stanzaunozerouno

Sentinella, quanto resta della notte?

Kafka, Workaholism e Cyborg

In questo scritto partendo dal racconto Poseidone di Kafka ci si interroga sul lavoro del futuro. Saremmo tutti affetti dal WORKAHOLISM (Un workaholic è una persona che lavora in modo compulsivo senza riuscire mai ad arrestarsi)? L’uomo sarà asservito alle macchine? Molti lavoratori, per essere più efficienti diverranno dei cyborg? Domande inquietanti che necessitano una riflessione, per non essere, come spesso avviene, impreparati.

In this essay, starting from Kafka’s short story Poseidon, we wonder about the work of the future. Would we all be affected by WORKAHOLISM (A workaholic is a person who works compulsively)? Will man be enslaved to machines? Will many workers become cyborgs to be more efficient? Disturbing questions that need reflection, as often happens, not to be unprepared.

I

Pompei, l’antica Pompei, non si può definire una cittadina fortunata.

Il 5 febbraio del 62 a. C., fu colpita da un terremoto con epicentro nella zona vesuviana, precisamente a Stabia, di magnitudo presumibilmente intorno al quinto – sesto grado della scala Mercalli.

Terremoto che, descritto anche da Lucio Anneo Seneca, provocò numerosi danni alle città oltreché ad Ercolano e Stabia.

Le case erano ancora in ricostruzione quando, il 79 d. C., fu colpita da una nuova tragedia naturale: l’eruzione del Vesuvio, di violenza inaudita.

Eruzione che, oltre a modificare profondamente la morfologia del vulcano, provocò la “cancellazione” della città (e di quelle vicine).

Dove brulicava la vita si posero solo strati di pomici che cristallizzarono tutto, bloccandolo in un fotogramma di morte in cui il tempo si fuse nella materia rimanendone irrimediabilmente imprigionato.

Le rovine furono riportate alla luce solo a partire dal XVIII secolo.

Tra queste nel triclinio della piccola Casa detta del Granduca di Toscana è stato ritrovato un magnifico mosaico quadrato (di 92 cm per lato) raffigurante Poseidone e sua moglie Anfitrite.

La coppia divina, appena sposata, viene rappresentata mentre attraversa i mari su un fastoso carro trainato da tritoni. Lo schema iconografico copia, invertendolo, un celebre modello ellenistico, a noi noto da una lastra dell’ara di Domizio Enobarbo, oggi osservabile presso la Gliptoteca di Monaco di Baviera.

Il mosaico raffigurante Poseidone e sua moglie Anfitrite ritrovato a Pompei

Concentriamoci sul personaggio principale: chi era (e in un certo senso chi è) Poseidone?

Nel Pantheon greco, è abbastanza risaputo, rappresenta il dio dell’elemento liquido, figlio di Kronos e Rhea, fratello di Zeus.

Come scrive Capano «dio, inferiore (ma in certo senso pari) solo al fratello Zeus, era già identificato come Scuotitore di terra ovvero E-NE-SI-DA-O-NE nella Cnosso di epoca micenea, poi ἐννοσίγαιος o σεισίχϑων, un titolo estremamente importante, soprattutto considerando che i terremoti sono stati una delle cause principali della caduta della civiltà minoica» e anche, almeno in parte, della nostra Pompei». (A. Capano, Poseidon e il mare in Magna Grecia dall’età arcaica all’epoca romana, in “Salternum”, Anno XXII, nn. 40-41, gennaio -dicembre 2018, pp. 5-30).

Poseidone era anche, e per noi soprattutto, «il dio dell’acqua (da cui il suo epiteto di “Possessore della terra” inteso come marito della Terra ovvero l’acqua che la feconda) e solo successivamente fu associato al mare» (A. Capano, op. cit.)

Come tutti gli dei greci aveva dei compiti ma godeva anche di una certa libertà e soprattutto poteva, a suo piacimento, scorrazzare per i mari.

Diversa è l’immagine che ne dà, secoli dopo, Kafka (sul punto rimando immodestamente al mio: M. Canauz, Solamente Kafka…, Etabeta Editore, Lesmo (MB) 2020), rappresentandolo come uno schiavo del lavoro.

Il racconto, scritto nel 1920, è piuttosto breve e può essere considerato un ironico abbozzo del mondo del lavoro, quasi uno scherzo che sicuramente fa sorridere e avrà fatto sorridere i lettori che hanno avuto esperienze lavorative d’ufficio, soprattutto se legate alla burocrazia statale o para statale.

Non è raro che Kafka, nei suoi racconti, faccia riferimento e prenda spunto dalla mitologia. Soggetto del suo racconto (non una semplice rivisitazione di un mito esistente come avviene, ad esempio, nel racconto Prometeo) è il dio del mare, non però rappresentato nella sua possenza, nella sua forza dominatrice sull’acqua (come nella raffigurazione pompeiana) bensì infelice e soprattutto non soddisfatto dei suoi compiti.

Un dio probabilmente anziano che, dopo tanti anni, vorrebbe essere sollevato dal suo incarico gravoso dato che l’amministrazione di tutte le acque gli procura un lavoro incessante. Il problema, a prima vista parrebbe di facile soluzione.

Poseidone stesso avrebbe potuto, infatti, risolverlo facendosi affiancare da un nuovo ulteriore aiutante che, data la sua importanza nelle gerarchie celesti, avrebbe potuto, facilmente avere.

Ma in realtà la situazione non è affatto semplice in quanto di aiutanti il dio del mare ne ha già parecchi ma non sa proprio cosa farsene perché è incapace di delegare e ciò rende anche i suoi collaboratori, che già lo attorniano, del tutto inutili e superflui. Poseidone potrebbe allora chiedere di cambiare le sue mansioni, per uscire da quella situazione nella quale sta affondando.

Strano a dirsi, infatti, ma il Poseidone di Kafka dice di non amare troppo il suo lavoro affermando di poterlo mutare volentieri.

Problema risolto dunque? Nient’affatto perché: «quando gli facevano proposte diverse, risultava che niente gli andava a genio come il lavoro che aveva svolto fino ad allora». Inoltre non era facile neppure nella burocrazia olimpica trovargli un altro ufficio che potesse essere assegnato a un dio del suo grado e della sua importanza, «al grande Poseidone doveva toccare solo un posto di dominio».

Ma i posti di dominio sono pochi e già occupati.

Se ciò non bastasse ad aggravare la sua posizione vi è la difficoltà di lasciare il mare per la terra ferma: «già alla sola idea stava male, il suo respiro divino si alterava, la sua bronzea gabbia toracica si agitava».

Così Poseidone è obbligato a passare le sue giornate assorto nei conti e nei calcoli infiniti che richiede l’amministrazione delle acque e non trova tempo neppure per dare uno sguardo al mare.

Bizzarro destino per questo dio che sovraintende gli Oceani, ma che non ha tempo neppure di rimanere a guardare le onde o sentire la brezza salmastra accarezzargli la pelle. Solo, di tanto in tanto, nei suoi viaggi all’Olimpo per rendere conto delle sue attività a Zeus, gli è possibile osservare il mare ma solo di sfuggita dato che «non li ha mai solcati veramente».

Ma questo non è il suo unico cruccio e neppure, forse, il principale.

Altrettanto malessere gli crea la convinzione che gli uomini abbiano un’errata immagine di lui, credendolo un dio gaudente e ozioso, sempre scorrazzante tra i flutti con il suo tridente. Nulla di più falso ed ingiusto. Nulla di rispondente al vero, una vera e propria calunnia.

Unico conforto, per questa creatura eccezionale, l’attesa di potere un giorno, finalmente percorrere il mare. «Soleva dire che per farlo aspettava la fine del mondo; allora avrebbe trovato un momento di quiete in cui, nell’imminenza della fine, dopo aver riscontrato l’ultimo conto, avrebbe potuto fare in fretta un viaggetto circolare».

La descrizione che fa Kafka è, fuor di metafora, quella di un dirigente, di un uomo di responsabilità, sebbene non apicale (per quello c’è Giove) attaccato, per senso del dovere, al suo lavoro con modalità autovessatoria.

Il Poseidone funzionario, che Kafka descrive con simpatica ironia, è caratterizzato da un incontrollabile necessità di lavorare incessantemente, tipica di certe figure dell’amministrazione austro ungarica e non solo.

Anzi mai come negli ultimi decenni, pur in un periodo di diminuzione degli occupati, gli orari di lavoro, soprattutto in certi ambiti professionali, sono aumentati a dismisura.

Serie televisive come Suits o The God Wife, mostrano avvocati, soprattutto alle prime armi, costretti ad orari impossibili. Lo stesso dicasi per i medici o per chi si occupa di finanza.

Tornando a Poseidone, Kafka non fornisce ulteriori informazioni sulle ragioni che impediscono al dio del mare di delegare (almeno) un po’ del lavoro e perché abbia un carico così eccessivo di pratiche.

La ragione potrebbe essere di natura organizzativa o personale.

Nel primo caso forse Kafka fa riferimento a quel cattivo funzionamento organizzativo che già descrive ampiamente ne Il Castello.

Nel secondo caso, invece, volendo fare una supposizione, Poseidone sembrerebbe affetto da quello che, a distanza di almeno cinquant’anni da quando fu composto il racconto, è stato definito workaholism e cioè la “dipendenza da lavoro”.

Chi ne soffre ha bisogno delle scariche di adrenalina che gli vengono dall’essere costantemente impegnato: il lavoro gli consente di sentirsi importante, di avere un ruolo sociale e di colmare il senso di vuoto che altrimenti si impadronirebbe di lui.

Per alcune persone il lavoro può diventare simile a una droga e come in tutti i casi di droga anche il “drogato da lavoro” è caratterizzato dal fenomeno della dipendenza, cioè la necessità di aumentare sempre più la quantità della sostanza assunta e l’impossibilità di farne a meno. È questo, probabilmente, il caso del Poseidone kafkiano incapace di essere sé stesso al di fuori del suo impiego e necessitante di un carico sempre maggiore di lavoro.

Questa forma di droga, come tutte le droghe, porta a conseguenze nefaste per l’individuo e la sua salute mentale e fisica.

Gli effetti di lavorare un gran numero di ore sono stati indagatati a lungo nel corso degli anni. Tra le conseguenze maggiormente riscontrate dai ricercatori: problemi cardiocircolatori, problemi del sonno, scarsa salute psicologica (che nasce soprattutto dallo stress e da un alto conflitto tra vita privata e vita lavorativa), nonché l’incremento del numero di infortuni sul lavoro (tanto da poter portare anche alla morte o al Karoshi termine proprio della cultura giapponese che è stato coniato appositamente per identificare le morti non dovute ad incidenti sul lavoro ma ricondotte esclusivamente all’eccessivo lavoro di cui si fa carico un singolo uomo).

Tuttavia non sembra che chi governa la società pensi di diminuire il tempo lavorato ovviamente per gli occupati e le poche proposte fatte in questo senso non sembrano essere ben accette (come quella fatta in Finlandia di lavorare sei ore per quattro giorni).

La società attuale è troppo concentrata sul lavoro come destino dell’uomo per poter anche solo immaginare un mondo diverso con più tempo libero.

Il prossimo futuro si preannuncia così non eccessivamente roseo, anzi i carichi di lavoro e la richiesta di prestazioni straordinarie (non solo quantitativamente ma anche qualitativamente) verrà amplificata dalla tecnologia come cercherò di evidenziare nel prossimo paragrafo.

II

Ritorniamo alle domande con cui ci siamo lasciati: come sarà il lavoro nel futuro e, soprattutto, ci sarà ancora lavoro?

Sono queste due tematiche che, spesso accennate, rimangono sullo sfondo di un dibattito troppo spesso miope e ancorato alla contingenza per avere la capacità non tanto di orientare le scelte ma anche solo di prevedere le conseguenze di quelle già prese.

Un tema trasversale che abbraccia necessariamente diversi ambiti disciplinari quali, ad esempio, l’economia e il diritto e che si concentra spesso su scenari sconvolgenti, da «fine del lavoro» come ha sostenuto Rifkin (J. Rifkin, La fine del lavoro, Mondadori, Milano 2014) o Viviane Forrester  che in un celebre volume di ormai più di venti anni fa, definiva l’«orrore economico» della disoccupazione diffusa e dilagante, come il prossimo futuro dell’umanità (V. Forrester, L’orrore economico, Ponte alle grazie, Firenze 2010; ed. orig. 1996).

Per quanto anch’io mi iscriva alla schiera dei pessimisti non voglio né posso affrontare in questa sede un dibattito di così ampia portata che cadrebbe inevitabilmente in tecnicismi e potrebbe annoiare il lettore, per cui mi limiterò a un aspetto che non sempre ha il giusto spazio: l’integrazione tra robot e lavoratore, che si inizia a realizzare soprattutto per effetto dei progressi nella biotecnologia e nelle nanotecnologie (per un approfondimento si rimanda a N. Bostrom, Superintelligenza. Tendenze, pericoli, strategie, Bollati Boringhieri, Torino 2018).

concept of artificial intelligence: human and robot hands solving a puzzle

In molte serie televisive e in altrettanti film non è raro che per guarire situazioni traumatiche o malattie particolarmente gravi si ricorra alle nanotecnologie o comunque all’inserimento nel corpo umano di mini robot ingoiabili.

Già nel lontano 1966 si ipotizzava la miniaturizzazione come possibile via per guarire l’uomo. Mi riferisco al film Viaggio allucinante (Fantastic Voyage) diretto da Richard Fleischer la cui sceneggiatura si basava su un racconto di Otto Klement e Jerome Bixby (a sua volta ripreso anche da Isaac Asimov che pubblicò poco prima del film la scrittura di un romanzo omonimo a partire dalla sceneggiatura del film). Similmente avviene in DC’s Legends of Tomorrow in cui Atom e cioè il dottor Ray Palmer grazie alla sua tuta, che gli permette di rimpicciolirsi, entra nel corpo di Kendra – La donna falco, riducendosi a dimensioni subatomiche e distrugge dei corpi estranei ed esattamente le schegge di un pugnale salvando l’amica (Episodio 3 prima stagione –Legami di sangue).

A sua volta la nanotecnologia viene ampiamente usata (o profetizzata?) in alcuni telefilm come ad esempio Travellers in cui uno dei viaggiatori, il viaggiatore Grant MacLaren (Viaggiatore 3468), interpretato da Eric McCormack, viene salvato solo ricorrendo massicciamente all’utilizzo di microrobot che ricostruiscono il suo corpo maciullato.

Si tratta, ovviamente di pochissimi esempi di un’infinità di casi di fantascienza letteraria o filmica, ma ciò che deve far riflettere è che ora dalla finzione si sta passando alla realtà.

Si pensi agli applicativi della “nano-medicina” già utilizzati per veicolare farmaci, calore o altre sostanze all’interno del corpo umano in modo mirato, cioè diretto a specifiche cellule. Tecnica questa che si spera, un domani non troppo lontano, possa aiutare l’umanità nella tormentata lotta contro il cancro.

Lo stesso vale per le protesi robotiche innestabili e indossabili. Non solo la immaginaria mano di Luke Skywalker recisa nel duello con Darth Vader, ma la “reale” mano robotica capace di essere impiantata senza interventi invasivi che rappresenta un’importante e significativa frontiera dell’integrazione fra arti meccanici e corpo umano.

In Italia, ad esempio, si è progettata una mano bionica da parte dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Tale arto ha le caratteristiche di essere poliarticolato e dotato di una sorprendente capacità prensile con le dita che sono in grado di muoversi insieme perché è il cervello che impartisce l’ordine.

Una mano che si avvicina molto a quella naturale potendo riprodurre circa l’85% dei movimenti di cui è capace una “vera” mano.

Realizzata con un processo stampato in 3d è realizzata quasi totalmente in materiale plastico per cui ha il pregio di essere leggera pesando complessivamente meno di 500 grammi.

A differenza dei precedenti modelli questa mano bionica non è collegata ai tessuti e nervi del braccio, quindi non è applicata con una tecnica invasiva di tipo chirurgico, ma è indossabile. Viene controllata dal paziente per mezzo di sensori applicati sui muscoli in grado di catturare i segnali naturali dei muscoli residui, e grazie a un tendine artificiale si caratterizza per possedere un movimento quasi naturale. Un progetto che introduce i concetti chiave del campo delle sinergie sensomotorie, ossia il linguaggio che il cervello utilizza per governare i movimenti della mano.

Similmente si ricorre alla robotica potenziata da intelligenza artificiale anche in campo militare.

Facile pensare ai droni ma, senza neppure troppo sforzo di fantasia, si può fare riferimento all’utilizzo di protesi esoscheletriche potenzianti (simili a quelle anticipate nel film Avatar) capaci di realizzare veri e propri soldati cyborg.

Introduco qui una precisazione di natura terminologica che potrà, ad alcuni, sembrare ovvia ma che, per altri, sarà meno scontata.

Con il termine cyborg si indica un organismo biologico integrato da parti artificiali che possono essere delle protesi meccaniche, ma anche innesti biochimici e modificazioni con parti elettroniche inserite nel corpo umano.

Paradossalmente anche una persona dotata di un pace-maker o uno steen potrebbe corrispondere alla definizione di cyborg.

Tornando alle armi un altro esempio di uso si ritrova nell’impiego della realtà aumentata direttamente nelle visiere elettroniche dei caschi in dotazione dei piloti di aereo, per generare interfaccia gestionali di guida intelligenti. Anche in questo caso la finzione è stata già raggiunta dalla realtà perché i caschi creati per i piloti degli F 35 hanno già queste funzioni.

Il pilota, indossando il casco, non vedrà i limiti fisici del cockpit, ma il mondo: sopra, sotto o dietro di lui. Il pilota, ruotando la testa, per esempio, non vedrà il timone di coda, ma il cielo dietro di esso. Gli occhi del pilota, infatti, saranno le sei telecamere installate sul caccia per una visione a 360 gradi.

La visiera del casco, quindi, diventa una finestra sul mondo. Il visore proietterà, inoltre, tutte le informazioni necessarie per il volo ed il combattimento.

Ora, non v’è ragione alcuna per ritenere che simili tecnologie rimarranno confinate ancora a lungo esclusivamente in ambito sanitario o militare. Anzi, è presumibile che, non appena si ridurranno i costi di produzione, queste tecnologie, come sempre in passato, verranno velocemente applicate anche in ambito lavorativo.

Così scrivono Barberio, Brunori, Morabito: «Le tecnologie emergenti ed innovative hanno la possibilità di penetrare nel mercato e modificare profondamente le sue dinamiche. Accade spesso che le innovazioni portino con sé cambiamenti che si ripercuotono innanzi tutto sul sistema produttivo locale…e successivamente influenzino il sistema a carattere globale con implicazioni di tipo economico, ambientale e sociale». (Nanotecnologie e nanomateriali: opportunità di green innovation in EAI Energia, Ambiente e Innovazione 1-2/2015).

L’introduzione delle nuove tecnologie comporterà profondi cambiamenti e necessiterà di approfondite riflessioni che dovranno essere fatte per tempo prima che l’interesse dei singoli porti a scelte non vantaggiose per la comunità e soprattutto per le fasce della popolazione più deboli.

Scrive Valerio Maio, professore di Diritto del lavoro presso l’Università Unitelma Sapienza di Roma: «Si va così dischiudendo anche per il diritto del lavoro una nuova decisiva frontiera. Nella più parte dei casi non ci sarà nulla da obiettare. Anzi. Protesi robotiche potranno garantire, ad esempio, un accesso al mercato del lavoro a persone disabili che sono oggi escluse a ragione di deficit fisici. Senza dimenticare le attività lavorative rischiose ed insalubri, rispetto alle quali, si auspica, il lavoro umano potrà venire protetto più o meglio proprio mediante l’impiego di tecnologia robotica. Ma al netto di tutto ciò, come sempre quando la tecnica rivela possibilità in precedenza ignote, esiste e deve essere attentamente considerata anche la presenza di controindicazioni, rischi, forzature, prima neppure immaginabili. Mi riferisco principalmente al tema del possibile impiego delle soluzioni di innesto o impianto robotico sul corpo umano, quale mero strumento di miglioramento della performance del lavoratore». (V. Maio, Il diritto del lavoro e le nuove sfide della robotica, in “Argomenti di diritto del lavoro”, n. 6, 2018, pp. 1414 – 1455).

Maio focalizza la sua attenzione su una possibile human divide che si potrà creare tra lavoratori potenziati e lavoratori non potenziati, con sacche di mano d’opera poco appetibile se non accetterà di farsi potenziare o se qualcuno deciderà non abbastanza utile per essere potenziata.

Personalmente ritengo che uno dei problemi più gravi riguarderà i carichi di lavoro e lo stress che l’uomo potenziato potrebbe avere per rimanere legato alla macchina e all’intelligenza artificiale.

L’impiego della cosiddetta realtà aumentata e di interfaccia digitali uomo – macchina promette, ad esempio, di espandere le capacità connettive, cognitive e di processo dei dati del lavoratore, secondo grandezze fino ad oggi irrealizzabili. Ma a quale prezzo per il lavoratore?

Sempre Maio sostiene che: «Eventuali pratiche di potenziamento tecnologico, in campo fisico, sensoriale, o cognitivo sono e saranno, infatti, da respingere, sempre e senza incertezze, se minacciano la salute fisica o l’equilibrio psicofisico del lavoratore che le utilizza».

Ma cosa avverrebbe nei casi in cui il potenziamento non danneggi l’integrità psicofisica di chi lo impiega (ma, in realtà, chi può essere certo a priori, visto gli sviluppi della medicina e i casi già successi come quello dell’amianto, che non ci siano implicazioni non immediatamente evidenti ma che insorgano in un secondo momento, magari a distanza di tempo?) anche attraverso l’adozione di accorgimenti, prescrizioni ed adattamenti, quali pause, obblighi di disconnessione, visite periodiche di controllo, ecc.?

Dovrebbero essere ammesse?

Nei casi in cui non ricorre alcun rischio per la salute si pone, infatti, con maggiore evidenzia il quesito di carattere generale, se possa, o no, e comunque entro quali limiti, essere consentito che le naturali capacità psico-fisiche, mnemoniche e cognitive del lavoratore vengano alterate per favorire un più efficiente svolgimento della prestazione lavorativa od un suo migliore inserimento nell’organizzazione del lavoro.

Quesito che deve essere affrontato dal legislatore, ma rispetto al quale sono certamente sostenibili posizioni di estrema cautela a partire, per quanto riguarda l’Italia, dalle previsioni costituzionali e comunitarie, che tutelano la libertà e la dignità della persona che lavora ed in particolare sanciscono il «divieto di fare del corpo umano e delle sue parti in quanto tali una fonte di lucro» (v. art. 3 Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea).

Va detto che, per esattezza, che il connubio uomo – machina nel tempo si è evoluto sempre di più con risultati invero incerti.

Comunque da sempre e soprattutto dopo la rivoluzione industriale, l’uomo ha dovuto cooperare con le macchine cercando di seguirne i ritmi.

Ciò che è prevedibile in futuro è però una commistione tra umano e robot mai vista prima.

Una commistione che opererà in modo biunivoco attingendo da un lato al bagaglio emozionale ed esperienziale della persona (considerabile come unità singola e irripetibile) e dall’altro alle capacità immense, per velocità e memoria, della macchina.

Se l’uomo si dovrà adeguare agli standard prestazionali della macchina, come afferma Habermas: «si finisce anche con il realizzare un azzeramento delle differenze ed un livellamento dei limiti umani così aggressivo e significativo da risultare potenzialmente lesivo della dignità umana, perché capace di infrangere il tabù della unicità della «persona», intesa come soggetto «non sostituibile e non rappresentabile attraverso altre». (V. J. Habermas, Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, Torino, 2002, pag. 10).

Si diventerebbe semplici ingranaggi della macchina produttiva, burocratica ed organizzativa.

Come scrive Koyrè: «destinata ad alleviare la fatica degli uomini la macchina sembra al contrario non fare altro che aggravarla» (A. Koyre: Dal mondo del pressappoco all’universo della precisione, Einaudi, Torino 2000).

Tornando a Poseidone, se fosse potenziato non risolverebbe i suoi problemi per almeno due ordini di ragioni.

La prima è soggettiva. Se fosse veramente affetto di workholism, non saprebbe come impiegare il suo tempo al di fuori dell’ufficio. Così come è incapace di delegare parte dei suoi compiti ad altri, altrettanto non sarebbe in grado di occupare il tempo liberato dalla maggiore efficienza della macchina per vedere i suoi mari, ma cercherebbe disperatamente una nuova “dose” di lavoro.

La seconda è oggettiva e riguarda l’organizzazione. Una volta potenziato e reso ancor più divino ed efficiente Poseidone, Zeus, il capo assoluto, probabilmente non si limiterebbe a passargli le solite pratiche che già lo tengono occupato ma cercherebbe di “sfruttarlo” maggiormente.

Carnefice e vittima, pur per scopi diversi, agirebbero quindi in modo similare.

Questa ultima riflessione rimanda necessariamente a come l’uomo considera il lavoro e soprattutto a come lo considererà in futuro quando sarà liberato dalle macchine dalla necessità di lavorare.

Come ricorda Benni: «In età premoderna il lavoro (labor) si caratterizzava ed era concepito nel suo significato etimologico, come fatica e dannazione. L’uomo era costretto a lavorare per sopravvivere. La natura era matrigna e le si doveva strappare, con sacrifico e dolore, il cibo. Ma in cuor suo l’individuo aborriva il lavoro. Egli viveva questa fatica come un’ingiustizia, una condanna alla quale sfuggiva non appena era possibile. Per gli aristocratici Greci e Romani occorrevano gli schiavi, e tutto ciò che non era contemplativo, ma doveva essere svolto con le mani, indicava una bassa appartenenza sociale». (S. Benni, Per una teoria critica del lavoro, in Diritti Lavori Mercati, 2018, 2).

Idea questa che persiste fino ai giorni nostri unendo idealmente Aristotele a Marcuse.

Anche il medioevo era caratterizzato da nobili e guerrieri che preferivano vivere annoiandosi in un castello piuttosto che lavorare (N. Elias, Il processo di civilizzazione, il Mulino, Bologna 1988). Atteggiamento che comunque si ritrova anche nei contadini del medioevo che, secondo la descrizione che ne dà Engels, lavoravano quanto bastava alla sopravvivenza e non si impegnavano oltre misura nel lavoro. Ciò che può sorprendere è che rifacendosi agli studi di Weber, i borghesi stessi, prima della rivoluzione industriale, lavoravano poche ore al giorno.

Tale concezione si modificò radicalmente con la Riforma protestante che vedeva nel lavoro e nel risultato (se proficuo) ad esso conseguente una benedizione divina e con l’utilitarismo anglosassone in base al quale l’idea che la felicità dovesse valere per il maggior numero di persone si riferiva al benessere economico. Con ciò si convinsero gli individui a lavorare compresi, a fatica, i nobili e obbligandovi anche i “senza tetto”. Ora nella nostra società tutti devono lavorare ma il dovere diventa anche un diritto (per quanto molto spesso negato). Chi non lavora, non appartiene al corpo sociale.

Queste concezioni contrapposte, nate addirittura dalla Genesi (sul punto si rimanda tra gli altri al saggio di Camillo Berneri, Il cristianesimo e il lavoro, Edizioni RL, Genova 1965) si sono poi consolidate con una prevalenza dell’idea che il lavoro debba essere alla base della vita (fino a diventarne una droga).

Ora lo sviluppo tecnologico ci lascia, finalmente, la possibilità di ripensare al nostro rapporto con la produzione e allora io mi domando e vi domando: siamo proprio sicuri che vogliamo essere come Poseidone imprigionati alla scrivania e non liberi di scorrazzare per i mari su un festoso carro trainato dai tritoni (considerando, ovviamente una nuova distribuzione della ricchezza prodotta dalle macchine e quindi salari o sussidi adeguati)?

Maurizio Canauz @ 2020

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

ilpensatoiodimatilda

L'unico tiranno che accetto in questo mondo è la voce silenziosa della mia coscienza

stanzaunozerouno

Sentinella, quanto resta della notte?

KippleBlog

Be Weird Be Kipple

Don't Panic!

Guide, curiosità e spunti per la sopravvivenza di asociali e geek

Lorerama

Scritti dal presente e su futuri incerti

il Vortex

blog personale di Giorgio Ginelli

MARCIO - Lo Zombie's Blog

rantolando mi trascino verso la carne viva

Sendreacristina

Opere. (tell : 3403738117 )

CINEMANOMETRO

recensioni film fantascienza, horror, mostri e amenita varie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: