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Sentinella, quanto resta della notte?

IL BUCO e SNOWPIERCER: le nuove distopie

Una breve dissertazione su alcune nuove proposte distopiche. Alla base la vecchia lotte di classe camuffata in nuovi abiti. Storie solo apparentemente innovative ma con un finale scontato o quasi….

A short dissertation on some new dystopian proposals. At the base the old class struggle disguised in new clothes. Stories that are only apparently new but with an almost obvious ending …

 

PREMESSA

Nel mio articolo precedente, Evgenij Ivanovič Zamjatin e la fallacia distopica, ho affrontato il tema delle distopie dell’inizio del novecento.

Distopie incentrate soprattutto su un modello politico sociale che stava diventando imperante in metà del mondo e che era nato con la Rivoluzione Sovietica.

«La fiction distopica guarda al modello della dittatura totalitaria come al suo prototipo, una società che spinge la sua intera popolazione continuamente verso una prova, una società che trova la sua essenza nei campi concentramento, che priva di diritti politici e schiavizza intere classi dei suoi stessi cittadini, una società che glorificando e giustificando la violenza con la legge si fa preda di sé stessa. […] la società distopica è ciò che noi oggi vorremmo chiamare ‘disfunzionale’; questo rivela la mancanza di molte di quelle qualità che tradizionalmente giustificano la sua raison d’être per una comunità.» (E. Gottlieb, Dystopian fiction East and West: universe of terror and trial, McGill Queens University Press, Montreal, 2001, pp. 40 – 41 trad. G. Pillera).

Tuttavia ho osservato che molte di quelle distopie, definiamole per semplicità le “distopie classiche”, sembrano aver fallito il loro bersaglio.

Gli Stati Totalitari maggiori sono scomparsi, la loro organizzazione e soprattutto il loro controllo sociale, non sembrano, almeno al momento, vicino alla realizzazione (se non forse in luoghi marginali) mentre, al contrario, si sta scivolando verso forme di complessità e anarchia, verso una società “troppo” liquida, che tende pericolosamente all’entropia.

Comunque l’idea della distopia non si è fermata, ha continuato a riproporsi (favorita dalla proliferazione dei media) come forma patologica (sulla distopia come patologia si veda: G. Pillera, L’immaginario utopico e distopico: origine, temi e forme espressive – Appunti di viaggio tra cinema e letteratura, “Cinergie. Il cinema e le altre arti”, n. 19, marzo 2010, Le Mani Editore, Trieste) della società, come un male possibile, una “deviazione” non auspicabile ma, purtroppo, non escludibile.

La distopia si è riappropriata così di vecchi temi, come la lotta di classe e l’atteggiamento egoistico dell’uomo verso i suoi simili facendo riaffiorare una concezione antropologicamente negativa dell’uomo, guidato solo dai suoi istinti e dall’egotismo e incapace di costruire una società di eguali (o almeno di simili), basata su condizioni accettabili per (quasi) tutti.

SNOWPIERCER

Una volta terminata la Rivoluzione Francese ci si domandò, visto la ferocia che in alcuni casi aveva condotto le azioni degli uomini, se non ci si fosse sbagliati a considerare l’uomo. I filosofi, infatti, lo avevano idealizzato, considerandolo (probabilmente) meglio di come fosse nella realtà storica. Un uomo, in realtà, gretto, spinto ad agire dagli istinti e dalla benthamiana opposizione tra piacere e dolore.

Una visione quasi animalesca, simile a quella ispirata da Victor (o il ragazzo selvaggio) dell’Aveyron, giovane dodicenne ritrovato (o catturato?) all’inizio dell’ottocento e che tante domande fece nascere sulla vera natura dell’uomo.

Ma com’è rappresentato l’uomo nelle distopie attuali? La visione è decisamente pessimistica. Ma andiamo con ordine.

La prima distopia a cui voglio riferirmi è quella raccontata in Snowpiercer.

Snowpiercer nasce come graphic novel, Le Transperceneige. Il fumetto originale, La bande dessinée in bianco e nero, post-apocalittico creato dallo sceneggiatore Jacques Lob e messo per immagini da Jean-Marc Rochette, fu pubblicato a puntate in Francia fra l’ottobre del 1982 e il giugno dell’anno successivo prima di essere raccolto in volume dall’editore Casterman nel 1984.

Il successo del fumetto fu tale che dopo la morte di Lob, lo sceneggiatore Benjamin Legrand lo riprese mettendo mano all’universo del treno che non si ferma mai. Tra il 1999 e il 2000 furono pubblicati altri due volumi (Il geoesploratore nel 1999 e La terra promessa nel 2000) che elaborano ulteriormente gli avvenimenti immaginati dai due autori originari (vi è anche, tra l’altro, il cambio del nome del treno da Snowpiercer a Wintercracker).

In seguito la graphic novel ispira, prima un film nel 2013 diretto da Bong Joon-ho e infine una serie-tv distribuita su Netflix a partire dal 17 maggio 2020.

La serie si pone in continuità con le altre opere del franchise, rispettando la timeline ufficiale della storia. Gli avvenimenti narrati nel pilot, infatti, si svolgono 8 anni prima di quanto accaduto nel lungometraggio cinematografico.

Tutta la vicenda inizia con un disastro ecologico. In un mondo decimato da una nuova era glaciale, causata da esperimenti falliti per fermare il riscaldamento globale, che al contrario ha fatto precipitare la temperatura di superficie a -117 gradi, un gruppo di sopravvissuti (3.000 persone) rimane in vita all’interno di un treno, lo “Snowpiercer“, che continua a spostarsi intorno alla Terra e si procura l’energia necessaria attraverso un apparente motore perpetuo. Un treno esageratamente grande, esattamente di 1.001 vagoni con a bordo tutto quanto resta dell’umanità. Il treno è stato realizzato dalla Wilford Industries, guidata dal misterioso magnate Mr. Wilford, che ha in mano i destini dei superstiti

Con queste parole ha inizio la grapich novel: «Percorrendo la bianca immensità di un inverno eterno e ghiacciato, da un capo all’altro del pianeta, corre un treno che mai si fermerà… È lo Snowpiercer dai mille e uno vagoni

Il treno, come tutti i treni, è diviso in classi e carrozze. Viene così ricostruito un microcosmo di società umana diviso in classi sociali: i più poveri vivono nelle ultime carrozze, dove si nutrono poco e male, in un ambiente squallido, i più ricchi nei vagoni anteriori in mezzo al lusso sfrenato.

In prima viaggiano i ricchi che hanno finanziato la costruzione del treno e ora conducono una vita dissipata e parassitaria. Poi, via via, si scende di livello, dalla Seconda dove alloggia la classe dirigenziale amministrativa e burocratica; alla Terza dove i tecnici assicurano la produzione e l’autosostentamento, gestendo i bisogni primari e secondari di un claustrofobico micro-universo, attraverso la conduzione di allevamenti di bovini, frutteti, acquari, nightclub, bordelli, mercati post-industriali e così via; fino al Fondo, the Tail, la coda del treno, dove sopravvivono in semi-reclusione, quelli che non hanno pagato il biglietto, alimentandosi con barrette a stento commestibili e progettando la rivoluzione: irruzione armata nei settori anteriori del treno e rovesciamento dei rapporti sociali.

La convivenza, quindi, tra i diversi livelli e soprattutto con il Fondo sfocia inevitabilmente in lotte e rivoluzioni.

Per il cibo, per questioni di giustizia, di potere ecc.

Ogni motivo è buono per cercare di forzare le porte dei vagoni, e creare una mobilità sociale che porti dal fondo del treno alla locomotiva. Tutto è lecito compresa, ovviamente, la violenza.

E’ ovvio che tutte le storie raccontate nel film e nella serie non possono ridursi solo all’aspetto della lotta sociale. Nella serie televisiva, ad esempio, vi è inizialmente un omicidio da risolvere e la portavoce di Wilford, Melanie (Jennifer Connelly), deve chiedere aiuto a Layton (Daveed Diggs), ex detective che vive nel Fondo, per risolvere uno strano omicidio.

Ma oltre l’omicidio vi sono altri misteri o accadimenti che riempiono i vari episodi.

Vi è, ad esempio, una strana forma di sospensione vitale, i “cassetti”, in cui certi individui, per le svariate ragioni, di punizione o preservazione, vengono rinchiusi: ci sono differenti storie sentimentali che uniscono e intrecciano i destini dei viaggiatori, ma l’aspetto predominante è senza dubbio quello della lotta tra ricchi e poveri per la conquista di risorse scarse (in questo caso amplificata dall’essere su un treno che corre incessantemente nel nulla ghiacciato).

Di questa molteplice distopia voglio, per brevità, sottolineare tre aspetti:

1) Un po’ come avviene spesso in questo genere (e su questo aspetto tornerò in seguito) i personaggi, e mi riferisco soprattutto alla serie tv, sono un po’ troppo stereotipati. I ricchi sono cattivi e egoisti, i poveri sono, salvo rare eccezioni, armati di buoni sentimenti o di giustificazioni morali (anche quando fanno le cose più turpi). L’unico personaggio un po’ più complesso è Melany i cui comportamenti sono un misto di calcolo e sentimenti, di pragmatismo per salvare il treno e interesse personale. Un personaggio magistralmente interpretato dall’attrice, premio Oscar, Jennifer Connelly (A Beautiful Mind).

2) La seconda riflessione si riferisce al film. Quando Curtis, il capo rivolta, entra nel vagone di testa, dove incontra Wilford (il padrone del treno), questi gli rivela che è lui «l’uomo che l’ha aiutato dietro le quinte» a portare avanti la sua rivoluzione  e per tutti questi anni si è sempre tenuto in contatto con Gilliam (un vecchio del Fondo amico di Curtis), allo scopo di attuare ciclicamente una ribellione quando nel treno si verificava una situazione di sovraffollamento che metteva in pericolo l’esistenza di tutti. La rivoluzione non sarebbe quindi “spontanea” come avevano creduto quelli del “Fondo” ma pilotata dall’alto, voluta e spinta dal “padrone” per i suoi scopi.

3) Non mi sembra, sia nel film sia nella serie, che vi sia mai il benché minimo tentativo di cercare un accordo, un compromesso che consenta a tutti di vivere meglio (ai ricchi di non perdere tutto ciò che hanno, ai poveri di vivere in modo tale da non sentire la necessità di ribellarsi mettendo a rischio la loro vita, in altre parole concedendo a questi ultimi un “salario” di degna sussistenza). Quasi che il conflitto sia l’unica soluzione, non considerando ipotesi di negoziazioni, scambi, accordi per sopravvivere tenuto conto che i viaggiatori del treno sono pur sempre degli ultimi epigoni dell’umanità.

È logico, forse scontato, pensare al treno come una metafora della società.

Una società di disuguali in un forzato microcosmo, incapace di gestire le risorse che inevitabilmente non può che sfociare nel conflitto, facendo della violenza l’unico modo di non convivere. Homo homini lupus…

IL BUCO – THE PLATFORM

Un film per palati molto forti che personalmente non ritengo in linea con i miei gusti.

Rientra tuttavia nell’argomento distopia su ricchezza e povertà.

Il film spagnolo, fatto conoscere al grande pubblico dalla piattaforma Netflix, è ambientato in una specie di prigione che si sviluppa sottoterra ed è suddivisa in innumerevoli piani. Ho sottolineato “specie” di prigione perché non tutti vi sono reclusi ma alcuni vi sono entrati “volontariamente”.

La particolarità dell’edificio è che al piano 0, quello posto in cima al fabbricato, sono presenti dei cuochi con il compito di imbandire una larga tavola, detta la “piattaforma“.

Si tratta di una realtà completamente rimossa dalla prigione dove, come suggerisce il regista «i cuochi sembrano quasi degli dei. Sono molto simbolici. Si può anche immaginare che non esistano. Forse sono solo i sogni dei prigionieri. È per questo che volevamo raffigurare la cucina in modo così strano. Potrebbe essere vera, ma potrebbe essere anche il sogno di un affamato». (Tratto da: The Platform», i sotterranei che fanno paura- J. Bleasdale, Il manifesto on line 28.03.2020 Intervista. Incontro con Galder Gaztelu-Urrutia – da cui sono tratte anche le successive citazioni)

Ogni piano è numerato (sono più di 300) e due compagni ogni mese vengono spostati da un livello all’altro insieme, se entrambi sopravvissuti, in maniera apparentemente casuale, per non dare l’impressione che siano collegate ad un premio/castigo in base al comportamento tenuto. La piattaforma scende verticalmente attraverso il “buco“, una gigantesca apertura al centro di ogni piano. Non avendo cibo con sé, i prigionieri hanno la possibilità di mangiare, entro pochi minuti, gli avanzi di chi sta ai piani superiori. Logico dunque che più si scende di piano meno cibo arriva finché, a certi livelli, non arriva più nulla.

La mancanza di cibo porta a delle reazioni disdicevoli che lascio facilmente immaginare ai lettori.

Anche in questo caso non mancano piccoli eroismi e il tentativo, soprattutto da parte del personaggio principale Goreng (un volontario della sperimentazione), di convincere gli altri reclusi a dividersi il cibo. «Se tu ti trovassi in questa situazione, come ti comporteresti? Cosa faresti se ti trovassi al livello 6? O al livello 200?».

Il personaggio principale viene posto di fronte a diverse situazioni e a diversi incontri che servono a mettere alla prova i suoi convincimenti.

«Sento che siamo tutti molto simili ma ci comportiamo diversamente perché siamo nati in situazioni diverse. La diversità è dovuta alla tua famiglia, ai soldi, all’educazione, alla scuola, e tutto ciò fa una grande differenza. Abbiamo messo il protagonista del film in situazioni molto diverse. Per un mese vive al nord, e il mese successivo al sud. A volte sembra ricco, altre volte povero».

La storia, comunque, con il passare del tempo prende una fisionomia precisa.

Goreng inizia e continua la sua discesa in questo inferno fino a quando farà un incontro, apparentemente, misterioso che, tuttavia, potrebbe risultare salvifico.

Giunto al livello 333, Goreng da sotto il letto intravede una bambina. La bambina viene immaginata come il possibile messaggero che, con la sua sola presenza, dal fondo possa far arrivare alla cima una nuova speranza salvifica per la micro umanità di quel luogo maledetto.

Nella scena finale Goreng lascia la piattaforma e si allontana, girandosi a guardare la bambina che, con estrema velocità, viene trasportata verso l’alto dalla piattaforma. Finale volutamente aperto e interpretabile.

Venendo al film, secondo Riccardo Del Ferro (Popsophia – Pesaro 2 luglio 2020) i personaggi del film sono eccessivamente stereotipati e mancano di profondità.

Come si vede una critica simile a quella che ho avanzato per i personaggi di Snowpiercer, anche se ne Il buco sembrano esserlo ancora di più. Troppo carichi, troppo poco complessi, legati ad un unico pensiero che, a volerlo interpretare superando la brutalità delle scene, rimanda ad una precisa filosofia.

Questa mancanza di profondità dei personaggi potrebbe derivare dal fatto che essendo pedine in una costruzione mentale preordinata rigidamente dal regista, che mostra più interesse per il messaggio piuttosto che alla narrazione, risultano poco autentici non creando nessuna empatia con lo spettatore.

Prendendo in prestito una categoria cara a Carlo Michelstaedter, e forse in parte reinterpretandola, sempre secondo Del Ferro, il film è troppo retorico (o rettorico come scriveva Michelstaedter), nel senso che vuole convincere di qualcosa che non è necessariamente vero o almeno del tutto vero. È una visione parziale che si vuole rendere, attraverso la propria narrazione, totalizzante.

Così facendo, però, rischia di lasciare lo spettatore con i suoi convincimenti (anche solo per reazione) e non lo si aiuta a ragionare sui rischi conseguenti a scelte possibilmente distopiche.

Obbliga a guardare, a interpretare solo in una prospettiva ottenendo però il risultato da un lato di gratificare chi già è orientato verso quelle idee ma al contempo, dall’altro lato, di costringere, chi ha un’opposta visuale del mondo, a rivolgere lo sguardo da un’altra parte inorridito portando con sé, ancora più saldamente, le sue idee.

La distopia rimane perciò, in fondo, una fredda (e in questo caso truculenta) costruzione che poco aggiunge a quello che già si può immaginare, senza neppure troppa fantasia.

OLTRE LA DISTOPIA: UNA FLEBILE SPERANZA

Tutte queste narrazioni partono da una antropologia negativa (per una visione più ottimistica sull’uomo si rimanda invece all’interessante libro: Sperare nell’uomo, a cura di G. Chiosso, SEI, Torino 2oo9;  in cui sia pur nella diversità dei rispettivi approcci teorici e culturali si presenta il pensiero di Giussani, Morin e MacIntyre che condividono: una grande fiducia nell’uomo e nella condizione umana; una tenace resistenza contro le tendenze relativistiche del nostro tempo; il netto rifiuto di pensare l’uomo in termini di semplice adattamento alle regole della vita sociale).

In altre parole l’idea che suggeriscono queste distopie si basa su una visione pessimistica dell’uomo, che pongono alla base delle loro trame.

Una concezione simile a quella riportata all’inizio di questo saggio e che riconduce a chi ha riflettuto sui comportamenti degli uomini durante la rivoluzione francese o per rimanere nell’ambito filosofico, a Thomas Hobbes.

Hobbes, come è noto, respinge la concezione aristotelica dell’uomo come “animale sociale” che cerca cioè di vivere aggregandosi in comune con gli altri per proporre, al contrario, una concezione più pessimistica (realistica?) dell’essere umano.

Hobbes, infatti, è convinto che nello “stato di natura“, quando non esiste ancora la società umana, ogni singolo uomo tende ad acquisire per sé tutto ciò che favorisce il suo movimento vitale. Poiché infatti ogni uomo tende all’autoconservazione cerca di acquisire, senza alcun limite, tutto ciò che serve alla sua conservazione.

Però ciò che fa il singolo lo fanno anche gli altri individui al punto che le azioni di uno si scontrano con l’uguale tendenza degli altri con l’inevitabile conseguenza che si genera la lotta per la predominanza dell’uno su gli altri, il bellum omnium contra omnes, la guerra di tutti contro tutti, dove ogni singolo diviene lupo per ogni altro uomo (homo homini lupus).

In realtà sarebbe troppo limitativo arrendersi a visioni così pessimistiche.

Esistono, e sono state proposte a più riprese, soluzioni a questi problemi già ampiamente discusse.

Prendiamo Snowpiercer che ha una visione dell’uomo abbastanza hobbesiana.

Senza dubbio le condizioni tra chi viaggia in prima e chi sta “nel fondo” sono completamente diverse.

Tuttavia in una situazione così estrema, in cui vi è in ballo la stessa sopravvivenza del genere umano, in spazi limitati è probabile che la maggior parte dei sopravvissuti, piuttosto che dilaniarsi in guerre senza senso alla ricerca di risorse senza alcun limite, cerchi una mediazione. In altre parole non è obbligatorio, come sembra proporre questa saga, uccidersi l’un l’altro, ma si può “anche” trattare, così come di fatto avviene ogni giorno nel mondo (o in buona parte di esso).

In questo senso torna alla memoria la teoria proposta da John Ralws, nel 1971 nel libro: A Theory of Justice.

Un’ opera di filosofia politica, così rilevante, da essere destinata a rivoluzionare il dibattito all’interno della disciplina filosofica e ad innescare un dibattito pubblico sulle questioni inerenti alla giustizia sociale.

Ralws, semplificando, cosa propone?

Le persone, i contraenti, non sanno inizialmente che posizione avranno nel mondo o, nel caso della finzione cinematografica, nel treno.

Acquistano il biglietto che dà loro accesso al treno ma potrebbero finire in qualsiasi classe.

Sono quindi dietro un “velo di ignoranza” che li rende uguali come persone morali, con una concezione del proprio bene, con un senso di giustizia e capaci di scelte razionali.

Ebbene se così fosse cosa sceglierebbero? Essendo razionali sceglierebbero di avere un trattamento accettabile e questo porterebbe le classi del treno ad avere condizioni simili (magari in prima verrà servito lo spumante e nell’ultima la gazzosa ma non certo filetto contro trucioli di legno per sfamarsi).

Forse i ricchi non gozzoviglierebbero più sprecando come fanno nel film, ma essendo questo treno una specie di Arca di Noè (in questo caso salvezza dal gelo e non dal diluvio ma poco cambia) si finirebbe per garantire la salvezza del genere umano.

Sicuramente se si partisse da queste considerazioni e da un pizzico di fiducia in più nell’uomo e nella sua razionalità, il futuro sarebbe meno tetro ma, probabilmente, molti di questi film e serie tv non verrebbero mai create.

Se, infatti, ci fosse un treno dove regna la (quasi) uguaglianza sociale come si potrebbe scrivere una sceneggiatura avvincente? Senza lotte e conflitto in un luogo dove sono tutti moderatamente soddisfatti come far decollare un prodotto che faccia audience?

Tuttavia probabilmente il problema è più radicale: l’uomo è davvero razionale (almeno in parte)?

Sicuramente i due automobilisti che stanno litigando per l’unico parcheggio lasciato sotto casa mia da una Amministrazione Comunale a dir poco fantasiosa, non sembrano andare nella direzione da me auspicata, della razionalità.

Le risorse scarse e limitate possono, purtroppo, far perdere la razionalità per fare riemergere l’istinto di sopravvivenza e quindi l’egoismo.

Perciò, credo, se si volesse preservare l’umanità dai rischi paventati da Snowpiercer o da Il Buco, bisognerebbe educare i giovani alla giustizia sociale. Tuttavia anche solo ipotizzare che qualcuno ci pensi e si modifichi quello che la scuola insegna ormai da tempo immemore, tetragona ai mutamenti sociali epocali sarebbe davvero troppo, o è probabilmente: solo UTOPIA.

Maurizio Canauz @ 2020

 

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