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Sentinella, quanto resta della notte?

Il linguaggio dell’uomo tra totalitarismo e libertà

Mai come in questo periodo la lingua e la comunicazione sono importanti per il potere. Ma il potere manipola la lingua o utilizza quella già parlata dal popolo? C’è un modo per evitare che il potere manipoli i cittadini? Forse possono farlo la scuola e l’educazione. Ma, sicuramente, una scuola e un’educazione molto diversa da quella attuale.

Never as in this period language and communication are important for power. But does the power manipulate the language or use that already spoken by the people? Is there a way to prevent power from manipulating citizens? Maybe school and education can. But, certainly, a very different school and education from the current one.

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L’IMPOVERIMENTO DEL LINGUAGGIO SECONDO ORWELL

George Orwell nel 1946 diede alla luce un saggio (Politics and the English language) in cui affermava: «La maggior parte di coloro che si interessano alla faccenda ammetterebbe che la lingua inglese versa in cattivo stato, ma è opinione comune che non possiamo far niente in merito attraverso un’azione consapevole. La nostra civiltà è in decadenza e la nostra lingua – così si argomenta – partecipa inevitabilmente del crollo generale. Ne consegue che qualunque sforzo contro gli abusi linguistici è un arcaismo da sentimentali, come preferire le candele all’elettricità o i calessi agli aeroplani. Sotto queste affermazioni giace la convinzione semicosciente che il linguaggio sia un prodotto della natura e non uno strumento che noi foggiamo per i nostri scopi».

Non ritengo sia questo il luogo per approfondire il tema dell’innatismo linguistico, cioè quanto la lingua nasca nell’uomo o quanto sia una costruzione sociale, tanto caro ad esempio a Chomsky con tutte le conseguenze del caso (si rimanda in questo senso a: M. Canauz, Natura umana, invariante biologico e potere politico, in La frusta letteraria – on line, o a A. Keidan, Natura innata del linguaggio secondo Noam Chomsky, http://www.academia.edu) quanto piuttosto approfondire l’idea sostenuta sempre da Orwell che la lingua si sia deteriorata (e ancora adesso si deteriori) per ragioni politico – sociali: «L’inglese moderno, soprattutto l’inglese scritto, è pieno di cattive abitudini che si diffondono per imitazione e possono essere evitate se ci si prende il disturbo di farlo. Se ci si libera di queste abitudini si può pensare con più chiarezza e pensare con chiarezza è un primo necessario passo verso il rinnovamento della politica: perciò la lotta contro il cattivo inglese non è una frivolezza né preoccupazione esclusiva di chi scrive per professione». Ma è questo il vero obiettivo della politica? Quello di far pensare con chiarezza? Lo stesso Orwell sembra dubitarne e lo fa nel romanzo 1984.

Nel suo scritto, Oceania è una delle tre superpotenze continentali nate dopo la ipotetica guerra atomica degli anni cinquanta.

La sua forma di governo è il “Socialismo inglese”, abbreviato in Socing (“Ingsoc” nella versione in lingua originale), e nasce dalle ceneri del Partito Laburista. Nel suo territorio sono comprese le Americhe, la Gran Bretagna, l’Irlanda, l’Australia, la Nuova Zelanda, e la parte centromeridionale dell’Africa.

Nel romanzo essa è considerata la maggiore delle tre superpotenze ed è costantemente in guerra con l’Estasia o con l’Eurasia, ed alleata con la superpotenza con la quale non è in guerra.

Il regime di Oceania nel suo tentativo di controllare la popolazione non solo opera alterando la storia, sostituendo una narrazione artefatta alla realtà, ma tenta di modificare anche il linguaggio con il quale l’individuo esprime il suo pensiero.

Lo fa creando una nuova lingua che deve sostituire quella in uso.

«La Neolingua era la lingua ufficiale dell’Oceania ed era stata messa a punto per le esigenze ideologiche del Socing o socialismo inglese (…) Fine specifico della Neolingua non era solo quello di fornire, a beneficio degli adepti del Socing, un mezzo espressivo che sostituisse la vecchia visione del mondo e le vecchie abitudini mentali, ma di rendere impossibile ogni forma di pensiero. Si riteneva che una volta che la Neolingua fosse stata adottata in tutto e per tutto e l’Archelingua dimenticata, ogni pensiero eretico (vale a dire ogni pensiero che si discostasse dai principi del Socing) sarebbe stato letteralmente impossibile, almeno per quanto riguarda quelle forme speculative che dipendono dalle parole (…) La Neolingua non era concepita per ampliare le capacità speculative, ma per ridurle, e un simile scopo veniva indirettamente raggiunto riducendo al minimo le possibilità di scelta» (G. Orwell, Appendice in  G. Orwell, 1984, Mondadori, Milano 2016).

Nella neolingua il numero di parole viene ridotto al minimo e ogni parola residua viene limitata a un solo significato. In effetti, l’obiettivo finale della neolingua era quello di impedire la formazione di un qualunque pensiero contrario ai principi del Socing, che doveva essere etichettato genericamente come “psicoreato” e comunque non articolato, in quanto la neolingua semplicemente non avrebbe avuto gli strumenti per farlo.

E se anche non avesse reso impossibile l’uso di affermazioni sovversive come “Il Grande Fratello è sbuono“, avrebbe comunque impedito il poterle motivare in modo ragionevole, rendendole di fatto dei nonsense. «Una simile affermazione, che a un orecchio ortodosso suonava come una palmare e assoluta assurdità, non avrebbe potuto ricevere il supporto di una  qualsiasi argomentazione, perché mancavano le parole per sostenerla» (Orwell, cit. p. 256).

Questo scopo sarebbe stato raggiunto attraverso revisioni successive della lingua stessa, ognuna delle quali doveva eliminare consistenti quantità di parole dal vocabolario ed estendere il suo uso a tutto il partito e alla massa dei prolet.

Orwell e con lui alcuni suoi interpreti, sembra sostenere che più parole si usino, più il pensiero si sviluppi e amplificandosi il pensiero aumenta la capacità critica. Al contrario la pochezza delle parole e del linguaggio porta ad un indebolimento del pensiero. La progressiva contrazione del pensiero in Oceania porta all’impoverimento e infine all’inibizione del pensiero.

KLEMPERER E IL LINGUAGGIO DEL NAZISMO

Pubblicato a poca distanza da quello di Orwell, all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, è il libro LTI. La lingua del terzo Reich. Taccuino di un filologo di Victor Klemperer.

Prima di proseguire è bene fare una precisazione. Orwell, nella sua disanima, faceva riferimento al comunismo, totalitarismo sempre al centro dei suoi strali e della sua polemica, mentre Kemplerer aveva, come riferimento della sua testimonianza e della sua riflessione, il Nazismo.

Klemperer fu un ebreo “prodigiosamente” sopravvissuto alla catastrofe che aveva colpito il suo popolo o come scrive Ronchi «su quel popolo nel quale è “costretto” a riconoscersi per quell’accanimento di cui è stato…vittima».

Costretto” a riconoscersi perché pur essendo ebreo di nascita, essendo l’ottavo figlio di un rabbino, nel 1912 si convertì al protestantesimo e sposò una donna di religione protestante.

Prodigiosamente sopravvissuto” perché non fu deportato (anche per meriti relativi alla Prima Guerra Mondiale e perché, come si è ricordato, era sposato con una non ebrea) e al contempo sopravvisse ai bombardamenti Alleati su Dresda, città nella quale scontava il suo internamento lavorando come operaio, con la stella gialla cucita sul petto.  Il titolo dello scritto è, ironicamente, un logo: LTI, cioè l’acronimo di Lingua Tertii Imperi.

Anche per Klemperer l’operazione fatta dal totalitarismo, in questo caso, il nazismo è quella di ridurre e appiattire la lingua, creando degli slogan (da qui l’ironia del titolo che usa un acronimo come slogan) da ripetere come un mantra.

Proprio l’uso della lingua, come ricorda Rocco Ronchi, è per Klemperer uno dei motivi che hanno agevolato l’ascesa al potere del nazismo.

«Il mistero dell’avvento è tutto racchiuso nella capacità performativa della lingua vivente. Le cause materiali del fenomeno totalitario, le cause economiche, sociali e politiche sono sicuramente altrove e spetterà allo storico rintracciarle e denunciarle, ma l’efficacia sulle anime del totalitarismo passa attraverso “le singole parole» o come afferma Kemplerer «le singole parole, le locuzioni, le forme delle frasi ripetute milioni di volte».

«Il Terzo Reich ha coniato pochissimi termini nuovi, forse verosimilmente addirittura nessuno. La lingua nazista in molti casi si rifà a una lingua straniera, per  il resto quasi sempre al tedesco prehitleriano: però muta il valore delle parole e la loro frequenza, trasforma in patrimonio comune ciò che prima apparteneva ai singoli o a un gruppuscolo, requisisce per il partito ciò che era patrimonio comune e in complesso impregna del suo veleno parole, gruppi di parole e struttura delle frasi, asservisce la lingua al suo spaventoso sistema».

Come si sa, ogni parola (o almeno molte di esse) hanno una molteplicità di sensi, sono plurisemiche. Basta aprire un vocabolario per accorgersi che la parola ha più sensi con cui viene utilizzata. I sensi, come scrive Irti, possono essere «praticati con maggiore o minore grado di generalità».

Alcuni sensi sono più diffusi e fanno parte del codice primario o codice d’uso, altri invece fanno parte di codici secondari legati a particolari ambiti come l’economia, il diritto, la politica, gli affari.

Il nazismo, e in genere tutti i totalitarismi, sostituiscono il senso primario con un senso secondario utilizzando la stessa parola ma con un significato diverso.

Eppure il loro linguaggio è stato capace di insinuarsi nel popolo fino a pensare per lui, a dirigere o a guidare il suo sentimento, il suo pensare, il suo agire.

«Le parole possono essere come minime dosi di arsenico: ingerite senza saperlo sembrano non avere alcun effetto, ma dopo qualche tempo ecco rivelarsi il suo effetto tossico».

La lingua del Terzo Reich è povera, estremamente povera, basandosi per lo più su frasi fatte, ripetute in continuazione. Perché le frasi fatte impediscono il pensiero critico e facilmente si impossessano dell’ascoltatore.

 Talora, nel linguaggio corrente, adoperiamo il termine “convincere” come se fosse un sinonimo di “persuadere”. In effetti, convincere vuol dire superare degli ostacoli logici e razionali, con dei mezzi che hanno la parvenza della logica e della razionalità, per vincere le resistenze ed i dubbi con la forza logica delle argomentazioni. Persuadere, al contrario, fa appello a meccanismi anche emotivi e passionali, si serve delle stesse arti che vediamo all’opera nella seduzione.

I totalitarismi utilizzano la persuasione, parlano come si suol dire, con una frase fatta “alla pancia del paese” e non alla testa.

Sono così abili però che, in molti casi storici, hanno ottenuto ciò che volevano.

Ma vi è un ulteriore osservazione interessante per quanto inquietante fatta da Victor Klemperer ed evidenziata da Enrico Paradisi nel suo: Elogio di un filologo.

«Ad un certo punto della sua vita, dismesso contro la sua volontà l’abito del filologo e indossata la tuta dell’operaio, si trova a lavorare in fabbrica fianco a fianco con persone che in tempi normali mai avrebbe avuto modo di conoscere così da vicino. Nota come vivono e come parlano gli operai. Nel condominio della Judenhaus è a diretto contatto con i suoi correligionari, vittime come lui della persecuzione nazista. Fa una constatazione stupefacente: parlano tutti, sia gli operai sia gli ebrei, allo stesso modo. Cioè si esprimono nella LTI, la lingua del Terzo Reich; adottano le espressioni tipiche della LTI, quelle che il regime ha creato o fatte proprie (risemantizzato), gli usi linguistici attraverso i quali la visione di dominio del mondo della razza ariana e della nazione germanica si afferma e si diffonde come un contagio da cui rimangono infettate quelle persone e quelle categorie sociali che dovrebbero essere in prima fila a opporvisi o almeno essere le più fornite di capacità immunizzanti».

La lingua è diventata così un virus che uccide, lentamente, la libertà individuale.

In realtà già prima di Orwell e Klemperer si era già osservata la perversione totalitaria della lingua, come strumento che annichilisce il pensiero.

Ad esempio Karl Kraus, ai tempi della dissoluzione dell’Impero Austriaco, aveva già osservato come la distruzione del linguaggio avrebbe condotto a future istruzioni politiche ed esistenziali.

Può essere interessante e forse doveroso chiedersi come oggi venga utilizzata la lingua da chi si occupi di scelte collettive e come questo uso delle parole possa portare ad una deriva antidemocratica.  

IL LINGUAGGIO CAUSA O EFFETTO?

Credo che, molto spesso, l’interpretazione dipenda oltre che dall’aspetto oggettivo anche da quello soggettivo, dal modo cioè con cui osserviamo la realtà che ci circonda. Io credo che George Orwell e Victor Klemperer invertano il rapporto causa effetto. Il linguaggio che possiamo definire povero non è costruito, inventato, impoverito dal totalitarismo di turno ma è tratto dal linguaggio comune che preesiste ed è già misero e ridotto ai minimi termini.

Per sostenere la mia tesi faccio riferimento al pensiero di Emilio Betti. Betti oltre che importante giurista è stato uno dei massimi teorici dell’ermeneutica italiana contemporanea (avvicinabili per certi versi a Hans Gadamer con il quale fu in vivace polemica) e fratello di  Ugo Betti (famoso drammaturgo, oggi invero un po’ dimenticato, del quale invito, per tutti gli amanti del teatro, calorosamente a vedere su you tube, Corruzione al palazzo di giustizia, in cui in ambienti tetri e surreali  si sviluppa una interessantissima storia in bilico tra onore, verità e menzogna, magistralmente interpretata da impareggiabili attori quali: Tino Buazzelli, Nando Gazzolo e Glauco Mauri).

Per Betti: «Se è vero che solo lo spirito parla allo spirito, è vero anche che solo uno spirito di pari livello e congenialmente disposto è in grado d’intendere in modo adeguato lo spirito che gli parla. Non basta un interesse attuale ad intendere, per quanto vivo esso possa essere; occorre anche un’apertura mentale che permetta all’interprete di collocarsi nella prospettiva giusta, più favorevole per scoprire e intendere».

Secondo lo studioso valgono i detti «solo il simile conosce il suo simile o l’altro detto, che l’interprete vede ciò che ha nel cuore, e non può ritrovare nell’oggetto ciò che non porti già virtualmente in sé stesso».

Concetto quest’ultimo sostenuto anche da Goethe.

Se si accettasse questa tesi il problema sarebbe ben più grande di quello prospettato fin ora. Non sarebbe tanto la manipolazione del totalitarismo a preoccupare ma vi sarebbe un vero e proprio rovesciamento: sarebbe il popolo a ispirare (anche se inconsciamente) le parole e le idee usate poi dal totalitarismo per rafforzare il suo consenso.

L’ affermazione che più mi inquieta, in questo senso è che: «l’interprete (o si potrebbe dire l’ascoltatore) vede ciò che ha nel cuore».

Noi comprenderemo solo ciò che è in noi, solo ciò di cui noi abbiamo, almeno in parte, esperienza. Tale teoria mi sembra riecheggi, per certi versi, quella di Bauman e Milgram secondo cui chiunque, posto in una certa condizione, sarebbe capace di fare del male, perché una dose di male è dentro di noi.
Il male sarebbe, dunque, parte della natura umana e per questo saremmo capaci di comprendere ed interpretare gli slogan dei tiranni. Slogan che non sarebbero altro che la formalizzazione e la condensazione in semplici proposizioni ad effetto di idee che sono già presenti nel popolo, che le esprime con un linguaggio ancora più rozzo.

A tale proposito, cercando di analizzare il linguaggio comune dei cittadini, può essere utile ricordare che secondo diversi studi e ricerche, tra le quali quelle di Tulio De Mauro, quasi il 90 % dei nostri discorsi si basa su un numero assai esiguo di parole quantificabile in circa duemila. Si tratta delle parole più usate in assoluto nella nostra lingua come ad esempio: amore, lavoro, pane. Questo nucleo base è poi affiancato da un lessico ad “alto uso” che si baserebbe su altre 2750 parole ed infine un vocabolario di alta disponibilità, composto da circa 2.300 parole. Si tratta di parole che i parlanti hanno l’impressione di usare costantemente ma che in realtà utilizzano con una frequenza molto bassa. Sono parole come forchetta, lacca, pantofola, padella, tuta, ecc, legate a oggetti o azioni della vita quotidiana. Tali vocaboli si trovano, di fatto, più nella lingua parlata che in quella scritta.

Pur sommando le tre categorie sopra ricordate è evidente che il vocabolario di un soggetto medio risulta assai limitato (mentre come ricorda Sabbatini è assai più ampio quello di una persona colta potendo contare su migliaia di parole in più) e lo è ancora di più per chi non è di lingua madre o vive in particolari condizioni geografiche o sociali.

Un linguaggio decisamente povero e ripetitivo a cui ci siamo abituati e che sentiamo quotidianamente al caffè, al lavoro, a scuola.

Lo stesso linguaggio utilizzato dai politici che lo riducono a slogan premasticati da inoculare nel popolo, un po’ come gli uccelli fanno con i vermetti per i loro piccoli.

Slogan (a tale proposito può essere curioso ricordare che il termine slogan, è di origine scozzese e venne introdotto in Italia dai traduttori di Walter Scott, nel significato etimologico di “grido di guerra di un clan”, e si diffuse a partire dagli anni ’30 del XX secolo con il significato di ‘parola d’ordine’ e ‘motto’, prima nell’ambito della pubblicità commerciale, quindi in graduale sostituzione del termine motto) che il popolo ben afferra e che non deve sforzarsi di capire. Anche perché le persone difficilmente sarebbero disposte ad ascoltare ragionamenti più articolati o motivati che le annoierebbe, non volendo, per lo più, sforzarsi di ragionare o di prestare eccessiva attenzione ai passaggi logici delle argomentazioni più approfondite.

Con il ricorso a qualche tecnicismo (E. Hall, Beyond Culture, Anchor Books, 1989) si potrebbe dire che abitualmente il popolo e anche i politici, preferisca una comunicazione o messaggio ad alto contesto (HC) piuttosto che una comunicazione a basso contesto (LC).

Nella comunicazione ad alto contesto la maggior parte delle informazioni sta nel contesto o è interna alla persona, poco è nella parte verbale ed esplicita del messaggio. Una comunicazione a basso contesto (LC) è esattamente l’opposto: la massa di informazioni è esplicita e verbale, gli elementi del contesto non influiscono nel significato del messaggio verbale.

In generale, la comunicazione nelle culture ad alto contesto è economica, veloce ed efficiente, specifica per particolari persone, luoghi, situazioni. Le parole non sono necessarie per trasmettere significati e le regole della comunicazione sono implicite, il significato si trova nell’ambiente circostante, nei gesti e nelle parole non dette. La comunicazione a basso contesto richiede invece maggiore attenzione e non è molto gradita in una società che fa della rapidità e della superficialità il suo credo.

Un po’ come per certi esercizi di matematica o di logica di cui si riesce a seguire solo i primi passaggi. E anche i social sembrano andare in questa direzione, di ultra semplificazione e in molti casi di banalizzazione ad effetto (polemizzando si può affermare che molto spesso si è più disponibili a seguire le parole di un influencer dalla dubbia preparazione ma dal forte impatto mediatico, piuttosto che quelle di un filosofo o di uno scienziato).

In realtà, ma qui ne faccio solo un accenno, esiste una residua parte del linguaggio, quello non urlato che ha abbandonato i luoghi della comunità per rinchiudersi in polverosi palazzi odorosi di muffa per diventare un oscuro e spesso incomprensibile linguaggio per adepti.

È il linguaggio che, come scriveva più di cinquant’anni fa Italo Calvino, veniva e viene prodotto da un processo senza fine quanto misterioso.

«Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli di amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono, parlano, pensano nell’antilingua. Caratteristica principale dell’antilingua è quello che definirei il “terrore semantico”, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per sé stesso un significato».

L’antilingua, tuttavia, nella sua voluta oscurità è altrettanto pericolosa, rispetto alla lingua urlata, per la società, è come l’acqua cheta che alla fine distrugge i ponti, senza quasi che nessuno se ne accorga.

IL MALE E IL SUO LINGUAGGIO

Vorrei tornare a soffermarmi al male come parte di noi che parla un linguaggio comune a quello del popolo.

Come suppone qualcuno si potrebbe considerare, facilmente, i tedeschi dell’inizio novecento, almeno per la maggior parte, dei dissennati ma questo sarebbe, a mio giudizio, assolutamente riduttivo così come lo sarebbe definire minorato ogni popolo che plaude un totalitarismo.

Hitler, Stalin salgono al potere utilizzando il linguaggio comune, il linguaggio del popolo. Lo stesso linguaggio che Hitler adottava nelle birrerie per convincere delle sue idee gli avventori scontenti della situazione creatasi in Germania dopo i nefasti esiti della Prima Guerra Mondiale e la instaurazione della Repubblica di Weimar. Progetto, quello di Weimar, intellettualmente ambizioso ma incentrato su concetti e linguaggi troppo alti e lontani dal sentire della popolazione.

Ricordano, a tale proposito, gli studiosi dell’American Political Science Review che mentre Hitler (sulla cui efficienza oratoria permangono, dati alla mano, forti dubbi) faceva molteplici comizi aprendo la strada al Terzo Reich, il suo concorrente, Paul von Hindenburg, non fece nessuna apparizione pubblica nei luoghi in cui Hitler si era esposto in prima persona, permettendogli così di guadagnare uno o due punti percentuali.

È normale, tuttavia, che una volta arrivati al potere i totalitarismi operino, avendo, come ricorda Paolo Agosto, la vocazione di occuparsi di tutti gli aspetti della vita (da qui l’uso del termine Totalitarismo per definirli), anche sul linguaggio, sulla loro forma comunicativa e sulla propaganda per mantenere e giustificare il loro potere. Non solo quindi i discorsi pubblici ma anche cinema, radio e giornali.

Andremmo troppo lontano inoltrandoci nel problema della manipolazione e persuasione. Vorrei quindi tornare al linguaggio.

Si vedono, infatti, molte volte spezzoni di documentari che mostrano Hitler poco più che una macchietta in preda all’ira. Si tratta, in realtà, di una scelta della propaganda post-bellica. Chi ne è stato testimone ha un’opinione diversa e spesso queste testimonianze, per quanto scomode, aiutano a capire come il diavolo si mascheri meglio di quanto si voglia far credere. Tornano, a tale proposito, utili le parole di Baudelaire: «Il più bel trucco del Diavolo sta nel convincerci che non esiste».

Cito perciò due esempi. Il primo è quello del celebre epistemologo Paul Feyerabend e il secondo quello del famoso scrittore Guenter Grass.

Feyerabend, nella sua autobiografia Ammazzando il tempo, descrive così la arte oratoria di Hitler: «Hitler accennava ai problemi locali e a quanto era stato fatto fino ad allora, faceva battute, alcune abbastanza buone. Gradualmente cambiava il modo di parlare: quando si riferiva a ostacoli e inconvenienti aumentava il volume e la velocità del parlare. Gli accessi violenti che sono le uniche parti dei suoi discorsi conosciute in tutto il mondo erano preparati con cura, ben interpretati e utilizzati con umore più calmo una volta finiti; erano il risultato di controllo, non di rabbia, odio o disperazione».

Tuttavia, in base a quanto teorizzato da Betti vi è differenza sull’impatto e il successo dei discorsi e in generale della comunicazione, in base alle caratteristiche socio – culturali e valoriali del ricevente. I discorsi hanno maggiore eco tra simili. Feyerabend ricorda, in questo senso, come essi fossero molto apprezzati dai suoi genitori («Molte persone giovani o vecchie, uomini e donne comprese mia madre erano ipnotizzati dalla sua voce, bastava solo sentirne il suono per esserne come rapiti») mentre il giudizio dei giovani e il suo in particolare, fosse più ambivalente. Non di rifiuto totale ma neppure di adesione. Quando Hitler entrò a Vienna il 14 Marzo, Feyerabend si trovò impossibilitato a svolgere la sua consueta passeggiata e questo lo contrariò. Così ricorda quel giorno: «Terribilmente seccato me ne tornai a casa, dove mio padre ascoltava i comunicati radio, e io tentai di farlo smettere, il rumore disturbava la mia lettura…Per me l’occupazione tedesca e la guerra che ne seguì era un fastidio, non un problema morale, e le mie reazioni nascevano da stati d’animo e circostanze contingenti, non da un punto di vista ben definito». (Ammazzando il tempo, p. 43.)

Seguendo le parole e il ragionamento di Betti, in precedenza accennato, la maggior capacità intellettuale di Feyerabend lo rendeva (anche solo a livello istintivo e non morale) più diffidente verso il linguaggio del nazismo che era in grado di decodificare e di cui coglieva aspetti inquietanti, artefatti e noiosi (tanto da paragonarlo al rumore) che al contrario sfuggivano a molti concittadini del filosofo meno abituati a ragionare e meno pronti ad ascoltare e valutare ciò che era detto. Gli stessi pronti a ridere beceramente nelle birrerie o a inseguire parole piene di rabbia e nostalgia per una Grande Germania dette, per strada, da un imbonitore qualsiasi.

Ciò che invece deve sorprendere è il fatto che tali parole non fecero breccia solo nel popolo ma in molti intellettuali, o presunti tali, che ebbero un atteggiamento assai meno critico di Feyerabend verso il Regime Nazista e verso la sua arte oratoria.

Lo ricorda lo stesso filosofo: «“Amavo Hitler” scrive Ingmar Bergman nella sua autobiografia, riportando le impressioni di quando andò in Germania da bambino, “L’unico volto tra uomini senza volto”, fu la reazione di Heidegger, “E’ un fenomeno, peccato che io sia ebreo e lui un antisemita” disse Joseph von Sternberg, lo scopritore d Marlene Dietrich…» 

Il Nobel Guenter Grass, uno degli intellettuali più intransigenti nel denunciare la colpa tedesca, un simbolo della cultura di sinistra europea, nel 2006 ha rivelato di essere stato un volontario nazista. Grass apprezzava l’oratoria hitleriana e il nazismo perché antiborghese e sognava di imbarcarsi sugli U-Boot, ma finì, addirittura, nelle Waffen SS.

In generale comunque molti di queste persone, almeno all’apparenza, colte e intelligenti, espressero un giudizio positivo sulla comunicazione del Nazismo. Il linguaggio, di quello che fu, probabilmente, il peggior totalitarismo della storia recente, non apparve affatto a questi soggetti, peggiore del linguaggio usato dal popolo. Anzi sembrò in continuità con esso, se non addirittura una sublimazione. E questo, implicitamente, fu il pensiero di molti comuni cittadini.

Sicuramente non mancarono i dissidenti coloro che riuscirono a non farsi ammagliare dalla musica del pifferaio di Hamelin, che svilupparono degli anticorpi che li resero tetragoni alla persuasione totalitaria. Ma di che anticorpi si trattava? Come si svilupparono e come si potrebbero svilupparne nuovamente per tenere il popolo, o almeno parte di esso, al sicuro dalle pericolose spire del potere?  

LA SCUOLA (DEL FUTURO) E LA CONOSCENZA COME ANTIDOTO

Uno dei difetti evidenti nella nostra società, amplificati dai fatti dell’ultimo periodo, è la passività con cui si accettano i fenomeni soprattutto quelli negativi e limitativi delle libertà.

 Ci si lascia travolgere da quello che avviene, abdicando da quella funzione di progettazione e sviluppo sociale tipica della storia dell’uomo.

Per resistere, tuttavia, alle derive autoritarie è necessario sviluppare degli anticorpi resistenti che possono essere forniti dalla scuola e più in generale dalla formazione e dalla educazione

Così descrive questo momento di crisi e trasformazione educativa il celebre sociologo Bauman: «Penso che noi tutti potremmo convenire, senza ulteriori indugi, che la missione dell’istruzione, sin da quando essa fu formulata dagli Antichi con il nome di paidèia, era, rimane e probabilmente continuerà a rimanere quella di preparare i giovani alla vita. Se così è, allora l’istruzione, inclusa l’istruzione universitaria, si trova ora ad affrontare la crisi più profonda e critica nella sua storia così ricca di momenti difficili: una crisi che colpisce non soltanto una specifica consuetudine ereditata o acquisita, ma la sua vera raison d’etre. Ora ci si attende che i giovani siano preparati a vivere in un mondo che – in pratica, ancorché non in teoria – rende nulla e vuota l’idea stessa “dell’essere preparato” – ovvero, adeguatamente qualificato e specializzato, e non colto di sorpresa dagli eventi e dalle tendenze mutevoli» (Z. Bauman, Le sfide all’istruzione nella modernità liquida, Padova University Press, 2011).

La nuova società quindi necessiterebbe di una nuova scuola capace di far crescere cittadini capaci, almeno, di essere consapevoli di ciò che li circonda e capaci di un linguaggio e di un discernimento che possano essere mezzi per interpretare la realtà e formino una difesa contro le scorciatoie e le inquietanti sirene del totalitarismo. Non una scuola che si massacra in sterili discussioni sui banchi o sulla didattica a distanza, ma che sappia veramente mettersi in discussione partendo da una domanda fondamentale sul senso di ciò che insegna e il modo con cui lo fa.

A tale proposito, in modo invero forse non del tutto originale, potrebbe essere interessante ripartire dal pensiero di Edgar Morin sulla necessità, di fronte a una società sempre più complessa, di non fornire solo saperi disgiunti e specialistici ma un modo complessivo di comprendere la realtà e la società (E. Morin, La testa ben fatta, Cortina, Milano 2000).

Rimanendo al nostro campo di indagine la scuola dovrebbe aiutare gli studenti e i giovani in generale a sviluppare il loro linguaggio, comprendendo e imparando ad utilizzare un numero assai maggiore di parole per riuscire ad esprimere pensieri originali e soprattutto per renderli capaci di comprendere e decodificare i messaggi del potere, per non finire come i bambini della fiaba del pifferaio persi seguendo una melodia accattivante quanto pericolosa.

Solo così muterà il linguaggio popolare e solo così si creerà un vero antidoto capace di neutralizzare le lusinghe, sempre pericolosissime, dei nuovi totalitarismi.

Maurizio Canauz @ 2021

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Questa voce è stata pubblicata il 3 aprile 2021 da in Fahrenheit 451, orizzonti e utopie, home, Stanza 101, tutti gli articoli con tag , , , , .

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