stanzaunozerouno

Sentinella, quanto resta della notte?

L’Araldo (ovvero una piccola fantasia estiva), racconto di Maurizio Canauz

In un futuro prossimo, un’Impero immenso. Così immenso da non poter essere attraversato in una sola vita. Una notizia da portare necessariamente. La comunicazione della morte dell’Imperatore e della sua sostituzione. Gli Araldi, figure mitologiche che vivono e si addestrano per questo unico compito sanno che per svolgere la loro missione sacriferanno la loro vita…finché uno di loro inizia a dubitare: delle regole, della missione, di tutto…sfuggendo a tradizioni consolidate per provare a riscrivere la storia della sua esistenza.

In the near future, an immense Empire. So immense that it cannot be crossed in one life. A news to necessarily bring. The communication of the death of the Emperor and his replacement. The Heralds, mythological figures who live and train for this unique task know that to carry out their mission they will sacrifice their lives … until one of them begins to doubt: the rules, the mission, everything … escaping consolidated traditions for try to rewrite the history of its existence.

(I)

La stanza della struttura del buon riposo aveva il tipico fastidioso odore di disinfettante, un misto tra tintura di iodio e ammoniaca.

Le poche serrande presenti erano chiuse ermeticamente per escludere ogni contaminazione con i raggi del sole e per tenere lo spazio circostante in ombra.

Le uniche luci presenti nella stanza erano quelle di una piccola lampadina su un tavolo posto all‘angolo e quella di alcuni macchinari ai quali i cinque umani erano collegati.

I parametri vitali sembravano in via di stabilizzazione e presto ci sarebbe stato il definitivo risveglio.

Una lavagnetta elettronica era appesa alla testiera del letto, grande abbastanza da ospitare una semplice scritta composta da piccoli led rossi.

Su quella del letto c’entrale c’era scritto: Ben Mac Bride – A01363.

Una addetta gli si avvicinò e gli strinse la mano sentendola fredda e umida come quella di un morto o quasi morto fino a poco tempo prima.

Aveva gli occhi gonfi e pesanti con le pupille dilatate come bottoni di un verde intenso.

«È ora di svegliarsi bell’addormentato» disse con tono eccessivamente allegro.

Poi schiacciò un bottone e la maschera che copriva il naso di Mac Bride si sganciò automaticamente. L’uomo come se fosse stato preso di sorpresa ebbe una specie di convulsione, quasi fosse reduce da un’apnea durata eccessivamente.

«Non ti preoccupare» disse l’addetta, quasi a precedere una possibile domanda «tra poco i polmoni riprenderanno a funzionare a pieno regime».

Mac Bride sembrava stesse soffocando ma, di colpo, iniziò a respirare seppur in modo irregolare. «Tutto bene?»

Ci volle un po’ di tempo perché l’uomo rispondesse e quando lo fece le parole che pronunciò furono basse e faticose: «Stanco…dormire …»

«Basta dormire è ora di porre fine al sogno per riappropriarsi della realtà.»

L’addetta al risveglio era una ragazza piuttosto giovane e carina. Capello biondo, e questo era ormai una rarità per via egli incroci dei cromosomi che avevano svoltato decisamente verso il nero o al massimo verso un castano scuro, molto, molto scuro, che gli arrivavano al seno prosperoso.

Un volto aggraziato e due occhi d’un blu oceano profondo.

Un bel sorriso dolce simile a quello che Mac Bride sperava di aver sognato mentre era sospeso nel suo letto di stasi. Ma quando uno è in stasi sogna?

Bella domanda alla quale non sapeva, né poteva rispondere. Lui credeva di ricordare frammenti di incubi, di essere come imprigionato in una stanza stretta e buia. Un cunicolo di ferro in cui strisciava inseguito da una presenza che non riusciva però a mettere a fuoco. Un animale? Un guardiano?  Probabilmente, non era il caso di pensarci troppo, erano solo la reminiscenza del suo risveglio o un ricordo incerto dell’inizio del suo processo di sospensione quando il suo corpo e la sua mente naturalmente si ribellavano alle sostanze che viscidamente si impossessavano di lui per interrompere il suo processo vitale. Una lotta disperata del suo istinto di sopravvivenza che non distingueva la stasi dalla morte.

In fondo l’uomo non è stato creato per essere ridotto ad una “cosa” da infilare in un cassetto a tempo indeterminato. L’immobilità forzata e catatonica è una premorte e probabilmente il cervello la interpreta così. E il suo non faceva differenza.

I pensieri sembravano ronzargli in testa incessantemente formando cerchi che continuavano un estenuante moto circolare senza via d’uscita.

Sentì improvvisamente un impulso irrefrenabile. No, non era un malizioso impulso sessuale, era solo la voglia di mettersi in piedi.

Si alzò. Le gambe erano incerte, come se non avessero ripreso ancora la piena funzionalità.

Ma per quanto tempo era stato in quella condizione di sospensione?

Voleva chiederlo all’addetta bionda, ma una strana ritrosia lo faceva tacere, come se avesse fatto qualcosa di sbagliato o solo non si fidasse di chi lo avesse svegliato, per quanto avesse fattezze quasi angeliche. Lo avevano addestrato a non fidarsi di nessuno e queste erano le conseguenze.

D’altronde sapeva bene che se era stato risvegliato c’era una sola, unica ragione: l’Imperatore stava per morire.

Lui era un prescelto, un Araldo imperiale, uno di quelli che avrebbe dovuto portare per tutta la galassia la notizia della morte del vecchio Imperatore e l’ascesa al trono di un nuovo Imperatore.

Questo era il suo compito e questo era il suo destino fin da quando la sua famiglia lo aveva indicato come prescelto o come condannato a seconda dei punti di vista, in quanto secondo genito, per quella missione così delicata quanto pericolosa e forse, inutile. Inutile?

Un’altra addetta grossa come un cargo spaziale da trasporto, in camice verde si era posizionata sulla soglia dello stanzone del risveglio, riempiendo tutta la porta.

Teneva i pugni piantati nei fianchi, quasi volesse incutere timore a chi la osservava.

«Avanti sbrigatevi» disse con una voce che sembrava più quella di un uomo, roca e cupa. Accanto a lei, se ne stava semi nascosto un uomo atletico in uniforme, scuro di carnagione.

L’uomo sibilò un: «Venite subito qui», accompagnando le parole con un perentorio gesto del dito puntato prima sugli Araldi e poi sui suoi piedi.

«Non c’è tempo da perdere, alzate il culo e venite qui,»

Era così rozzo, privo di tatto e irrispettoso per uomini pronti a sacrificare la loro vita per l’Impero. Comunque gli Araldi erano ancora troppo deboli ed intontiti per ribellarsi. Si misero in fila indiana e si incamminarono verso la porta. Prima di lasciare la stanza Mac Bride si voltò vero l’addetta bionda e le sorrise. Era un gesto assolutamente al di fuori del protocollo ma non gli sembrò poi così sconveniente. Ciò che lo sorprese positivamente fu il fatto che lei contraccambiò quel sorriso creando un ponte empatico che qualunque addetto alla liturgia del momento avrebbe condannato, se non proprio come illecito, almeno come inappropriato.

Usciti dalla stanza del risveglio salirono su un tapis roulant che li avrebbe rapidamente portati alla sala della vestizione.

Il militare muscoloso e con la carnagione scura si posizionò dopo Mac Bride che per qualche strano impulso sembrava aver eletto a suo favorito.

«Bel risveglio trovarsi quella femmina di fronte, chissà come ti sei sentito eccitato dopo quasi un secolo di sonno e di totale riposo.»

Dopo aver detto quella frase così poco consona al protocollo ebbe l’ardire irrazionale di sfiorargli la spalla. Un gesto che avrebbe probabilmente voluto essere cameratesco ma che risultò assolutamente inappropriato se non estremamente pericoloso.

Mac Bride, infatti, era un Araldo. Gli Araldi, fin da giovani, erano addestrati a non dare confidenza, a non accettare soprusi, violenze, angherie, etc. etc.

Il soldato era andato troppo oltre, aveva commesso un imperdonabile errore al quale non avrebbe mai più potuto porre rimedio.

Per quanto ancora intontito Mac Bride era un Araldo addestrato per anni, a combattere, a difendersi, ad uccidere.

Il fatto di essere toccato lo irritava, lo irritava troppo. Nessuno poteva mancare di rispetto in questo modo ad un Araldo. Ciò che avvenne durò una frazione di secondo, uno sbuffo di fiato come quello che si emette in una notte troppo fredda appena usciti da una casa tiepida. Si voltò di scatto, gli afferrò con la mano sinistra il collo e gli spezzò la trachea.

Il corpo inanimato si afflosciò come un canotto bucato, senza però emettere neppure un pssss.

Il nastro trasportatore continuò la sua corsa come se nulla fosse e nessuno sembrò prestare attenzione al fatto che una vita fosse stata spezzata in modo brutale. Non c’era tempo da perdere. L’Imperatore stava morendo e si doveva terminare il rito velocemente.

Gli Araldi furono vestiti con l’abito da cerimonia. Mentre lo vestivano, Mac Bride aveva già ripreso a respirare normalmente, nessuna accelerazione del cuore, nessuna emozione, quasi non avesse ucciso un suo simile pochi istanti prima.

Ma così era, erano Araldi ed erano addestrati per superare ogni avversità senza nessuna fatica o emozione.

(II)

Una volta vestiti con l’abito rituale gli Araldi furono fatti accedere alla sala del Palazzo Imperiale dove vi era il letto di morte dell’Imperatore.

Lentamente, camminando su tappeti alti e soffici simili a sabbie mobili artificiali, gli Araldi si avvicinarono ad uno ad uno al letto del moribondo.

L’Imperatore con un gesto appena abbozzato, come tradizione, li fece inginocchiare accanto al letto e gli bisbigliò il messaggio nell’orecchio.

Per quanto la forma del messaggio fosse tradizionale e stabilita rigidamente dal protocollo, dopo averlo detto se lo faceva ripetere perché non ci fosse neppure la più remota possibilità di un minimo fraintendimento.

Ogni volta che l’Araldo lo ripeteva con un cenno del capo l’Imperatore ne confermava l’esattezza.

L‘Imperatore e l’Araldo, però, non erano soli. La cerimonia non era per nulla privata.

Attorno a loro, come da rito, vi era una moltitudine di persone che erano accorse per assistere al suo trapasso. Per fare spazio tutte le pareti che ingombravano l’afflusso di chi ne aveva diritto, erano state abbattute e sulle scalinate che si ergevano in larghezza e in altezza stavano in cerchio i rappresentanti delle più importanti famiglie dell’Impero.

Dopo qualche Araldo giunse il turno di Mac Bride. Avanzò con passo marziale, per poi inginocchiarsi al lato del letto.

Mentre camminava cercò, con rapidi fugaci sguardi, se vi fosse qualche volto noto tra i presenti. Un parente, un amico, forse un discendente del suo casato che avrebbe potuto riconoscere da una vaga somiglianza.

Nulla. Ci sarebbe voluto più tempo o attenzione ma doveva rimanere concentrato sulla sua missione e non poteva distrarsi.

Il vecchio Imperatore gli si avvicinò all’orecchio e proferì quella che erano le frasi che Ben (ora che sono passate un po’ di pagine posso chiamarlo più confidenzialmente per nome) aveva sentito migliaia di volte nelle simulazioni durante l’addestramento.

«Il sole splendente annerisce rapido divorato dalle tenebre. Il tempo miserabile ha consumato Me, la mia gioia e tutta la speranza. Venga la morte pallida e mi dica partiti figlio, ma prima mi lasci un ultimo fiato perché possa salutare i miei fedeli sudditi e proclamare il nome del mio santo successore…»

La voce dell’Imperatore era flebile come si addice ad un vecchio moribondo, ma Ben non sembrava prestargli attenzione. Sembrava tutto un de jeu vu, un avvenimento ripetuto così tante volte da aver perso ogni valore. Una sensazione assurda perché, per quanto avesse simulato infinite volte quel momento, non lo aveva mai veramente vissuto.

O forse era altro ciò che preoccupava Ben.

Era il suo futuro. Raccolto il messaggio si sarebbe messo subito in viaggio.

Avrebbe raggiunto i pianeti più vicini portando la sua comunicazione di dolore e di gioia. Avrebbe, instancabilmente, archiviato il passato e iniziato una nuova era con poche logore parole. Se avesse incontrato resistenza gli sarebbe bastato schiacciare il disintegratore che portava sul petto a forma di sole per fendere anche la moltitudine più ostile e agguerrita.

Ma dopo i primi pianeti le distanze sarebbero aumentate, si sarebbero dilatate. Una colonia a distanza di centinaia di anni dall’altra e poi a millenni.

Solo sulla sua astronave sparato nel nulla dell’universo con la sola compagnia di una donna oleografica creata dal computer di bordo per non farlo impazzire di solitudine. Meglio un’immagine virtuale gradevole piuttosto che il nulla.

L’Impero era cresciuto troppo e troppo in fretta, aveva conquistato luoghi sempre più distanti a tal punto che neppure il cartografo o l’astronomo più audace si sarebbe avventurato a ipotizzare un confine, un limite.

Era capitato a volte di intercettare segnali da pianeti ben oltre ogni aspettava realistica, segnali che raggiungevano la Terra probabilmente dopo un periodo di tempo infinitamente lungo e che nulla annunciavano o precisavano su ciò che era avvenuto nel frattempo.

Qualcuno gioiva di quel risultato, altri ne erano preoccupati e turbati o ritenevano fosse grottesco un risultato così ambizioso che si era tramutato in aberrante.

Essere dominatori fino al punto di essersi persi, per la bramosia della conquista, nella propria egemonia, tanto da non saper più nemmeno dove inviare gli Araldi per comunicare la morte di un Imperatore e la sua legittima successione.

Mai come adesso, che era inginocchiato vicino a quel vecchio moribondo, il suo destino non gli sembrava eroico, come gli era stato insegnato, ma stupido, dannatamente stupido.

Si distrasse, per quanto fosse assurdo distrarsi nel momento principale della sua vita, ma lo fece. Rimase così immobile come una novella Euridice, dimentico di ciò che doveva dire. Probabilmente non era mai capitato o se lo era doveva essere avvenuto molto raramente, ma fu il Gran Cerimoniere che dovette intervenire per sollecitare la sua rituale risposta.

Fortunatamente per Ben quel suo colpevole ritardo fu imputato all’emozione e alla tristezza per l’imminente morte dell’Imperatore e non per i dubbi sulla sua missione.

Ben si sentiva sempre peggio come se qualcuno gli avesse piantato un gomito a stantuffo nella pancia, alla bocca dello stomaco. Anche il respiro si fece più affannoso quasi cercasse di liberarsi da un peso eccessivo che frenava il normale funzionamento dei polmoni.

Probabilmente aveva iniziato anche a sudare quando sentì una mano appoggiarsi sulla spalla.

Era un tocco leggero eppure Ben trasalì, come se fosse stato colpito da un calcio in bocca. Sentì come un fremito attraversargli il corpo e liberarlo, in un solo istante, dai suoi pensieri, che lo legavano come catene ai ceppi.

Ci volle solo un istante perché tornasse in sé, si voltò e vide il sorriso bonario del Gran Cancelliere, simile a quello di un vecchio educatore che infonde coraggio con pazienza ad un allievo impaurito.

Subito Ben rispose con le parole di rito, prese la mano dell’Imperatore e la baciò, poi si alzò pronto a ricevere da un addetto la pergamena che avrebbe portato con sé nel lungo, lunghissimo viaggio senza ritorno.

La morte di quell’illustre vecchio segnava inesorabilmente il suo destino e questo, gli sembrava, veramente ingiusto.

Risollevatosi da terra indietreggiò senza voltare mai le spalle all’Imperatore mentre già un altro Araldo prendeva il suo posto.

Ora iniziava davvero il suo solitario viaggio. Avrebbe attraversato i cortili, e dopo i cortili il secondo palazzo che racchiudeva il primo; altre scale, altri cortili; e un altro palazzo; poi sarebbe arrivato all’astroporto e da lì avrebbe iniziato a viaggiare tra un pianeta e l’altro e così via per millenni…finché la morte, violenta o per insedia, lo avrebbe liberato.

Si sentiva veramente affranto e lasciò che alcune lacrime sgorgassero mal trattenute dai suoi occhi. Nessuno ne avrebbe compreso la vera ragione e le avrebbero imputate all’indicibile dolore per la morte del vecchio Imperatore.

Allungò il passo. Se proprio doveva affrontare la sua esecuzione meglio farlo con celerità e dignità.

Le gambe gli tremavano un po’ mentre scortato da una piccola folla di curiosi e di guardie si dirigeva verso la sua veloce astronave.

Gli parve di vedere tra la folla la giovane inserviente che l’aveva svegliato. Gli sarebbe piaciuto se al posto di una figura oleografica fosse stato accompagnato da una donna vera, ma sapeva che sarebbe stato impossibile.

Tra i vicoli che percorreva vi erano qua e là sacchi di spazzatura come se l’incuria si stesse facendo strada anche nella capitale. Gli ritornò la domanda cosa significasse conquistare l’Universo se non erano neppure in grado di conservare ciò che avevano. Alzò le spalle, ormai non erano più suoi problemi.

I suoi problemi sarebbero finiti e iniziati allo stesso tempo quando il portellone della sua astronave si fosse chiuso.

Sarebbe tornato in uno stato di lucida premorte, imprigionato in una carcassa di metallo che lo avrebbe portato a spasso per l’infinito.

L’astroporto ormai si intravvedeva con le sue immense costruzioni dove attraccavano e partivano sia i Falchi delle stelle e i Lupi del cielo per le loro scorribande nella via Lattea, sia le gigantesche navi da trasporto piene di spezie, cibi e combustibili da e per le colonie.

Un rombo di tuono echeggiò per il cielo bronzeo mentre un’astronave di un altro Araldo si allontanava rapida dall’astroporto. Tra poco sarebbe toccato a lui.

Addestrato per tutta la vita ad una missione che aveva perso per lui ogni significato. Da grande impresa ad esecuzione nel solo tempo di una dormita artificiale.

Entrò nella struttura e fu accompagnato dalle guardie al suo veicolo spaziale che lucido e placido lo stava attendendo con la scaletta abbassata. Come la balena di Giona o, per chi se lo ricorda, di Pinocchio una vecchia favola che è sopravvissuta per secoli all’incuria del tempo e ai famelici tarli della memoria.

Grandi macchine del tutto automatizzate stavano preparando altre astronavi rifornendole di carburante e di viveri.

Ogni tanto qualche motore veniva collaudato. Veniva acceso, rombava per qualche istante poi, una volta che i parametri erano stabilizzati, venivano spenti.

Ben arrivò alla sua astronave, qualcuno gli si avvicinò e gli disse qualcosa.

Forse un’ultima e tardiva istruzione, forse solo un augurio.

Salì controvoglia la scaletta ed entrò.

L’interno era spazioso, molto di più di quanto sarebbe servito per un solo uomo. Non mancava nulla compreso un ponte ologrammi dove avrebbe potuto ingannare il tempo simulando avventure di guerra, amore o di qualsiasi altro tipo in base alla sua fantasia.

Sbuffò mentre il portellone si richiudeva alle sue spalle.

Si sedette nella poltrona del pilota e pazientemente attese il segnale di partenza. In realtà non avrebbe dovuto fare nulla. Tutto si sarebbe svolto automaticamente governato dal Comando Centrale che avrebbe fatto decollare la sua astronave seguendo la ferrea cronologia delle partenze e in perfetta sincronia con la fessura che si apriva tra le barriere difensive, quasi impenetrabili, che avvolgevano il pianeta terra.

Lui avrebbe simulato di avere un ruolo in tutto ciò ma era e rimaneva soltanto uno spettatore. «Ma dove sono finiti i tempi per cui per pilotare una navicella occorreva anche un po’ di vocazione?». Tutto era ormai diventato vuoto e asettico, privo di sostanza, di contenuto, solo forma che si ripeteva all’infinito dopo aver perso il nesso con il suo senso iniziale.

Stava ancora cercando una risposta quando l’astronave si alzò delicatamente in volo. L’assistente oleografico si era intanto materializzata e Ben poté apprezzarne le sembianze. Bionda, prosperosa, pur nella sua snellezza, con occhi azzurri sembrava molto simile all’addetta che lo aveva risvegliato. Era davvero simile o ormai vedeva solo dei cloni della giovane donna in tutte le figure femminili che incontrava? Si era forse infatuato di quella donna che lo aveva riportato alla vita anche se per donargli un destino segnato da una fine certa?

Mentre l’astronave procedeva rapida verso la fessura spaziale, attraversata la quale si sarebbe trovato nello spazio aperto abbandonando definitivamente la Terra, gli sovvenne una ulteriore perplessità.

Come aveva fatto l’assistente olografico ad apparire se non era stato lui ad evocarlo? Non si ricordava una tecnologia così avanzata, capace di anticipare i desideri degli uomini e così autonoma nelle decisioni. Tutto però poteva imputarsi semplicemente, al suo sonno forzato che lo aveva allontanato lungamente da scoperte e notizie. Nulla perciò di cui preoccuparsi.

Si voltò un attimo a guardarla, era davvero un bello spettacolo, tuttavia la sua presenza aveva qualcosa di sinistro e misterioso.

Il video si illuminò. Apparve un volto umano, un addetto dell’astroporto che gli comunicava i tempi per il passaggio.

L’assistente rispose come se il comando spettasse a lei. Un’altra vistosa anomalia. Il simulacro di donna iniziò la sincronizzazione dei tempi per il passaggio oltre la barriera. Un infinitesimale errore e l’astronave sarebbe andata distrutta con la preziosa missione. Ma Ben sapeva bene che era molto più sicuro lasciare il comando al computer di bordo che prendere lui la guida della navicella. Per quanto quel computer sembrasse agire in modo anarchico o se vogliamo fin troppo umano.

Cercò di rilassarsi mentre i sistemi anti collisione iniziarono a friggere e a gorgogliare mentre l’astronave si avvicinava sempre più alla barriera antintrusione che circondava la Terra. Un’opera colossale iniziata quasi un centinaio di anni prima per separare il pianeta dall’Universo e dalle sue possibili minacce. Un guscio impenetrabile.

Una voce metallica incominciò, forse per tranquillizzarlo, un obsoleto conto alla rovescia. «Tre, due, uno…». Al termine del conteggio Ben provò una stretta al cuore e si ritrovò con le mascelle contratte.

Nulla di più stupido. L’astronave era passata perfettamente e ora veloce faceva rotta verso il primo pianeta della sua lista. Un luogo frivolo dove si erano condensate molte case da gioco e molti altri divertimenti pericolosamente in bilico tra il lecito e l’illecito.

Intanto l’assistente olografico lo guardava sorridendo. Non capiva se stesse compatendo la sua tensione o volesse solo apparire amichevole e comprensiva.

Tutto lo confondeva o forse era solo stanco. Di fronte poteva osservare il buio della notte senza luna e senza alba. Un buio freddo insulso nella sua perenne ed indecifrabile oscurità. Fu lei a parlare senza essere interrogata.

«Eccellenza non sarebbe meglio riposasse? Potrei sospenderla per qualche giorno, così al risveglio sarà pronto per scendere sul pianeta Freeplay.

L’aspetta un periodo faticoso, meglio sarebbe perciò che non si stancasse…».

Ben non aveva un carattere facile, come tutti gli Araldi, e non trovava giusto che un computer, per quanto sofisticato, ordinasse la sua vita.

Per cui quasi d’istinto rifiutò. Probabilmente avrebbe respinto qualsiasi proposta anche quella a lui più vantaggiosa. Così per semplice partito preso. L’immagine di donna tuttavia tornò ad insistere. «Sarebbe meglio se si riposasse». Ben cercò di nascondere la sua irritazione. «Possiamo darci del tu…visto che dovremmo stare assieme a lungo» disse cercando goffamente di cambiare discorso. «A proposito come ti chiami?»

Il mio nome di fabbricazione è Assistente di navigazione Kendra 01, ma tu puoi anche cambiarmi il nome, come preferisci.

Ben ci pensò un attimo, onestamente non gli importava nulla come si chiamasse, ma solo per non accettare passivamente ciò che gli era stato imposto decise che doveva cambiarle nome. «Ti chiamerò Livia».

Che strano nome per una intelligenza artificiale, non sapeva neppure come gli era saltato in mente. Non era evocativo, non gli ricordava nulla e nessuno, né era un acronimo o qualcosa del genere.

Un pensiero irriflesso che doveva essergli sfuggito da chissà dove.

Ovviamente l’intelligenza artificiale non fece nulla, non commentò. Un nome valeva un altro.

«Livia, tra quanto arriveremo a Freeplay

Livia stava armeggiano con qualcosa. Aveva tre pezzi separati e trafficando li unì formandone uno minaccioso e altamente specializzato. Una specie di siringa o comunque di iniettore. Rispose quasi irritata, come se un assistente oleografico provasse emozioni.

«Arriveremo tra trenta giorni, sei ore e venticinque minuti».

Ben era davvero stanco, per quanto avesse un fisico imponente. Aveva molti più muscoli che grasso, erano i suoi muscoli asciutti, i muscoli troppo grossi non lo avrebbero aiutato affatto, lo avrebbero solo rallentato e nel suo compito la velocità poteva essere essenziale, soprattutto in alcuni casi di pericolo.

Tuttavia anche quel fisico, quel corpo sano e atletico sembrava rifiutarsi di proseguire a rimanere sveglio. Sbadigliava, le palpebre si appesantivano come fossero paratie di cemento armato. Eppure Ben non voleva arrendersi, non voleva riprendere a dormire, non voleva essere nuovamente sospeso. Iniziava a temere che prima o poi non si sarebbe più risvegliato o non lo avrebbero più risvegliato, gettandolo da qualche parte come una “cosa” inutile. Livia tornò a parlare con il suo tono di voce calda e sensuale. «Avverto delle anomalie nei tuoi parametri. Sarebbe meglio se ti riposassi. La giornata è stata faticosa. Qui, alla navigazione posso pensarci io.»

Ben rifiutò nuovamente, ma avvenne l’inaspettato. Con una rapidità sorprendente, anche per un ologramma, Livia gli fu addosso.

Brandendo la siringa che aveva appena costruito come un coltello lo colpì e riversò il liquido nel suo corpo.

Ben cercò di dire qualcosa, forse di disattivare l’assistente di navigazione, ma le parole annegarono in un gorgoglio confuso. Sentì ancora maggiore stanchezza, cercò in un sussulto di alzarsi in piedi ma nessun muscolo rispose all’impulso del cervello.

Infine si arrese e fu notte.

(III)

La stanza della struttura del buon riposo aveva il tipico fastidioso odore di disinfettante, un misto tra tintura di iodio e ammoniaca.

Le poche serrande presenti erano chiuse ermeticamente per escludere ogni contaminazione con i raggi del sole e per tenere lo spazio circostante in ombra.

Le uniche luci presenti nella stanza erano quelle di una piccola lampadina su un tavolo posto all‘angolo e quella di alcuni macchinari ai quali i cinque umani erano collegati. I parametri vitali sembravano in via di stabilizzazione e presto ci sarebbe stato il definitivo risveglio.

Una lavagnetta elettronica era appesa alla testiera del letto, grande abbastanza da ospitare una semplice scritta composta da piccoli led rossi.

Su quella del letto c’entrale c’era scritto: Ben Mac Bride – A01363.

Una addetta gli si avvicinò e gli strinse la mano sentendola fredda e umida come quella di un morto o quasi morto fino a poco tempo prima.

Aveva gli occhi gonfi e pesanti con le pupille dilatate come bottoni di un verde intenso. «È ora di svegliarsi bell’addormentato» disse con tono eccessivamente allegro.

Poi schiacciò un bottone e la maschera che copriva il naso di Mac Bride si sganciò automaticamente. L’uomo come se fosse stato preso di sorpresa ebbe una specie di convulsione, quasi fosse reduce da un’apnea durata eccessivamente

Mc Bride aprì gli occhi. Tutto, però, gli sembrava già vissuto, un de ja vu, come se fosse stato già in quel luogo e ne avesse un ricordo anche se confuso.

Riusciva a malapena a ricordare che era un Araldo e che se era stato risvegliato dal suo stato di sospensione significava che l’Imperatore stesse per morire. Intuiva però, con una nitidezza sorprendente date le sue condizioni, che il suo prossimo destino non sarebbe stato così luminoso come gli era stato inculcato durante l’addestramento. Tale convinzione non era solo un pensiero fugace ma una convinzione che sembrava giungergli da un’esperienza già vissuta. Ma come poteva aver già vissuto un’esperienza di questo tipo se era stato in sospensione fino a qualche istante prima? Una bella domanda sulla quale avrebbe potuto filosofeggiare a lungo se solo ne avesse avuto il tempo.

Eppure sentiva di non avere tempo, che anche solo un minuto o persino una manciata di secondi sarebbe stato un lusso eccessivo. Se voleva cambiare il suo destino doveva agire velocemente prima che fosse incanalato in un percorso dal quale non sarebbe potuto più uscire. Negli istanti successivi avrebbe dovuto scegliere se comportarsi come gli altri Araldi o cambiare il suo futuro con tutte le conseguenze che una decisione di quel tipo avrebbe potuto comportare.

Era certo, anche se non capiva razionalmente perché, che presto, molto presto, sarebbe entrata un’infermiera grossa come una con un addetto e lo avrebbero fatto uscire.

Guardò l’addetta di fronte a lui. Era decisamente bella e la sua bellezza era elevata alla potenza dalla sua astinenza sessuale che probabilmente durava da più di un secolo. Sentì un impulso e cercò di alzarsi.

 Sapeva già che avrebbe fatto fatica a trovare un perfetto equilibrio.

Così fu quasi naturale che alzandosi si appoggiasse alla giovane donna.

Lei volentieri si lasciò abbracciare e offrì il suo corpo tonico come stampella all’Araldo. Ci sono istanti che segnano irreparabilmente il destino di un uomo. Ci sono situazioni nella vita che mutano il loro significato a seconda del modo in cui vengono vissute. Eventi apparentemente critici e drammatici che possono assumere valore diverso in base al senso che gli viene attribuito, a come si affrontano.

A seconda della strada che si sceglie al bivio tutto può diventare più facile o più assurdamente complesso. Bisogna decidere e non sempre la ragione è di aiuto. Bisogna lasciarsi guidare dall’istinto anche quando tutto sembra irrazionale e va contro tutto ciò che si era creduto e pensato fino a quel momento.

Ora era uno di quei momenti.  Doveva decidere, cosa fare. Se seguire la sua normalità psichica per quanto turbata dal lungo sonno o produrre uno iato, uno scarto nella sua esistenza conseguenza di un vago e imprecisato richiamo alla felicità e alla padronanza di sé.

Tale stato gli sembrava quasi una finzione, una illusione, un mal funzionamento del suo cervello appena risvegliato, una meta che non avrebbe mai mai raggiunto completamente e stabilmente. Eppure il suo istinto lo spingeva all’azione. Era la sua parte irrazionale che gli urlava di agire, di scegliere un’alternativa alla (costruita) normalità sociale.

Quello era il momento, proprio mentre (nuovamente) la grossa infermiera, come previsto, si affacciava sulla porta dello stanzone.

Così agì di impulso, doveva fidarsi di sé stesso. «Fuggiamo…» Sospirò in un caldo fiato all’orecchia della addetta. «Fuggiamo assieme…»

Così dicendo la prese per mano e la tirò delicatamente verso una porta secondaria che si apriva sulla parete opposta a quella dove si era affacciata l’infermiera e un altro uomo atletico in uniforme, scuro di carnagione.

Sperò con tutte le sue forze che quella porta non fosse chiusa ermeticamente. Non sapeva, infatti, se avesse recuperato l’energia sufficiente per sfondarla.

L’addetta cedevole lo seguiva senza resistenza, quasi fosse normale ciò che stava accadendo mentre, probabilmente, non si era mai verificato in centinaia di secoli.  Ben MacBride si avventò sulla porta che docile si aprì sotto la sua spinta.

Si ritrovò così in un corridoio impolverato, formato da un susseguirsi di sesti acuti. Alle pareti i ritratti degli Araldi che lo avevano preceduto. Una lunga sfilza di immagini che copriva un tempo lunghissimo.

Provò una stretta al cuore pensando che tra quei ritratti appesi e dimenticati in una zona inaccessibile del Palazzo sarebbe stata aggiunta inutilmente, se tutto fosse stato fatto secondo procedura, la sua immagine sottratta al ricordo e al pensiero dei suoi concittadini, come del resto era capitato a tanti altri Araldi prima di lui.

Pensò che solo l’uomo saggio sa che nessuno da più valore alla vita di colui che la possiede. Se fino a quel momento forse non era stato saggio essendo pronto a sacrificare la sua esistenza per un’impresa inutile ora lo era, improvvisamente, diventato. Per cui non vi avrebbe rinunciato facilmente.

Certo quella fuga diventava, passo dopo passo, un incubo ma non si sarebbe arreso facilmente. Le gambe e il corpo recuperavano, minuto dopo minuto, più tonicità e questo lo rassicurava. Ora doveva avere un po’ di fortuna e la fortuna arrivò. Al centro del corridoio vi era un’apertura.

Probabilmente sotto la città imperiale vi erano parecchi tunnel, alcuni risalenti all’epoca del grande assedio, altri che portavano acqua e scarichi, altri ancora per motivi a lui ignoti e dimenticati.

Non c’era tempo per considerare se fossero sicuri. Stavano cercando di utilizzare una complessa rete per abbondonare la struttura e la città imperiale.

Si infilarono nell’apertura e rimisero la chiusura metallica al suo posto.

Ancora lontane sentirono le voci e i passi delle guardie al loro inseguimento.

Scesero, senza fretta, una scala a pioli, che li portò una quindicina di metri più in basso. Iniziarono a muoversi lungo i cunicoli seguendo il senso di orientamento che negli Araldi era stato potenziato artificialmente per poter portare a termine, anche nelle situazioni più complesse, il loro compito.

Gli odori laggiù erano tutt’altro che gradevoli e di questo MacBride quasi si vergognava per la giovane che l’accompagnava in quella fuga disperata.

Fuga necessaria per prolungare la sua esistenza evitandogli una missione che lo avrebbe portato ad estinguersi in un Universo troppo ampio per l’uomo e la sua vita.

C’erano probabilmente decine di migliaia di chilometri di tunnel e questo era abbastanza straordinario per un luogo dove non operavano miniere estrattive.

Avevano camminato per circa un’ora passando dalla parte centrale a quella meridionale della città.

Infine trovarono una scala. Era buffo pensare che sarebbero usciti vestiti lui con una tuta azzurrognola simile ad un pigiama e lei con una divisa sanitaria.

Avrebbero dovuto cercare presto nuovi abiti ma questo sarebbe stato uno solo dei tanti problemi che avrebbero dovuto affrontare per sopravvivere e non essere acciuffati dalle guardie dell’Imperatore.

Emersero dall’apertura e si trovarono a pochi passi dal mare.

Inconsciamente levarono gli occhi alla torre di guardia, ormai abbandonata, che nella sua composta decadenza dominava il viale lunghissimo che costeggiava la spiaggia. Intorno il silenzio fatto intenso, quasi palpabile dall’assenza di ogni segno vitale. Avanzarono, quasi inconsciamente, verso il mare che pigramente lambiva l’arena umida. Rimasero così uno accanto all’altra.

Stava intanto calando il tramonto che avvolgeva con il suo oro il luogo, rendendo i loro cuori pieni di commuoventi ricordi e di speranze per il futuro e pareva consacrarli. MacBride pensò: «Nei prossimi giorni tutti parleranno della morte dell’Imperatore ma non mancherà qualcuno che focalizzerà l’attenzione sul mio atteggiamento e sulla mancanza di rispetto del protocollo. Una breccia nella tradizione e nell’ordine consolidato, una frattura che dovrà essere necessariamente ricomposta, se non si vuole smarrire il senso d’insieme della struttura che regola questa società millenaria. Io sono solo un granello di sabbia, ma un granello che potrebbe danneggiare il preciso meccanismo che migliaia di orologiai sociali hanno costruito con sacrificio e pazienza.

Superata però la buriana iniziale, sono sicuro, che il mondo tornerà ad andare avanti, verso un illusorio progresso, incasinato come sempre. Della nostra fuga, già perché non sono solo, si parlerà sempre meno, fino a quando sarà del tutto dimenticata. Sarà considerata meno interessante di un amore clandestino di qualche funzionario o dell’estinzione delle cavallette desertiche di Ganimede.

Infine il nuovo Imperatore avrebbe cancellato tutto quanto fatto dal predecessore e forse, con buona pace di tutti, sarebbe morto anche lui e il circo avrebbe ripreso a funzionare…immutabile portano con sé il rinnovato inutile sacrificio di schiere di Araldi.

Certo c’è sempre il rischio che si vendichino sul mio casato, se la mia latitanza riesce e non mi arrestano e mi condannano a morte.

In fondo, però, sono persone che non conosco e del loro destino non mi importa nulla. Sono un egoista? No, solo uno che vuole sopravvivere.» Così l’ex Araldo finì di pensare.  Con un gesto quasi ardito sfiorò la mano di lei. Difficile dire cosa si aspettasse, forse una ritrosia, un movimento, un sussulto.

Nulla, lei rimase immobile a fissare il mare e l’orizzonte rosseggiante nel suo ultimo spasimo prima della notte. Allora MacBride si fece più ardito e prese quella mano nella sua stringendola amorevolmente.

Lei sorrise. Rimasero così inteneriti dalla natura…in attesa di elaborare un piano per scrivere un nuovo comune destino, felice e umile lontano dal potere e dall’assurdo rito e destino degli Araldi.

Maurizio Canauz @  2020

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

ilpensatoiodimatilda

L'unico tiranno che accetto in questo mondo è la voce silenziosa della mia coscienza

stanzaunozerouno

Sentinella, quanto resta della notte?

KippleBlog

Be Weird Be Kipple

Don't Panic!

Guide, curiosità e spunti per la sopravvivenza di asociali e geek

Lorerama

Scritti dal presente e su futuri incerti

il Vortex

blog personale di Giorgio Ginelli

MARCIO - Lo Zombie's Blog

rantolando mi trascino verso la carne viva

Sendreacristina

Opere. (tell : 3403738117 )

CINEMANOMETRO

recensioni film fantascienza, horror, mostri e amenita varie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: