», cioè alla nostra condizione di essere finiti, e dunque dipendenti dai casi della natura e dagli eventi della storia. Se in precedenza, infatti, ciò che era puramente casuale, imprevisto o incontrollabile era considerato come un fenomeno marginale di disturbo, a partire dalla seconda metà del XX secolo è come se tutto invece convergesse verso la precarietà: dalla conoscenza del cosmo all’analisi dell’io individuale, dalle strutture elementari della materia alla dinamica delle società complesse, i fenomeni collaterali di disturbo venivano interpretati come «attributi primari della realtà e sua principale spiegazione».

Così: «Oggi ci stiamo rendendo conto che contingenza, casualità, ambiguità e irregolarità sono caratteristiche inalienabili di tutto ciò che esiste, e pertanto sono irremovibili anche dalla vita sociale e individuale degli esseri umani».

Per certi versi queste parole, che sono solo una esemplificazione del pensiero di molti pensatori (Vattimo, Natoli solo per citarne alcuni), evidenziano come il pericolo di una società “certa” dove tutto è sicuro, guidato e convenzionato non si sia mai realizzato e non sia neppure all’orizzonte (Sul punto si veda: Aa. Vv. E l’esistenza diventa una immensa certezza. I quaderni di Sussistenza, Il Sussidiario. Net 2011).

Un altro aspetto che si ritrova ben evidenziato nello scritto di Zamjatin è il controllo totale esercitato dal (malvagio) Potere sui cittadini. Tutte le case sono trasparenti e i cittadini possono abbassare le tende solo nelle ore di riposo – libertà.

Zamjatin, conoscendo le regole del totalitarismo e delle rivoluzioni, sa che il potersi nascondere, che l’isolarsi, che il riunirsi segretamente, che, più in generale, il non essere visti, rappresenta un pericolo “mortale”, una grave magagna, un vulnus da estirpare in uno Stato dittatoriale.

Pensando all’esperienza dell’Urss di Stalin o della Germania di Hitler sicuramente l’invasività del pubblico nel privato era assolutamente ingiustificata e pericolosa.

Inammissibile, per chi ama la propria libertà.

Ma cosa direbbe Zamjatin osservando una società come la nostra dove i cittadini vengono spiati (e, a volte, si lasciano spiare) dai privati o (cercano) desiderano essere spiati e per questo si mettono in continua mostra?

Anche in questo caso quindi i timori di Zamjatin, la sua accusa, la sua premonizione non solo non si è realizzata ma addirittura è stata ribaltata.

Guai se l’individuo non è osservato, se non ha “amici”, se la sua privacy non viene minacciata da qualcuno che vuole contattarlo, spiarlo, esaminarlo?

In una brutta (almeno per me) serie televisiva e precisamente You, basata sull’omonimo romanzo You, nonché sul suo seguito Hidden Bodies, scritti da Caroline Kepnes, il personaggio femminile Guinevere Beck (interpretata da Elizabeth Lail) vive in un appartamento di New York al primo piano senza tende alle finestre, lasciando che gli sguardi dei passanti la possano osservare, anche nell’intimità.

La differenza sostanziale, rispetto all’opera utopica in precedenza ricordata, sta però nel fatto che non c’è nessun dittatore (o Grande Fratello) ad obbligarla, ma si tratta di una sua scelta totalmente libera. Così come quella che il personaggio fa di lasciare ampie informazioni della sua vita sui social a portata di tutti. Libera di farlo, non costretta da regole imposte dal maligno e perfido Grande Dittatore.

Già sul finire degli anni Sessanta del Novecento Debord scriveva: «Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione». (G. Debord, La società dello spettacolo, Baldini Castoldi Dalai editore, Milano 2008, p. 53).

Ciò che deve essere tenuto in considerazione non è però l’apparire ma come esso viene considerato da chi desidera farlo.

A differenza di quanto avviene in una società totalitaristica in cui il privato, come si è detto, è un lusso pericoloso, dato che dietro le tende si può cospirare, preparare una sommossa o peggio, nella società post -moderna l’apparire è il frutto di un disperato tentativo di rendersi unici, di differenziarsi dalla massa, forse di esorcizzare le proprie paure e il senso di solitudine tipico del destino dell’uomo ben riassunto nel verso di una canzone di Fabrizio De André: «Questo non vi consoli…Quando si muore, si muore soli».

Triste verità che porta l’uomo a cercare improbabili esaltazioni finché può farlo, compreso il mostrarsi agli altri, da cui desidera il riconoscimento per non sprofondare nella depressione.

Usando una metafora è come raggiungere lo stesso luogo, la stessa piazza da due vie opposte. Distopia e realtà seguono percorsi diversi per giungere allo stesso pericolo, ma con motivazioni opposte: troppo controllo la prima, troppa libertà la seconda.

Il risultato tuttavia è che, anche su questo aspetto, la distopia di inizio novecento ha fallito, ha immaginato una società basata sul controllo politico che non si è mai realizzata, se non per un breve lasso di tempo, e che forse non si realizzerà mai più nei termini ipotizzati.

Ma quali possono essere i motivi di questi fallimenti? Di queste previsioni irrealizzate?

Probabilmente ciò dipende dall’essersi ispirata a modelli troppo reali e storicamente determinati e troppo semplici. Dunque, aver peccato in fantasia e questo per scritti che, almeno in parte, dovrebbero dipingere un futuro inferno non è cosa da poco.

Come si è detto le distopie sono, comunque, romanzi. Leggiamoli allora come tali e se scritti bene, come del resto quello di Zamjatin (anche se forse vi sono troppi neologismi e vi è, a volte, una evidente mancanza di fluidità nella narrazione) godiamoceli come faremmo con un vecchio disco in vinile, forse non così perfetto come i nuovi modelli di riproduzione del suono, ma affascinanti e suggestivi nelle loro imperfezioni.

Maurizio Canauz @ giugno 2020

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