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Sentinella, quanto resta della notte?

A spasso nel tempo: la morte di Alexander Alekhine

Un viaggio nel tempo utilizzando la macchina di H. G. Wells per scoprire un piccolo mistero della storia: chi ha ucciso il discusso campione di scacchi Alexander Alekhine? Dopo tanto tempo tante ipotesi, ma nessuna certezza…

 [The article proposes a journey into the past through the time machine. A short trip to discover the truth about the death of world chess champion Alexander Alekhine. A little mystery.

According to reports sent out by international news agencies, Dr Alekhine was found in his room slumped over a chess board. Angina pectoris, aggravated by choking on a piece of meat, is said to have caused death. Burial did not take place until 16 April, funeral expenses being borne by the Chess Federation of Portugal.

Murder or suicide? Unfortunately it is not always possible to discover the truth and one must be satisfied with one’s own conjectures…]

Viaggiare nel tempo, non è come viaggiare nello spazio.

Hai sempre paura che la coesione molecolare, dopo un salto spaziale e temporale, non sia più la stessa e che ti ritrovi colpito da qualche malattia irreversibile o che le molecole non si rassembrino correttamente e ti possa ritrovare il naso al posto di un occhio o peggio…

Tuttavia la possibilità di correre avanti e indietro per la linea temporale è tanto affascinante che vale la pena di accettare qualche rischio.

Ipotizziamo però, tanto questa riflessione che qui propongo è solo un gioco di fantasia, che viaggiare nel tempo possa essere più sicuro che viaggiare scorrazzando per l’autostrada.

Niente traffico, niente pazzi che guidano sentendosi immortali come il barone rosso, niente etilisti prigionieri di una nuvola d’alcol.

Un viaggio sicuro, su una monorotaia che ti porta dritta, dritta alla tua meta.

Una meta che scegli tu. Imposti i parametri, chiudi gli occhi e trattieni il respiro…

Il viaggio, che ho deciso di fare questa volta, è stato relativamente breve.

Neppure cento anni, uno sbuffo, un sospiro.

La hall dell’albergo dove mi trovo è grande e lussuosa, non fa freddo ma neppure abbastanza caldo per essere in primavera.

Sono in Portogallo, la data è il 24 marzo del 1946, il luogo Estoril.

Estoril, oggi, è un’esclusiva città di villeggiatura, incastonata nella costa di Lisbona, che si affaccia sull’oceano Atlantico.

Oggi offre ottimi ristoranti, bar trendy e hotel di alto livello. È una cittadina florida decisamente pensata per le coppie e le famiglie, con stabilimenti balneari pieni di ombrelloni multicolori, che si susseguono a perdita d’occhio.

Ma subito dopo la seconda guerra mondiale era ancora un piccolo centro, nato da un villaggio di pescatori, nidificato su una costa selvaggia, ricoperta in gran parte da una bassa macchia arbustiva e con pochi radi bagnanti nel periodo estivo

Sono seduto nell’androne dell’Hotel do Parque, uno dei pochi aperti in questa stagione anche se con pochi, pochi clienti.

Come un cacciatore attendo paziente, accovacciato in un divano di velluto rosso, la mia preda che, sono sicuro, passerà da lì a poco.

La mia attesa non è, fortunatamente, prolungata. A nessuno, infatti, piace attendere a lungo, ci si annoia, sempre, troppo rapidamente.

L’uomo che entra dall’ingresso è discretamente alto, la sua statura supera il metro e ottanta, i tratti somatici sono tipici della razza slava, i capelli, ora radi, dovevano essere stati lisci e biondi e gli occhi sono di un azzurro intenso.

Porta un cappotto aperto che lascia intravvedere un abito elegante forse un po’ liso, ma con dignità.

Al polso porta un tank Cartier modello 1921 e un anello d’oro al mignolo, un piccolo vezzo.

Ha lo sguardo corrucciato come di chi ha passeggiato a lungo sulle sponde dell’Oceano portando con sé i fantasmi di un’esistenza non banale ma neppure felice.

Raramente un sorriso deve aver visitato il suo volto.

Chiede, in un portoghese onorevole, la chiave e che gli sia servito il pasto in camera. Poi rimane immobile, come se rincorresse un pensiero o cercasse il coraggio per fare una domanda.

Infine, d’un fiato, chiede se c’è una comunicazione per lui, un telegramma.

Il concierge lo guarda con gli occhi di un bambino che ha lasciato volar via il suo palloncino.

Poi scuote il capo e risponde: «No dottore, nessuna comunicazione. Sarà mia premura e…bla, bla, bla…».

L’uomo non l’ascolta più, sente solo un fischio e pensa ad una donna lontana, nel tempo o nello spazio, forse una delle mogli o la madre.

La comunicazione che attende con impazienza è la decisione della federazione mondiale di scacchi di organizzare o meno, l’incontro per il titolo.

So che tale comunicazione arrivò beffardamente solo dopo la sua morte. A Londra, la sera del 23 marzo 1946, infatti, la Federazione Inglese di Scacchi (BCF), dopo un lungo e controverso dibattito decise di organizzare in Inghilterra, probabilmente a Nottingham, un incontro per il Titolo Mondiale tra il detentore, che è l’uomo che sto osservando in quell’albergo, e la nuova “stella” sovietica Mikhail Botvinnik. Per l’organizzazione dell’incontro la Federazione Sovietica stanziò, come premio, 10 mila dollari.

L’uomo che osservo, infine, con passo leggermente appesantito dagli anni e da una vita di eccessi e deluso per non aver ricevuto il telegramma ufficiale, sale le scale per raggiungere la sua stanza.

Io mi alzo e lo seguo perché questa notte, se voglio svelare il mistero della sua morte, devo vegliarlo.

Ma chi è quest’uomo e perché è curioso, se non necessario, osservare come morirà?

L’uomo è Aleksandr Aleksandrovič Alechin, anche conosciuto come Alexander Alekhine, nato a Mosca il 31 ottobre 1892 e morto proprio a Estoril il 24 marzo 1946, di professione campione di scacchi.

Uno scacchista “esageratamente” bravo come ricorda uno che di scacchi se ne intende piuttosto bene e cioè Garry Kasparov che ha dichiarato: «Gli attacchi di Alekhine giungevano all’improvviso, come temporali distruttivi emersi da un cielo limpido». Alekine affrontò gli scacchi come la vita, con rabbia e determinazione, spinto da un impulso violento, fino all’autodistruzione.

Alekhine era il discendente di nobile e agiata famiglia legata allo zar e caduta in disgrazia con la Rivoluzione

Fu, ovviamente, campione del mondo, conquistò il titolo a Buenos Aires nel 1927, vincendo il cubano José Raùl Capablanca con 6 partite vinte, 25 patte e 3 perse.

La sua vita fu tumultuosa come lo era il suo modo di giocare a scacchi.

Diventato maestro molto giovane, allo scoppio della prima guerra mondiale nel 1914, Alekhine si trovò a Mannheim in Germania, insieme ad altri undici giocatori suoi connazionali (tra cui Romanovsky, Bogoljubov, Bohatirchuk e Selezniev) per disputare una gara. I tedeschi, contrariati per come erano stati sconfitti i loro rappresentanti, come prima azione di guerra, lo fecero prigioniero insieme ai compagni e lo internarono a Rastatt.

Un atteggiamento, invero, in spregio alle più onorevoli regole di diplomazia e privo di un minimo di sportività.

Liberato dopo sei mesi, forse per paura di rappresaglie da parte dei russi, fu rimpatriato. Nemmeno il tempo, di arrivare a casa e subito Alekhine si offrì volontario come autista di ambulanza per la Croce Rossa.

Sfortunatamente, l’artiglieria austriaca, in un momento di confusione, non fece caso che egli viaggiava protetto dal simbolo crociato, e colpì con un’ogiva il suo mezzo.

Nell’esplosione rimase gravemente ferito alla schiena.

Rimpatriato una seconda volta, probabilmente a seguito di uno scambio di prigionieri, riuscì a fuggire alla rivoluzione e alle conseguenti epurazioni che stavano sconquassando la sua patria.

Anzi, secondo alcune fonti, forse per sfuggire all’arresto voluto dal Partito Comunista, iniziò a collaborare con la polizia sovietica come spia o infiltrato.

Il suo biografo Alexander Kotov trovò negli archivi russi un documento secondo cui egli sarebbe stato ingaggiato, col salario di 4800 rubli, dal dipartimento investigativo criminale della polizia metropolitana di Mosca come detective, col compito di sorvegliare alcune località assegnategli e determinati criminali.

Essendo Alekhine appartenuto ad una classe sociale elevata è da presumere che, se la notizia fosse vera, il suo compito non fosse quello di spiare qualche malavitoso nei bassifondi, ma fosse quello di osservare personaggi in vista (o che lo erano stati sotto lo zar) e che erano considerati pericolosi.

Avvertendo che la situazione in Urss non gli era più congeniale decise di lasciare la Patria per cercare riparo e fortuna altrove.

Alcuni biografi raccontano di una fuga rocambolesca, piena di pericoli, in realtà gli fu concesso di lasciare l’Unione Sovietica con la (seconda) moglie, una giornalista svizzera di una certa fama, senza particolari difficoltà.

Dopo diversi spostamenti e tornei giocati, per lo più vinti, giunse in Francia che adottò come sua nuova patria. Proprio per i colori francesi giocò e vinse la competizione mondiale che veniva chiamata “Olimpiadi degli Scacchi”.

Come “capitano” giocò quattro edizioni tra il 1930 e il 1939.

Con l’avvento del nazismo, sembra più per opportunismo (miope) che per vera e propria convinzione (anche se non mancava un forte odio per i Paesi Comunisti), scelse di stare dalla parte del nazismo stringendo una particolare amicizia con il famigerato governatore della Polonia, Hans Frank.

Anche in questo caso Alekine si difese sostenendo di essere stato all’oscuro delle nefandezze del regime e di quelle di Frank (che tra l’altro fece giustiziare lo scacchista polacco Dawid Przepiòrka colpevole unicamente di aver messo piede in un locale Juden verboten per assistere a un torneo di scacchi, senza che Alekine facesse nulla per impedirlo) in particolare, ma che avesse intrattenuto con il gerarca solo rapporti incentrati sull’amore comune per gli scacchi.

Tra il 1941 e il 1943 partecipò ai tornei organizzati dai nazisti e scrisse anche alcuni articoli antisemiti (tra cui “Scacchi giudei ed ariani” e “Il concetto ariano di attacco” di cui lui sempre negò la paternità) rivolti soprattutto contro scacchisti ebrei come Steinitz e Lasker.

Nel marzo 1941 apparvero, questi articoli, nel Pariser Zeitung, giornale in lingua tedesca edito nella Parigi occupata, poi riprodotti anche nella Deutsche Schachzeitung. Il primo di essi fu pubblicato il 22 marzo 1941.

Alechin esordiva ricordando la recente morte di Emanuel Lasker, il secondo campione del mondo, successore di Wilhelm Steinitz, entrambi ebrei. Steinitz e Lasker, secondo Alechin, «cercarono di far credere al mondo di essere grandi strateghi e inventori di nuove idee», mentre erano soltanto «due abili tattici». Lasker, che batté in due match Steinitz, «la figura più grottesca che il mondo degli scacchi abbia mai visto», grazie alla giovane età e «alla sua abilità tattica», non espresse mai «una sola idea indipendente».

Concetti simili si ritrovano anche nel suo libro Common sense in Chess: «Lasker plagia il grande Paul Morphy e le idee del nordamericano sulla “lotta per il centro“», essendogli del tutto estranea «l’idea dell’attacco come idea gioiosa e creativa».

I fondamenti degli «scacchi ebrei» riposano infatti, secondo Alechin, su due principi: «Primo: guadagno materiale a ogni costo. Secondo: opportunismo. Un opportunismo portato all’estremo che vuole escludere la minima possibilità di pericolo», con la conseguenza di un gioco basato sulla «difesa in quanto tale».

Non si sa quanto Alekine fosse veramente razzista, anche se molto spesso aveva sostenuto le sue tesi su un rapporto molto forte tra razza e modo di giocare a scacchi, non lesinando critiche ai giocatori ebrei anche prima dell’avvento del nazismo.

Come ricorda Tartakover nel 1946, «ora tutto il mondo critica l’antisemitismo di Alechin, ma è una cosa che noi tutti sapevamo da più di quindici anni» (Citazione tratta dal libro di Pablo Morán, Agonía de un genio, A. Alekhine, 1972, pp. 55-69).

Finita la guerra, indesiderato da quasi tutti i Paesi europei ed escluso dal torneo di Londra del 1946 in quanto accusato di collaborazionismo, finì in Portogallo per attendere un ulteriore possibile resurrezione che passava attraverso la chiamata per una nuova sfida mondiale.

Il Portogallo dell’epoca era dominato da una dittatura che durò dal 1933 al 1974 e che, come tutte le dittature, privò i cittadini di molte di quelle libertà che consideriamo fondamentali.

Alekine, per quanto forzato ospite, si sentiva spiato dall’onnipresente polizia segreta, il PIDE (Policia Internacional e de Defesa do Estado).

Per quanto avesse più volte affermato, ad amici e conoscenti, che aveva dei sospetti di essere spiato, nessuno diede mai veramente peso alle sue parole fino al punto che anch’egli si era convinto che le sue fossero piccole paranoie.

Ma chi era allora il giovane con le mani in tasca che fischiettava lungo la strada che portava al faro?

O chi era il signore nella hall dell’albergo sempre nascosto dietro le pagine di un giornale?

Solo suggestioni di una mente provata?

Di sicuro si sa che Alekine non era neppure libero di scegliersi l’albergo dove alloggiare, fatto anche questo, in vero, abbastanza inquietante.

Sebbene, infatti, egli usualmente alloggiasse al Palácio Hotel (che è ancora esistente e che ha dedicato una sua stanza ad Alekine) dal 5 Gennaio 1946 si trasferì in un altro Albergo (che fu in seguito demolito), l’Hotel do Parque.

L’hotel Palácio era stato, durante la guerra, prevalentemente, se non esclusivamente, frequentato da tedeschi, mentre l’Hotel do Parque era considerato l’albergo degli alleati.

La domanda che molti si sono posti è la seguente: perché Alekine che era un simpatizzante del nazismo e dei tedeschi, nel suo ultimo periodo all’Estoril scelse di pernottare in un hotel “ostile”?

La risposta, come si è accennato, rimanderebbe alla polizia segreta, l’unica a poter decidere dove dovesse alloggiare Alekine. Sorge pertanto il dubbio che la scelta non fosse casuale, ma che forse faceva parte di un piano per controllarlo meglio o forse, proprio, per ucciderlo.

Comunque sia mi sembra di aver dato sufficienti informazioni per inquadrare l’uomo che sale le scale e scompare dietro l’anonima porta della sua stanza in hotel.

Io, di soppiatto, mi nascondo in uno sgabuzzino contenente scope e detersivi e mi propongo di osservare per vedere se qualcuno entra in quella porta o se quello che accadrà nella stanza sarà solo frutto di un malaugurato incidente come i referti medici attesteranno.

Sfortunatamente nell’albergo l’aria è tiepida e densa e il viaggio nel tempo mi ha spossato cosicché, per quanto mi imponga di rimanere sveglio, alla fine m’addormento.

Dannazione…a pensare che ho cambiato le regole del tempo per essere qui…per osservare.

Così dormo, sia pur in posizione scomoda – almeno avessi dormito in un letto di una delle tante camere vuote dell’albergo – e solo quando un giovane cameriere che gli porta la colazione in camera inizia ad urlare mi risveglio di soprassalto.

Alekine è morto.

Ci vuole solo un istante e già il corridoio è pieno di gente tanto da domandarsi legittimamente se non siano membri della polizia segreta. Poliziotti in agguato, pronti come falchi a gettarsi sulla loro preda.

Sgattaiolo fuori dal mio nascondiglio e mi confondo tra questi uomini e arrivo fino alla porta della stanza.  Un po’ tremolante, dò una rapida occhiata cercando di evitare che qualcuno scopra la mia ingiustificata presenza.

L’uomo, mi appare, con il capo lievemente inclinato verso la spalla sinistra e una espressione serena sul volto. Davanti a lui un tavolo sul quale sono sparpagliati piatti e vassoi e, più a destra, sopra uno sgabello, una grande scacchiera con tutti i pezzi al proprio posto.

La notizia della sua morte si sparge veloce e tutto l’albergo si riempie di giornalisti.

Il Portogallo, in fondo, ci tiene a quell’uomo che, in un modo o nell’altro, dà lustro a questo piccolo Stato dittatoriale.

La mattina stessa il corpo di Alekhine viene rimosso, con una fretta sospetta, così come sono rapidamente sgomberati i suoi effetti personali e perfino i mobili.

La stanza viene chiusa a chiave e sigillata.

Conosco già, per averlo letto prima di essermi messo in viaggio, il referto dell’autopsia: soffocamento dovuto ad asfissia a causa di un pezzo di carne che si è conficcata (incastrata) nella laringe. Non ci sono evidenze che possano far pensare a un suicidio o ad un omicidio.

La autopsia venne eseguita alla Facoltà di medicina dell’Università di Lisbona dal dottor de Aguiar una vera e propria autorità della traumatologia forense che poco tempo prima aveva, stranamente secondo i complottisti, scritto un trattato di cui una larga parte era dedicato proprio alle morti per soffocamento, e fu controfirmata dal dottor Antonio Jacinto Ferreira, un appassionato di scacchi che anni dopo scrisse una breve lettera al figlio di Alekine.

Ferreira, che non si sa se fosse membro della polizia segreta, così precisò la sua posizione:

«Io ero presente all’autopsia di Alexander Alekhine che fu fatta nel Dipartimento di medicina legale della Facoltà di medicina dell’Università di Lisbona.

Alekhine era stato trovato morto nella sua stanza di un Hotel di Estoril, e si era ritenuto necessario, per evitare ogni sospetto, procedere ad una autopsia per accertare la causa della morte. L’autopsia rivelò che la causa della morte di Alekhine fu l’asfissia dovuta a un pezzo di carne che si era conficcato nella laringe.

Non c’era nessuna evidenza che si fosse trattato di suicidio o omicidio.

Non sono state trovate altre cause o malattie a cui attribuire questa morte inaspettata.

Antonio J. Ferreira, M.D (Settembre 1967)».

Ciò che lascia un po’ sorpresi è il fatto che, dato per scontato che Alekhine fosse davvero morto per soffocamento da carne (ed era accertato che ingoiasse abitualmente bocconi di carne cruda), non ci siano segni di un qualsiasi movimento per liberarsi del boccone omicida.

Perché il tavolino non è rovesciato o la scacchiera?

L’asfissia non è immediata. Quando, infatti, ci si strozza si inizia a tossire, a muoversi scompostamente. Di conseguenza l’immobilismo del campione di scacchi, immortalato dagli scatti fotografici (che tra l’altro differiscono per alcuni particolari), appare almeno sospetto.

Eppure questa situazione di assenza di movimenti inconsulti per liberarsi dal boccone che lo stava strozzando era confermata dal celebre scacchista portoghese Francisco Lupi, uno dei primi ad essere ammesso nella stanza, come ricorda in un articolo apparso sul giornale CHESS World:

«All I know is that on Sunday morning about 10.30 I was awakened and asked to hurry to Estoril, because something had happened to “old Dr Alex”. I entered his room together with the Portuguese authorities. There he was, sitting in his chair, in so calm an attitude that one would have thought that he was asleep. There was only a little foam at the corner of his mouth».

Lupi sottolinea nell’articolo come il “Vecchio dottor Alex, fosse stato trovato in una posizione così tranquilla che si sarebbe potuto pensare che stesse dormendo”.

Se ciò non bastasse l’autopsia presenta inoltre altre inesattezze.

Individua nel corpo di Alekhine alcuni problemi di salute ma omette ogni riferimento ai danni provocati dall’alcol. Danni sicuramente presenti per chi, come lui, da anni faceva uso sconsiderato e abbondante di liquori, soprattutto brandy che, stando ad alcuni testimoni, consumava in modo esagerato quantificabile in circa 3 pinte e mezza al giorno (News Chronicle; 6 April 1946).

Solo una pietosa bugia per non “infangare” la memoria, già traballante, del campione morto?

Oppure l’indizio che l’autopsia non fu eseguita o lo fu in modo assolutamente superficiale conoscendo la reale causa della morte?

Causa che, secondo alcuni complottisti, sarebbe stato un colpo di arma da fuoco al petto, sparato in un luogo diverso dal ritrovamento.

Il cappotto, con il quale fu ritrovato in camera, sarebbe servito, allora, per coprire la ferita e il sangue.

Solo fantasie?

Purtroppo non posso indugiare più a lungo. Devo tornare. Ma, mentre mi sto preparando, non posso esimermi dalla più ovvia delle considerazioni: se si tratta di un omicidio deve esserci, per forza, un movente.

Ma quale avrebbe potuto essere?

Di solito si dice «Cherchez la femme» ma non credo sia proprio questo il caso.

Le donne, la gelosia, gli erano ormai estranee. Qualcuno, maligno, sosteneva addirittura che in lui il desiderio si fosse assopito per sempre.

E allora?

Mentre torno mi domando nuovamente: perchè ucciderlo? Quale poteva essere il movente?

Le ipotesi possono essere diverse.

Una è quella che siano stati i servizi segreti francesi.

La polizia segreta ricercava e, a volte, giustiziava coloro che avevano collaborato con il governo di Vichy.

Un’altra sarebbe invece più legata al mondo degli scacchi e ricondurrebbe all’Unione Sovietica.

L’imminente sfida per il campionato del mondo avrebbe potuto portare all’Urss solo svantaggi.

Se avesse vinto Alekine, fatto questo improbabile ma non impossibile data la sua indiscussa genialità, sarebbe stato un fallimento tremendo che ne avrebbe potuto danneggiare l’immagine.

Ma, ancor peggio sarebbe andata se Alekine avesse rinunciato al titolo, su pressione della Federazione internazionale perché considerato indegno.

Campione sarebbe diventato l’olandese Max Euwe che avrebbe potuto scegliere uno sfidante diverso dal campione sovietico, magari uno statunitense.

Questo in un periodo di pre – “guerra fredda”, in cui tutto doveva appartenere ad un blocco o all’altro, senza esclusione di colpi, non sarebbe stato sicuramente accettato.

Se al contrario Alekine fosse morto, il titolo rimaneva vacante e si sarebbe dovuto organizzare un torneo ad eliminazione diretta tra i migliori giocatori del mondo, molti dei quali erano sovietici.

A sostegno di questa tesi vi sarebbe il fatto che quando Alekine fu ritrovato morto venne rinvenuta accanto a lui una copia di Vers L’Exil di Margareth Sothern aperto alla pagina dove si poteva trovare il seguente verso: «Questo è il destino di chi vive in esilio». Forse un avvertimento o la motivazione della condanna? (Sul punto se veda: S. Tkachenko, Alekhine’s Odessa Secrets: Chess, War and Revolution, Moscow 2018).

Infine i sicari avrebbero potuto essere gli stessi portoghesi. Se inizialmente Alekine poteva rappresentare un ospite importante che dava lustro al Paese, con il tempo e con il mutato scenario internazionale, sarebbe potuto diventare un problema visto le tante inimicizie e gli odi che si portava dietro.

Meglio quindi eliminare il problema alla radice e la polizia politica portoghese, non credo, si facesse, all’epoca, troppi problemi.

Sono così tornato alla nostra epoca senza aver scoperto nulla. Portandomi dietro domande alle quali, per la mia imperizia e il mio colpo di sonno, non ho trovato una risposta.

Una volta tornato al presente, mentre mi allontano dalla macchina del tempo, mi sovviene un altro dubbio che riguarda questa intricata vicenda e che non ha risposta.

La morte di Alekine fu così oggetto di mistero che neppure si è sicuri dove e quando fu sepolto.

Ufficialmente, infatti, fu seppellito il 16 aprile nel cimitero di Sao Joao do Estoril.

Il feretro fu tumulato in un luogo che apparteneva a Manuel Esteva, uno scacchista portoghese, a spese della Federazione Portoghese di scacchi, come precisa l’American Chess Bulletin del Marzo – Aprile 1946.

Dieci anni dopo la salma fu traslata nel cimitero di Montparnasse, ma per alcuni testimoni il corpo esumato non era quello di Alekine.

Le ossa erano o meglio sembravano troppo piccole per essere quelle di un uomo. Qualcuno azzardò che fossero i resti di una donna, ma di fatto non esiste nessuna immagine o prova concreta.

CONCLUSIONE

Da qualche giorno fatico ad alzarmi dal letto. Forse sono i postumi del viaggio nel tempo o forse la delusione per il fallimento della mia missione.

Osservo un raggio di sole che oltrepassando le barriere delle tapparelle, si insinua ribelle per impastarsi sul soffitto lasciando una scia luminosa.

Poi, a fatica, traggo le mie conclusioni.

Certo l’ipotesi del complotto e dell’omicidio sono affascinanti.

Le fotografie modificate, la scena ordinata del luogo dove il corpo è stato ritrovato, l’autopsia incerta, la stessa lettera di Ferrara che aumenta i dubbi, invece di dissiparli, eppure…

Eppure molto dipende dalla nostra abitudine di fare congetture, di dare una logica a posteriori a fatti che esulano dalla logica.

Io ricostruisco i fatti in questo modo.

Alekine effettivamente morì banalmente (fatto in vero che non si addice ad un grande, a un genialoide per i quali ci si immagina sempre una morte eroica o comunque “particolare”). Il fatto della sua morte, a un passo dalla riabilitazione scacchistica, metteva in “cattiva luce” il dittatore portoghese e la sua famigerata polizia segreta che tutto doveva controllare.

Per evitare un’immagine negativa ci fu perciò un intervento con l’obiettivo di far apparire quella morte, per certi versi atroce come lo può essere il soffocamento, del tutto naturale e tranquilla, con un massiccio intervento anche su quella che oggi chiameremo la location che fu riordinata.

Questi interventi, un po’ maldestri, a posteriori alimentarono misteri e leggende amplificati dalle nuove tecnologie e, ribadisco, dalla difficoltà di accettare che anche i grandi possano morire banalmente.

La morte di Alekine, in un certo senso, rappresenta la nemesi della sua vita, incoerente e modesta per un uomo dall’intelligenza sicuramente superiore ma non supportata da un carattere e da una morale all’altezza, che aveva sognato l’immenso e che terminò i suoi giorni in una stanza d’albergo al limitare del nulla.

Maurizio Canauz@2019

(N.B. Per una ricostruzione romanzata della morte di Alexandre Alekhine si rimanda a: P. Maurensig, Teoria delle ombre, Adelphi, Milano 2015).

 

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